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Con il vulcano nel cuore: i vini bianchi dei Campi Flegrei, Ischia e Capri

Figli di un territorio inquieto che si ciba di sole e racconta di suoli ardenti, di fuoco e di acque azzurre. Vini di terra con il mare “dentro” le cui radici affondano in tempi lontani.
 
“Quando beviamo un vino di queste zone, non stiamo bevendo solo una Falanghina o un Piedirosso ma 2000 anni di storia viticola”. Le parole di Gerardo Vernazzaro, presidente del Consorzio Campi Flegrei, Ischia e Capri non lasciano dubbi. Stiamo bevendo l’archeologia viticola, in senso stretto. Un mondo, quello flegreo, che oggi si arricchisce di una viticoltura di qualità, in un viaggio che domenica 3 settembre ha portato wine lovers e giornalisti del settore, alla scoperta di abbracci di vino con la storia e l’archeologia, paesaggi e natura. Vigneti meravigliosi dove un vulcanesimo giovane ha lasciato in eredità terreni sabbiosi, permettendone l’allevamento a piede franco, un valore aggiunto che s’intreccia a condizioni climatiche eccezionali, miti, dalla ventilazione costante e dall’influenza marina a caratterizzarne gusto e sapore. Tutte caratteristiche che hanno portato ad una conservazione quasi totale del Dna di questo antico vitigno, la Falanghina flegrea. La sua storia racconta dell’arrivo dei Greci a Cuma, più o meno nel 630 a.C. Di quando la loro forma di allevamento “a cesta”, dall’alberello bassissimo e dai tralci striscianti per terra, poco si adattava all’umidità alta e al clima poco ventoso di queste zone; l’uva marciva in poco tempo, da qui l'alternativa nel sollevare la vite con pali di legno. La latina phalangae o falangos in greco, ha dato quindi il nome ad un vitigno che ha fatto la storia di queste terre: la Falanghina, la "vite sorretta da pali".

                                                                           
Vini seducenti, dalla trama sapida che ben accompagnano i piatti di mare della cucina mediterranea, i bianchi delle aziende del Consorzio Campi Flegrei, Ischia e Capri hanno svelato le loro eccellenze in un focus degustativo di tutto rispetto, in occasione della XII edizione di Malazè, una realtà socio culturale fondata da Rosario Mattera e che da 12 anni ha messo su una vera e propria rivoluzione culturale dall’interno di questi territori baciati dalla bellezza. Un “vulcanico” appuntamento di 18 etichette, quasi tutte a base Falanghina, ospitate nei saloni della meravigliosa cornice di Maison Toledo, splendida dimora affacciata sul golfo di Pozzuoli di proprietà della famiglia Cardillo.

L’incontro, organizzato per mettere il punto su terroir e vitigni, pratiche vitivinicole ed enologiche della terra flegrea, ha visto la preziosa collaborazione della sezione AIS di Napoli e del Wineblog del giornalista Luciano Pignataro, moderatore dell’evento con una relatrice d’eccezione: l’attivissima e bravissima Monica Coluccia, che ha accompagnato giornalisti e partecipanti in un excursus geografico e sensoriale, formativo quanto completo nelle precise descrizioni di aziende ed etichette in degustazione. Un focus sul millesimo 2016, con una sola parola d’ordine: territorialità e riconoscibilità del vitigno, la dimostrazione che insieme si cresce non solo dal punto di vista numerico, ma soprattutto della qualità. Sono “solo” 260 gli ettari di vigne coltivate, sembra finita lì, in realtà la Falanghina flegrea è uno di quei mondi che meritano di essere conosciuti palmo a palmo, distinta nel suo biotipo completamente differente da quella sannita.

“Un’occasione per ricostruire, identificare l’identikit della Falanghina flegrea. Possiamo partire da parole chiave come essenzialità, espressività territoriale, la capacità di avere presenza con semplicità” dichiara nel suo intervento il delegato AIS Napoli Tommaso Luongo. E da questo punto di vista, “il vino flegreo si è sempre fatto riconoscere senza effetti speciali”, dichiara tra gli intervenuti Davide Gangi, editor di Vinoway, “legandosi ad un territorio con la sua traccia minerale, come energia vitale ad ogni sorso. La chiave di volta è nella comunicazione di un territorio ricco e variegato, ricco di vitigni autoctoni con aspetti diversi e con produttori che vogliono valorizzare il territorio”. Mentre per Walter Speller, giornalista di fama internazionale e profondo conoscitore della realtà vitivinicola italiana, “i vini devono essere riconoscibili anche a chi non è esperto di questi luoghi, la chiarezza del vitigno, a prescindere dalle interpretazioni personali di ciascun produttore”.
 

                                                                              
E poi ci sono loro, i produttori, che ci mettono la faccia e la voce nei loro vini, raccontando di successi e difficoltà con le loro etichette, con passione e dedizione. Al di là dei territori c’è la storia dei luoghi; la storia dei vignaioli flegrei è una storia diversa, produttori ma soprattutto custodi di un territorio, difendendolo dall’aggressione edilizia, preservandoli dal dissesto idrogeologico e sempre grazie alla loro presenza costante, gli incendi di un’estate maledetta non hanno intaccato la preziosità di questi vigneti, con la loro presenza costante.

In ognuno di questi calici si legge il progetto di ciascuno, di una “viticoltura di precisione” come l’ha definita Pignataro, “sempre più elevata, con una matrice comune, chi più e chi meno, di questa grande sapidità non disdegnando il frutto”

Diciotto i campioni di vini dell’annata 2016, una vera e propria palestra di degustazione sulla Falanghina e sui vini delle Isole, separati per territori e per piccole zone, evidenziandone le differenze e la spinta qualitativa sempre più verso l’alto. Vini equilibrati, in un’annata di immediata prontezza, con qualche etichetta dalla possibilità di maggiore espressione nel tempo. La zona di Bacoli e Baia accomunate da un fil rouge senza troppe manipolazioni: dalle storiche Cantine Farro, sul Lago di Fusaro alla viticoltura centrata su tempi lunghi dell’azienda La Sibilla. Riflessi salini al gusto e al naso, essenzialità e pulizia di profumi per un’eccezionale Harmoniae delle Cantine Babbo in contrapposizione ai toni più rustici e cerealicoli delle Cantine dell’Averno. Mentre vini più caldi e morbidi, con persistenze non lunghissime ma centrate, caratterizzavano la degustazione della zona di Quarto e Monteruscello, dove l’eccezionale Falanghina delle Cantine Salandra, campione ancora in vasca, ha scommesso su espressioni più eleganti e longeve del vitigno, più gessose e meno saline per un vino che uscirà in commercio almeno tra 2 anni. Straordinario. Dal distretto di Marano, detenuti e rifugiati danno vita alle terre confiscate alla camorra per l’azienda Selva Lacandona, quattordicimila bottiglie di Falanghina doc, dalle note affumicate ed erbacee. Il distretto di Astroni, Agnano e Posillipo presenta invece l’acidità pronunciata e completa, accattivante e sapida di Colle Imperatrice di Cantine Astroni, una vigna interamente vitata a Falanghina, franca di piede. Un salto nel mare e si arriva nelle isole di Ischia e Capri, vulcanica l’una e calcarea l’altra. Gentile e delicato, elegante al naso e al gusto, dalle dolci note ammandorlate e sapide l’Ischia Bianco di Casa D’Ambra, il nome che ha fatto la storia sull’Isola Verde. Un respiro di mare di un territorio che abbiamo tutti nel cuore mentre a Capri, le 4000 bottiglie di Scala Fenicia regalano sorsi snelli ed essenziali, semplici ma non banali di frutta e macchia mediterranea.

“Abbiamo cercato di trovare un filo conduttore e di ritrovare quella trama “salata” che è tipica dei vini flegrei e quelle sottili differenze tra i vini della costiera e quelli dell’entroterra, se di entroterra alla fine si può parlare” dichiara Gerardo Vernazzaro. Un lavoro che vada verso la differenziazione e verso un’identità centrata soprattutto sulla freschezza, sul frutto, sulla mineralità, sulla sapidità. Dare sempre maggior spessore a questa riconoscibilità: questa la mission del Consorzio, attivo come pochi, forte di tanta voglia di fare. I prossimi appuntamenti vedranno, a febbraio, un focus preciso sul Piedirosso e l’idea, sempre più forte, di far nascere un salone del vitigno a piede franco. L’idea di un territorio con il mare dentro e con il fuoco nell’anima, senza effetti speciali. Perché in queste terre non ce n’è bisogno, parla il vitigno, prima di tutto.

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