Sembra che il vitigno sia stato portato in Italia dai Greci. Inizialmente chiamato Hellenica poi Hellanica ed infine, nel XV secolo, durante la dominazione aragonese nel regno di Napoli, Aglianico. Le sue origini sono antichissime tanto da essere considerato il vitigno utilizzato per produrre il vino Gauranum, tipo di Falerno, all’inizio dell’Impero Romano.
È il classico vitigno autoctono della Valpolicella e Bardolino. Non si conoscono le sue origini, che sono comunque antiche: le prime notizie sulla sua coltivazione in Valpolicella risalgono al 1824 ad opera del Pollini. Successivamente viene descritta dal Sormani Moretti (1904), dal Cosmo (1939) e dal Marzotto (1925). Varietà iscritta al Catalogo Nazionale delle Varietà di vite cod . n. 70.
Le prime notizie del vitigno Erbaluce risalgono al 1606. Esso è stato menzionato per la prima volta in un libro di Giovanni Battista Croce, gioielliere presso il Duca Carlo Emanuele I. Il primo nome è anche quello del vitigno e sembra venga da Albalux, datogli dai Romani quando videro crescere da queste parti le prime uve derivanti da piantine importate, pare da vigneti campani.
Si tratta di uno dei vitigni più importanti del Piemonte. Probabilmente anche uno dei più antichi che è stato per lungo tempo molto diffuso anche in altre zone del nord Italia. Vi sono diverse testimonianze che riconducono alla Freisa. Nel 1517 nelle Tariffe doganali di Pancalieri sono registrate le carrate di fresearum. Poco dopo nel 1692 in alcuni appunti scritti da Cotti si parla di Frisa piantata a Neive e alla fine del 700 il Conte Nuvolone ne parla sul "calendario Georgiano della Società Agraria di Torino" e considera questo vitigno tra le uve nere di prima qualità.
Il Prosecco è un notissimo vitigno ad uva bianca, quasi il simbolo della moderna viticoltura veneta, forse già esistente in epoca romana e coltivato soprattutto nella nostra regione e nel Friuli-Venezia Giulia, più raramente in Lombardia. Benché associato indissolubilmente ai Colli Trevigiani, il Prosecco non vi è affatto originario e forse non vi arrivò prima del 1700 (Calò, Costacurta, 2004). Secondo Cosimo Villifranchi (1773), il vitigno provenne dal Triestino, forse prendendo il nome dal paese omonimo, ed era forse identificabile col Puxinum.
Questo vitigno è presente in provincia di Trento da molto tempo, ma si registra una sua limitata diffusione. Le zone storiche dove si è maggiormente diffuso sono principalmente la val di Cembra e la Valsugana nei dintorni di Pergine. Negli areali di coltivazione viene chiamato anche con il sinonimo dialettale Chegarel.
Chiamato localmente anche Anascetta o Nas-cetta (curiosamente pronunciata staccando la ”S” dalla “C” e con la “E” muta.)
La nascetta è stata recentemente iscritta nel catalogo nazionale delle
Varietà di Vite e raccomandata per la coltivazione in provincia di
Cuneo, grazie agli studi condotti dal centro Miglioramento Genetico
della Vite in collaborazione con altre istituzioni di ricerca
Piemontese.
I vitigni denominati Neretto rappresentano in Piemonte forse uno dei casi più complessi di omonimia. Con il nome "Neretto", infatti, la letteratura del secolo scorso (o quella ancora più antica) indicava un ben nutrito gruppo di coltivazioni distinte per la loro provenienza che si affermarono nelle zone viticole piemontesi marginali, generalmente quella della fascia collinare prealpina.
Il nome di questo vitigno deriva da una storpiatura del termine “padovano”. Citata dall’Acerbi tra i vitigni coltivati nei “contorni di Trento” con
il nome di Pavana analogamente agli ampelografi di area tedesca che ne
ignorano il sinonimo Vicentina (Goethe, 1878), viene descritta per la
prima volta da Molon (1906).
Da tempo immemorabile è presente nel Chierese e dopo un periodo in cui venne quasi dimenticato, tanto da non farlo inserire tra le varietà autorizzate o raccomandate per la coltivazione in provincia di Torino. Si tratta di un vitigno celebre il cui vino (il Pelaverga della Val Bronda) nel Rinascimento giungeva alla mensa papale,ed era molto apprezzato.
Fino a qualche decennio fa, sulla sua origine e caratterizzazione morfologica e genetica c'era solo incertezza e confusione: in un primo momento infatti, era stato considerato un equivalente generico dei vitigni BOVALE GRANDE e BOVALE SARDO, in base ad un accostamento fenotipico. Alla luce invece di recenti studi effettuati sul DNA e in virtù delle fonti documentarie, si può oggi affermare che il Tintilia sia arrivato in Molise nella seconda metà del 700 sotto la dominazione spagnola dei Borboni. Deriva dunque il suo nome presumibilmente dall'etimo Tinto che in lingua iberica significa "rosso".

