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Un Vinitaly 2018 finalmente alternativo

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Al 52° Vinitaly sono accorsi circa 128mila spettatori (in linea con l’anno scorso) provenienti da 143 nazioni. Come al solito si son dovuti dividere tra ben 4.380 aziende espositrici (130 in più dello scorso anno), ma soprattutto han dovuto (o potuto) scegliere tra più di 15.000 vini proposti.
 
Puntando personalmente su un Vinitaly più alternativo, la preferenza è andata al Padiglione 8, quello dove la condivisione è uno dei valori fondamentali, in cui i produttori si dividono un banchetto di 1 metro x 50 cm, “aperto” agli appassionati del vino, dove non ci sono stand improponibili e fuori dal tempo come castelli, fortezze, masserie, attici e bunker inespugnabili.

Questo il motivo per cui abbiamo visitato gli stand dedicati alla Federazione Italiana Vignaioli indipendenti – Fivi – e al ViVit (Vigne, Vignaioli, Terroir) lo spazio organizzato in collaborazione con l'associazione Vi.Te, che promuove la conoscenza della cultura legata al cosiddetto vino naturale e artigianale, all’agricoltura biologica e biodinamica.

 
Numerosi i “liberi pensatori” che si sono ricreduti sulla forza di questo Vinitaly specie con l’aumento della qualità delle presenze (ben 32.000 buyer accreditati), maturando una migliore consapevolezza su un Vinitaly diverso, possibile e accessibile anche ai più “piccoli”.
Ecco, quindi, i 20 produttori (tra Fivi e ViVit) che ci hanno maggiormente impressionato.

FIVI
Iniziamo dalle colline di Conegliano Valdobbiadene con il Prosecco “handmade” di MONGARDA nella versione Metodo Classico Dosaggio Zero 2013, vecchie viti di Glera e antiche varietà della zona come Bianchetta e Perera vinificate solo nelle migliori annate quando possono donare al vino freschezza e struttura. 28 mesi sui lieviti, sapidità all’n-sima potenza accompagnata da una nota agrumata che vivacizza la beva.

Nome omen per PERLA DEL GARDA con il suo Madre Perla Lugana Riserva 2013. Trebbiano di Lugana in purezza, fermenta in acciaio e affina su fecce fini 12 mesi. Complesso al naso con le sue eleganti note floreali e fresche sensazioni di erbe aromatiche. Col tempo nel bicchiere si presentano lievi sentori di crosta di pane e note iodate che allungano il sorso.

La Franciacorta in un calice di Extra Brut EBB 2013 MOSNEL. Maturità della frutta dello Chardonnay in purezza su un prato fiorito di ginestre e bacche di vaniglia, le sue sensazioni olfattive. Armonia, struttura ed eleganza a tesserne la trama aristocratica. In arrivo la Riserva 2008 con quasi 10 anni trascorsi sui lieviti.



Lieviti indigeni, fermentazioni spontanee, uve biologiche ben mature, malolattica spontanea, filtraggio se necessario. Questa la filosofia di VILLA JOB per ritornare all’essenza del Sauvignon. L’annata 2007 (in anteprima) è l’assemblaggio di tre componenti diverse per tre percorsi diversi (in acciaio, in cemento e in legno). Di un’eleganza intrinseca, risulta più fruttato che minerale rispetto all’annata 2016, ma è solo una questione di evoluzione in bottiglia. Da segnalare anche il Pinot Grigio e le nuove etichette che comunicano il concetto di un vino più moderno.

Da quando il Sangiovese di Romagna non segue più le mode parigine ha acquisito in qualità. Una nouvelle vague romagnola che si esprime con il Sangiovese di Romagna Oriolo 2015 e il Superiore Biagio Antico 2015 entrambi di ANCARANI. Il primo, piantato su argille rossastre, è un po’ più ruvido e ricco, ha bisogno di tempo per esprimersi al meglio. Il secondo è morbido, dal sorso accogliente e rilassante, come la sabbia sul quale cresce.

In passato ci aveva stupido con il suo Moscato Giallo sur lie, Giovanni Bressannin di MONTEVERSA si è superato con Animaversa Rosso 2015, il MerlotCabernet (40/60) dei Colli Euganei ubicati sulla Collina Versa, l’anima dell’azienda, dove si selezionano le migliori uve a bacca rossa. Frutto rosso croccante ed elegante balsamicità lo caratterizzano.

 
Ci spostiamo di poco per le nuove etichette da vitigni tipici dei Colli Berici di PUNTOZERO. Il Tai Rosso 2016 con le sue note di spezie e piccoli frutti rossi, in bocca è caldo e avvolgente. Il Carmenere 2016, con la sua nota marcatamente vegetale in bocca, è tannico, buona la spalla acida che lo sorregge e la persistenza gustativa.

Senza parole per l’anteprima del BordoCalabrese Zio Nunù 2015 di TENUTE PACELLI. Omaggio a Gaetano La Costa, che oltre 50 anni fa piantò, in quella che sarebbe diventata a Malvito (CS) l’azienda di famiglia, antichi cloni francesi di Merlot e Cabernet Sauvignon. Affina 12 mesi in botte grande di rovere, frutto leggiadro, potenza e fitta trama tannica la sua forza. Da non perdere Zoe 2013, insolita versione spumantizzata del Riesling Italico, un metodo classico con 24 mesi di permanenza sui lieviti. Al bando, quindi, i pregiudizi su questa terra che se lavorata con passione, impegno e amore può produrre vini eccezionali con scelte anche controcorrente ma sempre nel grande rispetto del territorio.

Dall’antica Grecia al Vulture, ecco il vino che rende onore ai Liki, il popolo che diede vita alla storia dell'Aglianico in Basilicata. Likos 2015 è l’Aglianico Del Vulture DOC di VIGNE MASTRODOMENICO. Basse rese, elevazione in barrique per almeno un anno, almeno 6 mesi in bottiglia. Naso elegante con intriganti note di frutti rossi e spezie, al palato è armonia pura, ricco e concentrato, inoltre sapidità ed una nota mentolata lo rendono agile, dinamico, vivo.

La sublimazione del Primitivo di Manduria che si rivela in tutta la sua forza ed eleganza abbinate alla saggezza secolare di vecchie viti ad alberello. Questo è MORELLA ed i suoi tre Cru di Superprimitivo, Mondo Nuovo 2015, La Signora 2014 e Old Vines 2014.

 
ViViT
Un vino che va oltre gli estremi per CAMERLENGO con Accamilla 2017. Dovremo attendere altri 10 anni prima che si verifichi un’annata così siccitosa alle pendici del Monte Vulture. Un insolito bianco per la zona (malvasia 60%, il resto Santa Sofia e Cinguli) macerato 10 giorni sulle bucce in tini di castagno. Acidità da bianco e tannicità da rosso. Un vino intenso dalla vulcanica mineralità.

La consapevolezza di Andrea Fiorini Carbognin che un Soave Doc “cosiddetto naturale” può esistere, una Garganega in purezza che finalmente ritrova la verticalità di un territorio, non omologandosi alle mode del momento: GARGANUDA Vulcano 2016. Poi, un Valpolicella 2017 (80% Corvina e 20% Rondinella) scarico nel colore, fresco e molto rock&roll che guarda al passato ma che va servito freddo in un calice con ghiaccio, un valpolicella on the rocks per rompere con gli schemi. Infine, Pinot Nero 2016, prodotto in 5.000 bottiglie, da vecchie barbatelle francesi di 55 anni, che non ha più in affitto e per questo unico! Frutto, freschezza e beva che incanta, da bere senza pensieri e che non sfigurerebbe al concorso nazionale del Pinot Nero!

Il G. 2015 (G Punto o Punto G per i più maliziosi) di ANSITZ DORNACH è il Gewürztraminer di Patrick Uccelli che non ti aspetti. Niente a che vedere con i Gewürz del Südtirol. Orangewine che fermenta sulle proprie bucce per circa un mese. Color ambrato e sentori di frutta gialla, fiori, litchi ed erbe aromatiche.  

 
Chapeau per il Primitivo Mistico 2014 de L’ARCHETIPO. Matura un anno in botte da 50hl, uno in acciaio e uno in bottiglia. Un Primitivo prodotto solo in particolari annate e quando Madre natura ne permette l’appassimento in pianta (raccolta nell’ultima decade di ottobre). 16,5 gradi alcolici e non sentirli!

Da vecchi vigneti di Bonarda (50%) e Barbera (50%) il Macchiona dieciannidopo 2002 di LA STOPPA. Riproposto da Elena Pantaleoni proprio dieci anni dopo la sua prima uscita, poiché il vino ha bisogno del suo tempo e del giusto spazio per esprimersi al meglio. Dopo 16 anni, si presenta vestito di un’eleganza d’altri tempi, dal tannino suadente ma animato ancora da una vivida freschezza.

Un Brunello non Brunello il Trentennale 2011 de IL PARADISO DI MANFREDI. Non avrà superato l’esame della commissione, ma se tutti i Brunelli fossero così forse al mondo avremmo ancora più estimatori del Sangiovese Grosso di Montalcino.



Un trittico tutto aretino, con Apice 2014 il Syrah in purezza di STEFANO AMERIGHI pigiato alla maniera antica, con i piedi, e prodotto solo in annate eccezionali, matura per 24 mesi in cemento, parte in ceramica e parte in terracotta, oltre a riposare almeno 2 anni e mezzo in bottiglia. In Casentino il Pinot Nero è di casa, fu piantato dai soldati napoleonici nell’800, proprio dov’è a dimora il vigneto di 3 ettari del PODERE DELLA CIVETTAJA dal quale si produce un Pinot Nero 2015 tutto frutto e freschezza, un anno di barrique (di 3° fino al decimo passaggio) e un anno di cemento per il suo affinamento. Infine, il Dodo 2013, Sangiovese in purezza di Arnaldo Rossi, l’oste (TAVERNA PANE E VINO a Cortona) con la passione dei vini naturali, che nel 2004 piantò una vigna di 2300mq ad alberello dell’autoctono toscano su un terreno collinare a 300 metri s.l.m. misto di argilla e galestro. Il motivo? Passare dall’altra parte della barricata per produrre un vino tutto suo. Bocca sapida, balsamica, trama tannica fitta e ben integrata con la ricchezza del suo corpo.

Si chiude con la il Marsala pre-British style ottenuto senza fortificazione, il Pipa 3/4 – 1° 2012 di DOS TIERRAS BADALUCCO. 5 anni di affinamento in botte da 416 litri (pipa siciliana) in ossidazione, 8.5 g/l l’acidità naturale dopo l’affinamento per questo Grillo in purezza proveniente da una delle particelle storiche per produrre il marsala, la 191 di proprietà della famiglia dal 1800.



Non resta che dare appuntamento alla prossima edizione di Vinitaly in programma dal 7 al 10 aprile 2019.

 
[Photo Credit: Antonio Cimmino; Veronafiere-ENNEVI]

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