Log in

Marco di Serramarrocco: la mia filosofia sul Nero d’Avola

Letto 2413 Email
L'azienda Barone di Serramarrocco è situata in Sicilia nella provincia di Trapani. Dal 2001 Marco di Serramarrocco ha iniziato il progetto di riordino fondiario del fulcro dell’ex feudo reale, appartenuto a Sua Maestà il Re Filippo IV di Spagna e di Sicilia e concesso alla famiglia Serramarrocco.
 
La Regione Sicilia, in virtù della tradizione vitivinicola della proprietà, con il decreton°61/2010 ha voluto tutelare i vigneti sotto la denominazione “Vigna di Serramarrocco” come la prima vigna a Denominazione di Origine Protetta Erice e della provincia di Trapani.

L'azienda è oggi composta da una superficie di circa 55 ettari, di cui 22 riconvertiti in vigneto che ha consentito di identificare il rapporto tra territorio e caratterizzazione dei vini.
I vitigni coltivati sono: Pignatello, Nero d’Avola, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Zibibbo, Grillo ed altre varietà autoctone a scopo sperimentale.

La Vigna di Serramarrocco si distingue in 5 “Crus”: Vigna del Capitano, Sammarcello, Sammichele, Sakkara e delle Quojane.​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

Ho incontrato Marco di Serramarrocco, prima della nostra passeggiata in vigna, presso la Trattoria Cantina Siciliana di Pino Maggiore, in via Giudecca nel centro storico di Trapani, famoso per il suo strepitoso cous cous, piatto tipico della tradizione del territorio.



Come nasce la tua passione per il mondo del vino?
Da una vecchia tradizione di famiglia. Mio nonno paterno, unico figlio maschio non si occupò mai delle sue proprietà, poiché già da giovane Ufficiale del Re fu chiamato a Roma, dove nacque mio Padre. Lui è stato un importante giornalista a capo della cronaca nera del Corriere della Sera già negli anni 70, i cosiddetti anni di piombo, poi presidente dei giornalisti italiani. Fu persino minacciato di morte dalle brigate rosse e dai nuclei armati proletari, un giornalista in prima linea, poco tempo per le vigne sebbene fosse il Suo più grande sogno.
Tutto questo è infatti dedicato a Lui. In primis la vigna di Sammarcello che porta il suo nome coltivata esclusivamente con uve Pignatello e da cui nasce il nostro vino più rappresentativo, il Barone di Serramarrocco. Ho completato gli studi superiori in Inghilterra ed ho iniziato a lavorare a Londra come broker d'assicurazioni ai Lloyd’s of London, decidendo dopo 14 anni all’estero, di tornare in Italia per ripristinare la tradizione vinicola di questa azienda che attualmente è costituita da circa 55 ettari, di cui 20 a vigneto.

Ci vuoi dire qual è la tua filosofia sul Nero d'Avola?
Come sappiamo, la Sicilia gode di una diversità di territorio unica nel suo genere, con la capacità di poter esprimere, di uno stesso vitigno, una biodiversità tale, da produrre vini di caratteristiche molto differenti. Aggiungerei, quale ulteriore elemento distintivo, il metodo di coltivazione; la nostra filosofìa si fonda infatti, su un regime ad alta densità per ettaro con impianti, per le varietà a bacca rossa dai 7.143 fino ai 9.524 ceppi per ettaro, finalizzati ad una produzione di bassa resa. Considerando la particolare natura dei nostri terreni, rocciosa calcareo argillosa, questi impianti non rendono certamente più semplice i lavori in vigna, ma i risultati, annata dopo annata, sono in linea con le nostre aspettative. Se devo riconoscere le caratteristiche più evidenti dei nostri Nero d'Avola, Baglio e Nero di Serramarrocco, mi piace pensare alla loro balsamicità, all’integrità del frutto di amarena sotto spirito, ribes e cioccolato con scorze di arancia.



Tu sei anche un bravo produttore di Zibibbo. Quali essenziali caratteristiche deve avere questo vino?
Zibibbo, detto anche Moscato d’Alessandria, è il vitigno a bacca bianca più noto e pregiato della provincia di Trapani ed in particolare della DOC Erice, dove per tradizione, viene vinificato secco. Le Quojane di Serramarrocco, prodotte con le uve coltivate nella vigna delle Quojane di 5,85 ha, è una versione molto elegante di questo vino bianco, che ritengo il più tipico del nostro territorio. Sorprende, per la sua spiccata acidità e mineralità, quella che gli anglosassoni chiamano “salty acidity” e per la complessa e persistente aromaticità con sentòri di lavanda, menta piperita, rosmarino. Devo dire che ogni annata è una nuova scoperta.

Oltre a questo tu sei un bravissimo produttore di Perricone?
Preferisco chiamarlo Pignatello. E’ uno dei vitigni più antichi del trapanese, e lo ritengo certamente il più identificativo con il nostro territorio. Noi lo produciamo in due versioni entrambe da uve coltivate e raccolte a mano nella vigna di Sammarcello, di 4,75 Ha. Il Sammarcello, viene vinificato in acciaio con una lunga macerazione sulle bucce ed il Barone, nostro primo vino, affinato successivamente in barriques di alliers per almeno 18 mesi. E' un vino che rispecchia il nostro territorio e la tradizione dell’ Azienda. Produciamo circa 13 mila bottiglie di Sammarcello ed 8 mila di Barone. Anche in questo caso ho assaggiato versioni di vari produttori, molto differenti tra di loro. E' un vino che non ancora avuto l’attenzione che merita, ma l’interesse dei consumatori è in costante crescita.



Come si presta il tuo vino a livello regionale, nazionale ed internazionale? Quali valori e idee vorresti imporre?
Il nostro obiettivo è di poter produrre vini particolarmente identificativi con il territorio di Erice, indipendentemente se siano di varietà internazionali od autoctone, bensì in virtù della particolare morfologia dei terreni e del sistema d’impianto. La nostra produzione di circa 80.000 bottiglie viene venduta il 60% all’estero ed il 40% in Italia. A livello internazionale, mentre il Nero d’Avola universalmente conosciuto, parlare di Pignatello in questo momento crea forse maggior curiosità perché il mercato è alla continua ricerca di novità.

Il Grillo invece lo vinifichi come se fosse un Orange...
La vendemmia 2016 è stata caratterizzata da una lunga macerazione sulle bucce, maggiore del solito ed ha avuto grande riscontro tra gli appassionati di questo vitigno. Siamo dell’idea che ogni vendemmia è un vino a sé, di cui il nostro enologo Nicola Centonze, ne è da sempre magnifico interprete. Il Grillo è internazionalmente conosciuto ed è il più noto vitigno a bacca bianca della Sicilia Occidentale, anche se, ormai viene coltivato in tutta l’isola per la sua popolarità. Posso solo parlare del nostro che ha grandi sentori di gelsomino e di pesca bianca, salino ed è un vino che ci dà grandissime soddisfazioni da 16 vendemmie.

Solo acciaio?
Si, solo acciaio.

Per quanto tempo lo lasciate sur liè?
Dai 15 ai 20 giorni. Due mesi in acciaio, affinato in bottiglia per circa tre mesi, poi viene presentato al mercato.

Che cosa ti aspetti da una produzione essenziale del Nero d'Avola e di quella che è la produzione d'eccellenza dei vini siciliani?
Certamente il Nero d’Avola è il vitigno “Principe” di Sicilia ed il riscontro tra gli amanti del vino è ancora notevole. Ho potuto inoltre notare negli ultimi anni un progressivo innalzamento della qualità media con una maggiore attenzione alla finezza. La costante ricerca di qualità da parte dei produttori ne ha certamente selezionato il numero, rispetto ad altre produzioni meno identitarie e legate al trend di qualche anno fa, così creando un rinnovato interesse tra gli esperti e conoscitori attenti, di grandi vini. Credo che il Nero d’Avola possa raggiungere livelli di eccellenza ancora inespressi. E’ un vino di profonda struttura in grado di esprimere nella sua evoluzione, eleganza e complessità, sempre maggiori. Ritengo che per raggiungere tali livelli e rispettarne la sua vera identità, siano necessari lunghi tempi di affinamento sia in legno che in bottiglia. Nel nostro caso, il Nero di Serramarrocco prodotto con uve della “Vigna di Sakkara” di 1,80 ha di 35 anni con resa molto bassa per pianta, dopo una lunga macerazione sulle bucce, viene affinato in barriques di secondo passaggio da 300 lt. per circa 8 mesi, ed altrettanti in bottiglia. E’ un vino di grande longevità e finezza, che ama farsi attendere un po’ in bottiglia, prima di esprimere tutto il suo potenziale. Sono particolarmente felice dell’annata 2014 che, tra l’altro, è stata premiata con 95 punti dalla Guida al Nero D’Avola 2017- 2018.


Io ho potuto evidenziare tanta nobiltà nei tuoi vini che rispecchiano la tua nobiltà come altre realtà. Non dobbiamo nascondere che il vino nasce da una cultura "nobile", tu come ti rispecchi nei tuoi vini?
Se è vero che i vini rispecchiano il produttore, sono due quelli che amo maggiormente e , se vuoi, in cui mi riconosco di più. Il Serramarrocco, primo vino da me prodotto con l’annata 2001, che nasce da cloni di Bordeaux molto importanti. Nasce dalla “Vigna del Capitano”, una vigna estrema di 9.524 ceppi per ettaro, ed una resa di 1 kg a pianta. Blend di 85% Cabernet Sauvignon e 15% Cabernet Franc. E’ ormai un benchmark di riferimento del blend bordolese siciliano, che viene presentato, per esempio, nei corsi di terzo livello master della Fondazione italiana Sommellier tra l’elite dei bordolesi italiani. E' una elegante versione siciliana del blend più famoso al mondo, frutto di un territorio con ideali caratteristiche morfologiche per queste varietà. L’altro è il Barone di Serramarrocco, Pignatello in purezza, che come ho già detto, è la nostra versione affinata in barriques del vitigno a bacca rossa più rappresentativo della Erice Doc.



Che cosa si potrebbe fare per valorizzare ancora di più il Nero d'Avola e il territorio siciliano in quest'area specifica?
Credo che l’obbligatorietà del Nero d’Avola sotto la Doc Sicilia, così come per il Grillo, sia una buona iniziativa che darà maggior valore ai vini in particolare sui mercati internazionali.
Mi auguro, possa essere il primo passo di un processo di certificazione più ampio che porti anche alla valorizzazione, non solo dei vini, ma soprattutto delle uve e dei territori dove vengono coltivate, così come accade da secoli in Francia.

Non trovi che la ristorazione italiana non rivolga tanta attenzione a quelle che sono le potenzialità di questo vitigno?
La ristorazione italiana è continuamente bersagliata da proposte di ogni genere e la maggioranza si concentra sul prezzo, spesso a discapito dell’effettiva qualità dei vini. Nonostante cio’ ho potuto notare una crescente attenzione soprattutto nelle nuove generazioni di ristoratori, che sempre più spesso hanno una formazione da sommellier. Sicuramente c’è ancora molta strada da fare, ma l’unica soluzione per far sì che il Nero d’Avola possa suscitare sempre maggiore attenzione, è produrre vini di grande qualità e chiara provenienza. I cavalli di razza si vedono sulla distanza.


Dopo questa tua analisi che cosa consiglieresti ai tuoi colleghi produttori?
Valorizzare il rapporto vitigno territorio e costante attenzione alla gestione del vigneto.

Cosa vuoi che ti auguri?
Che si affermi il Pignatello come merita.
Ultima modifica ilMercoledì, 09 Maggio 2018 16:42
Altro in questa categoria: « La vinosophia di Franco D’Eusanio

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.