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Giuseppe Benanti:"La nostra è una storia di collaborazioni con uomini che condividono la nostra etica e filosofia"

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La Benanti è una storica azienda nata alla fine del 1800 a Viagrande (CT) alle pendici dell'Etna da Giuseppe Benanti.
 
Nel 1988 suo nipote, anch'egli chiamato Giuseppe, riprende le redini dell'antica cantina di famiglia facendola diventare una delle aziende più famose della Sicilia, dell'Italia intera e oggi tra le più apprezzate anche all’estero.

Tra i loro filari, oltre al Carricante e Nerello Mascalese, è possibile trovare anche tipologie di Nerello Cappuccio e qualche pianta di Minnella Bianca.

Questi grappoli, grazie alla grande dedizione della famiglia, in cantina vengono trasformati in vini di altissimo pregio che, dai Rossi ai Bianchi, fino ad arrivare agli Spumanti, sono in grado di raccontare la migliore essenza di quello che è il territorio catanese.

I vini di Giuseppe Benanti e dei figli Antonio e Salvino sono dotati di una spiccata personalità, capaci di trasmettere tutta la cultura e la passione per il vino della famiglia.

Il Nerello Mascalese 2014 è stato selezionato dalla Wine Selection 2018 di Vinoway.



Da imprenditore farmaceutico a imprenditore vitivnicolo: come nasce questa scelta di vita ed il “mettersi in gioco” con un’attività completamente nuova?
Fare l’imprenditore è un mestiere: servono capacità importanti, che sono sempre quelle indipendentemente  dal settore, oltre alla capacità individuale. Ogni settore ha le sue prerogative: nel farmaceutico si lavora per far crescere un’industria con ambizioni elevate e si compete con forti multinazionali dalle gerarchie e competenze distintive uniche, nel vino invece prevale la tua storia personale, quella della tua famiglia che ti trasmette quella forza di “esistere” e di creare valore aggiunto. Noi abbiamo uno “storytelling” che viene da lontano, quando col bisnonno Antonio, figlio di quel Giuseppe Benanti nato nel 1794 a Viagrande, nasce l’azienda all’interno della proprietà a Viscalori, frazione del comune di Viagrande. Una storia che non si ferma neanche nel 1901, quando mio nonno Giuseppe apre una farmacia in centro a Catania, nella storica piazza Spirito Santo, decidendo comunque di continuare a  produrre vino e neanche quando mio padre, nato nel 1906, nel 1935 fonda un’azienda farmaceutica e alla morte di mio nonno, nel 1958, continua, nonostante impegni sempre più pressanti, la produzione di vino per la famiglia e per gli amici più cari. Io ho dato seguito a questa grande passione familiare. Nel 1988 insieme a mia moglie Carmen e ad un nostro amico medico, Francesco Micale, durante una gita sul versante nord dell’Etna non fui soddisfatto di un vino messo in tavola. Fu una delusione che divenne un proposito: se avessi trovato collaboratori con le mie stesse ambizioni, sicuramente avrei intrapreso un nuovo percorso imprenditoriale. Fu così che iniziò il rapporto con il giovane enologo Salvo Foti, che aveva già avuto esperienze in Donnafugata e nel ragusano. Salvo comprese immediatamente il mio progetto e la mia voglia di ricerca dell’eccellenza, anche scientifica, sulla migliore produzione possibile e consapevole in un territorio in cui nessuno aveva mai sperimentato. Fu così che nacque un team di assoluto rispetto del quale hanno fatto parte, oltre me e lo stesso Salvo Foti, il professor Jean Siegrist dell’Università di Beaune in Borgogna e il professor Rocco Di Stefano dell’Istituto Sperimentale di Enologia di Asti. Fummo pionieri senza averne cognizione; moltissime prove e tanti tentativi di vinificazione. Un lungo percorso che ci ha portato ad individuare una strada tutta nostra che ci ha dato risultati forse inaspettati e che sono il sale del nostro successo. Oggi la nostra azienda possiede vigneti a Viagrande sul Monte Serra e una partita di questi sono Prefillossera; qui produciamo i due Etna Rosso “Serra della Contessa” e “Contrada Monte Serra”. Sul versante nord dell’Etna possediamo altre vigne a Rovittello, frazione di Castiglione di Sicilia, che danno vita all’Etna Rosso “Rovittello”, mentre dai vigneti di Milo, sul versante est, si produce l’Etna Bianco Superiore “Pietra Marina”. Ancora altre vigne sono a Santa Maria di Licodia, sul versante di sud-ovest, zona di produzione del nostro “Nerello Cappuccio” in purezza e di due nuovi Etna DOC che verranno immessi in commercio nel 2019.



L’azienda Benanti è considerata la pioniera della vitivinicoltura etnea: come si è arrivati a tanta notorietà che ha permesso di far conoscere il territorio dell’Etna in tutto il mondo?
Abbiamo elaborato una mission quasi filosofica che oggi è condivisa da tutti noi: una nostra versione dello slogan “think local, act global”. I miei figli Antonio e Salvino, che hanno storie personali completamente diverse, hanno studiato prima a Ginevra e poi a Londra lavorando anche nel settore finanziario. Attraverso le loro esperienze internazionali e la mia vita al servizio di un’impresa coinvolta nella competizione globale, abbiamo dato al nostro marchio confini molto larghi senza compromettere il collegamento, l’attenzione e il legame al territorio. L’Etna veniva chiamata “l’isola nell’isola”, io da anni la definisco un “arcipelago nell’isola” e più avanti spiegherò cosa intendo con questa definizione. Anche il periodo di vendemmia ha grandi variabilità; a Viagrande vendemmiamo la quarta settimana di settembre, a Rovittello circa quattro settimane dopo; a Milo nel 1992, a 800 metri di altitudine abbiamo vendemmiato il 10 novembre in occasione di una forte nevicata.

Ha paragonato per molto tempo i vini dell’Etna prodotti dalla sua azienda alla Borgogna, non le sembra una comunicazione un po’ audace?
Gli audaci sono sempre quegli imprenditori che scelgono di confrontarsi con un territorio pieno di complessità come quello nostro. Battute a parte, la Borgogna è un territorio di grandi, dolci e ondulate distese verdi. I suoi vini sono aggraziati, eleganti, di grande e indubbia classe.  Mi piace pensare ad un brand che abbia lo stesso lignaggio dei vini provenienti da un territorio che ha fatto la storia. Oggi ho l’impressione che la storia la stiamo facendo noi, ma venire paragonati ai vini della Borgogna per noi rimane una bella soddisfazione. Per la grande diversità e vocazione delle diverse sottozone, per l’estrema frammentazione e numerosità dei produttori, per la chiarezza delle varietà di uve coltivate e per il profilo e la finezza dei vini prodotti, il confronto tra i due territori è sostenibile. Naturalmente l’Etna ha la propria inconfondibile identità ed è probabilmente la zona vinicola più complessa al mondo.

Quali sono le differenze areali e le capacità espressive dei vini dell’Etna?
Torno sul punto della complessità della zona vinicola etnea. Ogni punto del vulcano, direi anche meno esteso di una contrada, è caratterizzato da una combinazione unica ed inimitabile dei seguenti elementi: esposizione, altitudine, luminosità, tipologia e conformazione di suolo vulcanico, piovosità, ventilazione, età del vigneto, sistema di allevamento. E’ un insieme di terroirs ben distinti, ciascuno dei quali rappresenta un’isola che compone l’arcipelago di cui parlavo. I contadini etnei dicono che ogni “vanedda” (traversina, stradina), ogni “rasola” (i sentieri di pietra lavica che dividono i settori) può delimitare una porzione di vigna con caratteristiche uniche ed una propria identità. I diversi elementi determinano poi la specifica vocazione ed i tratti distintivi di ciascuna zona. Zone diverse dell’Etna sono storicamente vocate per la coltivazione di specifiche varietà: la nostra azienda, presente su quattro versanti della DOC Etna, fa del rispetto di questa tradizione e di queste diverse vocazioni un suo elemento distintivo.



Lei è un amante della fotografia e della pittura: è questo uno dei motivi per cui le etichette dei vini Benanti riprendono quadri della sua collezione?
Ho sempre amato la fotografia da quando, a 14 anni, iniziavo i miei scatti in bianco e nero e guardavo le foto che faceva mio padre. Da ragazzo ho fatto diverse mostre vincendo anche molti premi, con la fotografia cerco di rappresentare quello ho visto; del soggetto spingo la capacità espressiva intrinseca che, come per il vino, è quella che non si può cambiare. E’ sempre una “storia di passione” che va seguita fino in fondo, cadendoci dentro. Il vino deve essere passione, cultura, stile di vita e racconto del territorio e se non ce l’hai non puoi soddisfare la tua esigenza interiore: generare e provocare una “emozione”. Dietro il tuo lavoro ci deve essere sempre una motivazione appassionata, naturale e spontanea.


Credits: Laura Frattini
Cosa devono esprimere i vini dell’Etna?
I vini dell’Etna devono esprimere il “territorio” dal quale provengono e la loro personalità; quello che abitualmente si definisce “terroir”! A mio avviso i vini dell’Etna devono avere eleganza, equilibrio, tipicità ed allo stesso tempo devono generare profonde emozioni ed essere ricordati nel tempo.

Pietra Marina, Nerello Cappuccio, Rovittello e Serra della  Contessa sono quattro grandi etichette che hanno fatto della sua azienda un marchio riconosciuto in tutto il mondo: ci vuole dire come nascono?
Questi vini provengono dai vitigni autoctoni dell’Etna. Il Pietra Marina Etna Bianco Superiore DOC è prodotto sin dal 1990 solo con uve di Carricante, coltivate a Milo. Il Nerello Cappuccio è prodotto al 100% dal medesimo vitigno, il quale se combinato ad uve di nerello mascalese in percentuale massima del 20% cappuccio e 80% mascalese, costituisce la definizione più tradizionale dell’Etna Rosso DOC. E’ nato nel 1998 come vino didattico, per far scoprire ed apprezzare una viarietà ancora oggi molto trascurata. Sull’Etna esistono solo cinque produttori di Etna Bianco Superiore e quattro produttori di Nerello Cappuccio in purezza. Il Rovittello è il nostro storico Etna Rosso DOC, prodotto sin dall’annata 1990 da una vigna molto vecchia ed a piede franco sul versante nord dell’Etna. Il Serra della contessa è un Etna Rosso DOC prodotto sin dal 1998 con uva della nostra tenuta di “Serra della Contessa” a Viagrande in prossimità della sommità del Monte Serra. Entrambi i vini sono assemblaggi, nati in vigne promiscue, di Nerello Mascalese e, in piccola parte, Nerello Cappuccio. Sono veri e propri testimoni della tradizione etnea.


I suoi collaboratori e i suoi due figli che valore aggiunto hanno apportato all’azienda?
La nostra è una storia di collaborazioni importanti con uomini che hanno condiviso in pieno la nostra filosofia e la nostra etica. Il nostro enologo, il Dott. Enzo Calì, oggi Responsabile Tecnico, è in azienda a tempo pieno sin dal 2004 e lavora in piena sintonia con la nostra famiglia e con un’affiatata squadra di tre cantinieri (Enzo Giangreco, Paolo Primavera e Giacomo Cascio) molto esperti e presenti in cantina sin dagli anni novanta. Ascoltiamo il territorio, un territorio che conosciamo bene, per produrre vini che lo rispettino al massimo, senza interpretazioni stravaganti. Abbiamo un’impostazione molto classica e cerchiamo di coniugare equilibrio e grande carattere. Il passaggio generazionale è avvenuto in maniera spontanea; i miei figli Antonio e Salvino, che hanno condiviso i principi ed i valori dell’azienda da me fondata, hanno date nuove prospettive ed ancora maggiori ambizioni e, insieme al nostro Export Manager Agatino Failla, grande professionista, divulgano la conoscenza dei nostri vini in diversi Paesi del mondo, riscuotendo consensi sempre maggiori. Quello che è stato costruito nel passato, oggi viene condiviso spontaneamente dalle nuove generazioni, nel rispetto del nostro carattere identitario.

Un errore che non avrebbe mai voluto commettere...
Non si commette un errore quando si sa di dover rischiare e si ha la capacità farlo. Personalmente non ho rimorsi... Un tempo avevamo la possibilità di andare avanti per tentativi e, se errori sono stati fatti, questi erano inevitabili ma pur sempre riparabili. Oggi abbiamo sostenuto investimenti importanti, ma abbiamo avuto la capacità e l’esperienza per pianificare il lavoro con competenze che vengono da lontano e che durano nel tempo. E sappiamo che tutto questo proseguirà con le generazioni a venire.

Se dovesse dare un consiglio ai suoi colleghi, quale sarebbe?
Questo è un campo dove l’esperienza vale mille consigli, ma la regola principale che vorrei trasmettere è quella di tenere bene in mente l’obiettivo da raggiungere, facendo sempre scelte coerenti con esso. Nel mondo del vino costanza e coerenza valgono tantissimo. E poi tornerei su quella “rasola” di cui parlavo prima. Produrre vino restando sempre legati indissolubilmente alle pietre, alle sabbie, alle ceneri, all’essenza ed all’anima dell’Etna. I nostri contadini queste condizioni le conoscono e ci danno sempre un grande supporto riuscendo a distinguere, diversificare e classificare perfettamente l’anima di questi luoghi.

Quali sono le prospettive future dell’azienda Benanti, a cos’altro ambisce?
Sono tante le soddisfazioni che questo lavoro ci ha trasmesso, siamo presenti anche all’interno di una pubblicazione internazionale, scritta da un importante Master of Wine francese riservata ai 24 produttori del mondo che, secondo l’autore, sono stati capaci di cambiare e indirizzare il destino della loro zona vinicola. Solo quattro sono italiani. Attualmente abbiamo una produzione di circa 160.000 bottiglie e tutte si esauriscono nel giro di mesi. Non puntiamo ad una crescita importante dei volumi ma nei prossimi anni, a partire dal 2019, proporremo alcuni nuovi vini, chicche assolute provenienti da più versanti del vulcano, che completeranno la nostra gamma. Puntiamo semplicemente a fare sempre meglio ciò che già facciamo, con costanza, con coerenza, con grande impegno e puntando sempre all’eccellenza, senza compromessi.

Se dovesse aprire una bottiglia della sua produzione in occasione di un avvenimento per lei molto importante, quale vino sceglierebbe e di quale annata?
Produrre vino di eccellenza è qualcosa di importante. Aprire una bottiglia, girare il tappo e portarlo al naso per interpretare cosa sia successo prima di quel momento; versarlo per leggerne il colore e denotarne le densità. Non è un evento tutto questo? Forse faccio questo lavoro proprio perché penso che tutta la mia vita sia stata un grande evento e questo è il prodotto della mia vita. Abbiamo fatto una verticale di “Pietra Marina” e siamo arrivati a degustare vini di oltre 20 anni fa; per cui se parliamo di bianco sicuramente un “Pietra Marina” 1994 o, perché no, 2009. Se invece parliamo di rosso vorrei offrire un “Rovittello” 1996, 2004 o anche i più recenti 2013 e 2014, ma anche “Serra della Contessa 2001, 2004 o 2011” e “Nerello Cappuccio 2012”. Quest’anno l’azienda da me fondata compie trent’anni, quale occasione migliore per degustare questi vini!


Cosa vuole che le auguri?
Di restare semplici. Ma come disse il comandante della nave: “barra dritta e avanti tutta” e vorrei aggiungere “guardare avanti...vedere oltre”. Il vero augurio è di continuare a mantenere il livello di eccellenza che siamo sempre riusciti a dimostrare; il nostro settore, davvero esaltante, è sempre più sotto i riflettori e richiede sforzi e anche investimenti notevoli. La differenza però è anche nella quantità di cuore e passione che riesci a mettere e trasmettere ogni giorno. Valori che a noi certamente non mancano.
Ultima modifica ilLunedì, 11 Giugno 2018 10:48

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