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Napa Valley: un grande esempio enoturistico da emulare in Puglia

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Una passeggiata tra le vigne della Napa Valley, piccola regione vitivinicola situata a circa 90 km a nord-est di San Francisco, si è trasformata in un’occasione di riflessione su interessanti tematiche relative al settore del wine tourism nostrano, croce e delizia del comparto turistico nazionale, ricco di potenzialità non ancora completamente realizzate; riflessione nata da un insolito parallelismo tra la nota regione vitivinicola californiana e la Puglia.
 
Il confronto è nato inizialmente dalla degustazione di alcuni campioni di Zinfandel, vitigno considerato ormai autoctono della California e geneticamente quasi identico al nostro Primitivo, tanto da far pensare, in un primo momento, che fosse giunto negli States direttamente dalla Puglia. In seguito, approfondite indagini sul DNA hanno dimostrato che entrambi derivano da un antico vitigno croato, il Crljenak Kastelansky, arrivato negli Stati Uniti dall’Austria nel 1820, e molto prima in Italia, in circostanze ancora ignote.

Nonostante le differenze dovute a suoli e climi, più diversificati in Puglia rispetto alla California, entrambi i vitigni danno le loro migliori espressioni se coltivati ad alberello, forma di allevamento tradizionale che riduce notevolmente le rese (in particolar modo nelle piante più vecchie), favorendo la produzione di vini concentrati e potenti ma allo stesso tempo armoniosi ed eleganti, secondo uno stile più internazionale nel caso dello ZinfandeI (grazie anche a disciplinari di produzione meno rigidi che lasciano più spazio all’iniziativa degli imprenditori e degli enologi); più “territorialista” nel caso del Primitivo, grazie al profondo legame tra vitigno, territorio e tradizione enologica.

Zinfandel e Primitivo vengono entrambi usati anche per la vinificazione di rosati, se pur con risultati qualitativi molto differenti. Il White Zinfandel, infatti, è il rosato dal sapore dolce ancora molto in voga negli States che, nonostante la discutibile qualità, ha avuto il merito di avvicinare al vino  gli americani, tradizionalmente grandi consumatori di birra. Di tutt’altra stoffa invece gli omologhi pugliesi da Primitivo, dai colori sfavillanti, fortemente identitari del territorio e di una vocazione alla produzione e commercializzazione di vini rosati iniziata nei primi anni ‘40 del Novecento.



Lo “Zin”, ampiamente coltivato in Napa Valley insieme al Cabernet Sauvignon e allo Chardonnay, ha contribuito al successo di questa piccola regione, considerata non solo un polo di eccellenza produttiva, ma anche emblema di una fiorente industria turistica di cui il vino costituisce l’innesco, e che registra, anno dopo anno, sempre maggiore interesse da parte dei turisti di tutto il mondo, riuscendo nel non facile obiettivo di fare del vino il cardine e il traino della propria economia.

Come è possibile che milioni di turisti ogni anno arrivino in Napa Valley appositamente e unicamente per visitare le cantine e i vigneti di questa regione? E come questo virtuoso modello può essere applicato alla nostra realtà nazionale e regionale?

Il merito è sicuramente delle bellezze paesaggistiche ma ancor di più degli imprenditori di Napa, dei loro grandi investimenti in tecnologia e promozione, e della loro lungimiranza nel capire le potenzialità e le opportunità di questo settore, nonostante l’enorme gap da recuperare in quanto a tradizione enologica rispetto ai più blasonati Paesi produttori europei. Il Wine Tourism qui è diventato una vera e propria industria fondata sull’azione sinergica delle oltre 400 cantine della regione e su un’attenta e unitaria pianificazione mirata a un’offerta varia e completa, che nell’arco di qualche decennio ha permesso di raggiungere risultati davvero importanti: 3 milioni e mezzo di turisti all’anno (dati del 2016) per un giro d’affari poco più di 2 miliardi di dollari, migliaia di addetti ai lavori e margini di crescita positivi anno dopo anno, legati principalmente al costante aumento dei flussi turistici stranieri, in particolare cinesi.



Secondo i dati emersi dal “Secondo Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2019”, curato dalla Prof. ssa Roberta Garibaldi, (Esperta di Pugliapromozione, agenzia del turismo della Regione Puglia, del prodotto turistico enogastronomico) lo scenario nel nostro Paese è significativamente diverso. Seppur costantemente in crescita, il Food&Wine Tourism è ancora un corollario, un’esperienza da affiancare a un viaggio di tipo prevalentemente culturale (o con altra motivazione primaria) per ben il 98% dei turisti italiani negli ultimi tre anni; il 56% di essi, sempre nello stesso periodo, ha visitato una cantina, mentre il 44% ha partecipato a uno dei numerosi eventi legati al vino che si tengono nella nostra penisola.

Per quanto riguarda la Puglia invece, si è calcolato (secondo i dati emersi dal Buy Puglia dell’Ottobre 2018) che i turisti esclusivamente enogastronomici arrivati qui nel 2017 sono solo l’1%, soprattutto stranieri provenienti da Regno Unito, Francia, USA e Olanda, ferma restando comunque la sua collocazione al terzo posto (dopo Sicilia e Toscana) nella classifica delle regioni più amate dai turisti enogastronomici: merito degli intensi sforzi della Regione Puglia concretizzatisi nel Piano Strategico del Turismo 2016-2025, che prevede un’azione a più livelli mirata alla programmazione e alla promozione.

I dati sono estremamente interessanti soprattutto in funzione di una maggiore comprensione della componente motivazionale del turista, che lo spinge a preferire un luogo ad un altro in relazione proprio all’offerta enogastronomica.

A questo scopo potrebbe risultare utile proprio il modello organizzativo californiano, che ha evidenziato soprattutto il successo del fare squadra, dell’azione combinata dei singoli nel perseguire lo stesso obiettivo e che, anche in Italia, quando applicato, ha portato ad egregi risultati, come per esempio nelle Langhe piemontesi, in Alto Adige e nei territori del Chianti Classico.

In un momento in cui l’enoturismo può rappresentare un filone di grande attrattiva sulla base della ricchezza e della varietà del nostro patrimonio ampelografico, legato indissolubilmente al territorio, è necessario rispondere con una cooperazione strategica tra le parti interessate, istituzionali e private, e un’offerta propositiva e competitiva, che costituisca un elemento di differenziazione rispetto alle altre mete turistiche e non un semplice allineamento alla domanda esistente.

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