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Cantine del Notaio e le straordinarie qualità dell’Aglianico del Vulture

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“Quell’angolo di terra mi sorride più di qualunque altro”, sono i versi con i quali Orazio, il sommo poeta latino originario di Venosa, descrisse il luogo nel quale avrebbe voluto invecchiare, ma che potrebbero adattarsi, per affinità di sentimento, anche a quello in cui nacque e trascorse la sua infanzia.

Quei posti, il cui vagheggiamento riaffiorò spesso nei suoi versi, insieme al ricordo dei “notos montes”, ovvero quel Vulture dalle sette cime nei cui boschi si era perso, animosus infans, sfuggendo al controllo della sua nutrice, vengono descritti con precisione e nitidezza in una sorta di mitizzazione del paesaggio natio.

Tutt’oggi la bellezza a tratti selvaggia di questi luoghi ammalia chi ne fruisce e li rende simbolo di uno degli angoli più incontaminati del territorio nazionale. La placida e maestosa presenza del vulcano condiziona profondamente il pedoclima di questo ambiente, rendendolo ideale per la coltivazione della vite, e in particolare dell’Aglianico.

Gerardo Giuratrabocchetti, eclettico patron delle Cantine del Notaio di Rionero in Vulture, fonda qui la sua azienda nel 1998, continuando una tradizione lunga 7 generazioni. E’ un convinto assertore dell’unicità di questo territorio, reso tale non tanto da fattori chimici quanto da fattori fisici: escursioni termiche fortissime, temperature estreme (rese torride d’estate dallo scirocco, l’Atabulus, come era chiamato da Orazio), mancanza di pioggia e suolo tufaceo sono gli elementi che determinano una maturazione del tutto peculiare dell’Aglianico, che proprio per questi motivi, unici e irripetibili, lo legano univocamente al territorio anche nel nome: Aglianico del Vulture.

In particolare, il tufo vulcanico che costituisce la base litologica del suolo dell’area, deriva dall’esplosione (e non dall’eruzione) del Vulture circa 133000 anni fa. Data la sua straordinaria attitudine a assorbire l’acqua di inverno e rilasciarla in estate, viene poeticamente definito dai contadini del luogo “il tufo che allatta”: la Madre Terra non abbandona mai i suoi figli e d’estate, quando non piove, nutre le piante dal basso.

Gerardo ha puntato tutto sulle straordinarie qualità dell’Aglianico del Vulture, riscattandolo da un passato che non ha saputo rendergli giustizia. Essendo un vitigno a maturazione tardiva, la raccolta avviene dalla fine di ottobre finanche alla fine di novembre, quando l’abbassamento repentino delle temperature causa il blocco della fermentazione. In passato quindi, quando non c’era alcun tipo di supporto tecnologico che consentisse il controllo delle temperature, le uniche strade possibili erano due: l’imbottigliamento del mosto parzialmente fermentato (con successiva rifermentazione in bottiglia), che originava vini frizzanti e spumanti metodo classico ancestrali (al quale non veniva neanche praticata la sboccatura), e che spiega la antica vocazione spumantistica della zona; o, in alternativa, la produzione di mosto da taglio, particolarmente apprezzato dai grandi mediatori del varesotto, e lavorato dalle sette cantine sociali presenti nel raggio di pochi chilometri.

La Firma, cronologicamente la prima etichetta delle Cantine del Notaio, rappresenta, alla sua prima uscita sul mercato nel 2000, un punto di discontinuità rispetto al passato, una nuova generazione di Aglianico del Vulture: un prodotto strutturato, non più ossidato e eccessivamente acido, studiato al fine del raggiungimento di un grande equilibrio complessivo che esalti e rispetti le straordinarie potenzialità del vitigno.

Inoltre, ricchezza in alcol, in acidità e in tannini, tre conservanti naturali, rendono questo vino predisposto all’invecchiamento come pochi altri.

I vini dell’azienda portano tutti nomi legati all’attività notarile (omaggio di Gerardo a suo padre) e rappresentano le diverse declinazioni dell’Aglianico, con livelli crescenti di concentrazione e struttura ottenuti intervenendo sull’epoca di raccolta: dal Protesto, semplice e frizzante omaggio alla tradizione dei paesi del Vulture, fino al Sigillo, elegante e armonica espressione di uve Aglianico, raccolte dopo un periodo di surmaturazione sulla pianta, che regalano al vino una struttura e un ventaglio olfattivo di grande opulenza.



Senza dimenticare i rosati e i bianchi, anche in versione spumantizzata, sempre da Aglianico in purezza o in blend con Sauvignon, Malvasia, Moscato e Chardonnay. Di grande impatto olfattivo, infine, l’Autentica, vino dolce prodotto da uve Moscato e Malvasia del Vulture appassite in pianta e poi sui graticci, dai dolci profumi di miele e agrumi canditi e dall’importante spalla acida.



I vini vengono prodotti nel moderno e innovativo stabilimento di Serra del Granato, posto ai piedi del maestoso vulcano spento in un edificio ispirato alle tradizionali masserie lucane, mentre il loro affinamento avviene in antiche grotte naturali scavate nel tufo prima dagli Albanesi, arrivati a Rionero nel 1533, esuli in fuga dalle persecuzioni ottomane, e poi dai frati francescani, giunti in zona per curare la malaria. Essi, oltre alla costruzione della Grancìa, un grande edificio usato come deposito di grano e olio e oggi sede del bel Museo del Brigantaggio, scavarono anche grotte adibite alla produzione e alla conservazione del vino.

L’importanza che il paese assunse come centro di produzione e commercio di vino è testimoniata dalle 1250 cantine scavate nel tufo, che formano una fitta e suggestiva rete di cunicoli sotterranei lunga chilometri.

Alle cantine di proprietà dell’azienda si accede attraverso il Facìle, una corte concava a forma di ferro di cavallo, che raccoglie le acque piovane a mo’ di bacile, parola dal quale deriva appunto il termine dialettale facìle.

Le grotte al loro interno presentano condizioni difficilmente ripetibili artificialmente, cioè assicurano un livello di umidità costante, per cui il legno delle barriques non subisce variazioni di stato, e una temperatura che, mi precisa Gerardo, al contrario di quanto comunemente ritenuto, non deve essere immutabile (perché porterebbe il vino a “impazzire”), ma variabile a seconda delle stagioni, tanto da provocare, in estate, la rifermentazione dei residui zuccherini e in inverno la perfetta decantazione. Ecco che dopo quattro stagioni trascorse nelle botti in questo ambiente così particolare, il vino, che è costituito di materia viva, risulta stabile; così come vivo e palpitante è l’ecosistema delle grotte, in cui colpisce la presenza sulle volte di piccole alghe gelatinose, testimoni della respirazione del tufo e della sua vitalità.



Tutto qui è carico di simbolismi: dall’emblema del Palmento del Vulture, divenuto un simbolo per tutte le cantine di Rionero, raffigurante la croce che pianta le sue radici e veglia le botti; allo stemma scolpito sull’entrata alle grotte in cui si vede la mano di San Francesco che incrocia quella di Gesù, uniti per sempre nel segno della Croce; fino al presepe allegorico, fortemente voluto da Gerardo, che racconta la storia di Rionero attraverso la rappresentazione di alcuni dei suoi personaggi più pittoreschi.

Un continuo rimando ai racconti e alle tradizioni della civiltà contadina, a luoghi e persone ormai lontani nel tempo ma vivi nella memoria di Gerardo Giuratrabocchetti, nei suoi appassionati racconti, nella sua minuziosa opera di recupero di documenti e cimeli del passato, e anche nei suoi vini, moderni interpreti di una straordinaria vocazione territoriale e famigliare.

Non omnis moriar, diceva, appunto, Orazio. Non morirò del tutto...

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