Preferisci un vino autoctono o internazionale?

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Ad ognuno di noi è capitato almeno una voltadi trovarsi al ristorante e chiedere al cameriere, o meglio ancora al sommelier, di poter bere un “vino della zona”. Ma cosa intendiamo esattamente con questa frase? La risposta è semplice direi, ogni territorio ha il proprio vino.

Affidandoci ai consigli del personale di sala, proveremoad assaporare i gusti caratteristici del luogo in cui ci troviamo. Si rivela, dunque, fondamentale per noi appassionati, conoscere, ancor prima di soffermarsi su etichette, produttori ecc., la provenienza dei vini che assaggiamo.

Il mondo e soprattutto le terminologie del vino sono molto vaste, direi quasi infinite, ma credo che, per iniziare, sia ben importante saper definire due grandi classi di vitigni: autoctoni o tradizionali ealloctoni o internazionali.

Questi ultimi, sono l’insieme di vitigni di più immediata identificazione, rappresentano la gran parte dei vigneti mondiali in quanto coltivati in ogni superficie vitata delle diverse zone di tutto il mondo. Si tratta di vitigni molto conosciuti, che con il tempo l’uomo è riuscito a coltivare in territori diversi e distanti tra loro. Parliamo di varietà come Chardonnay, Sauvignon Blanc, Cabernet Franc, Merlot, Pinot nero e Syrah, da cui prendono vita grandi vini.

Con la definizione di “autoctoni” vengono classificati, invece, quei vitigni originari o meglio coltivati principalmente inun luogo specifico; un vitigno nato in una certa zona, e che lì, in quel preciso territorio, continua a crescere e ad essere coltivato.

Questi vitigni hanno una diffusione limitata a piccole zone di origine, zone in cui la vite cresce con proprie ed uniche caratteristiche che la distinguono dalle altre varietà.

E’il territorio a scegliere il suo vitigno. Sono più di 6000 le varietà di vite conosciute. L’Italia risulta essere il paese con più vitigni autoctoni in assoluto, oltre ben 600, ed è per questo che in un paese come il nostro, con un territorio ed un clima diverso dal Nord al Sud, troveremo una variabilità di vitigni e dunque di vini, senza eguali nel mondo.

Per citarne alcuni possiamo partire dai Barbera, Freisa e Moscato in Piemonte, il Verduzzo friulano, a seguire Corvina e Garganega in Veneto, il signor Sangiovese toscano affiancato da Montepulciano e Canaiolo, l’Aglianico campano, la Malvasia del Lazio, il Primitivo pugliese, finendo nella bella Sicilia con il Cataratto e il Nero d’Avola.

Ed è proprio dal vasto numero di varietà coltivate in Italia che possiamo capire che ogni territorio, in base al tipo di suolo ed al clima ad esempio, possiede la sua “specialità” divenuta con il tempo tradizione.

Il rischio che un bravo produttore dovrà evitare è quello di voler ottenere un risultato facile, garantito e immediato, piantando vitigni internazionali e abbandonando l’utilizzo del vitigno locale, anzi questo andrà semprevalorizzato, in modo particolare per non perdere l’enorme patrimonio ampelografico dei nostri paesi.



Dall’altro lato noi appassionati assaggiatori dovremo fare il nostro, riscoprendo gli aromi dei vini “tipici” e dando loro il giusto merito. Tanto per iniziare in modo semplice, se vogliamo seguire le tradizioni, cerchiamo di non lasciare il Piemonte senza aver gustato un buon Barolo, di non ordinare un prosecco in Toscana, di accompagnare un panino con la mortadella con il Lambrusco,le orecchiette con le cime di rapa assolutamente con un rosato da negroamaroe perché no, se vi doveste trovare a Reims non fatevi tante domande, l’unica vera risposta si chiama Champagne!



Borgo Savaian, Malvasia 2018, Friuli Isonzo Doc

Siamo a Cormons, in Friuli Venezia Giulia nella zona dove la caratteristica ponca del Collio, un terreno di marna e arenaria stratificatesi nel tempo, si unisce alle prime ghiaie della pianura friulana, a pochi chilometri dal confine con la Slovenia, in provincia di Gorizia. In questo paesaggio meraviglioso, ai piedi del monte Quarin, l’azienda Borgo Savaian produce vini di grande qualità.

Tra i bianchi possiamo trovare la loro Malvasia, un Friuli Isonzo Doc di tutto rispetto. Nel bicchiere, il vino risulta essere limpido di un giallo paglierino intenso con riflessi dorati e piuttosto consistente. Alla vista è piacevole, ha un bel colore carico che mi ha portato subito a pensare fosse un vino di “carattere”.

Al naso gli aromi che si riconoscono sono quelli primari, si possono riconoscere sentori di fiori, salvia e peperone. Gustandolo il vino riempie bene la bocca, risulta fresco, con una giusta acidità, pastoso al punto giusto e piuttosto persistente. Nel complesso questa malvasia giovane, 2018, si presenta come un vino di corpo e sa il fatto suo se abbinato ad un primo delicato o ad un secondo di pesce. Non è per tutti, infatti attenzione a non berlo a stomaco vuoto perché con i suoi 14.5% potrebbe giocare qualche scherzo!

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