Chi è senza peccato scagli la prima pinta!!!

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Non so dire se sono un “Gran Conoscitore”, di certo sono un Gran Consumatore di quella bevanda spumeggiante che, comunemente, viene detta Birra.

E poiché stento ad ingurgitare alimenti sconosciuti, mi definisco un gran consumatore mediamente consapevole. E dunque qualche parola sulla birra tendo a spenderla. Di norma non amo entrare nelle discussioni polemiche, ritengo che il mondo sia bello perché è vario e sarei in conflitto di interessi se immaginassi un mondo uniforme. Già rabbrividisco al pensiero, specialmente se penso a birre uguali in ogni angolo dell’universo.

E dunque imparai assai presto, dal grande Kuaska, che la birra non esiste, ma esistono le birre. E approfondendo gli studi mi trovo qui, quasi ogni settimana, a discettarne sia dal punto di vista storico che da quello contemporaneo. Parlando ovviamente di birra come mi capita con il vino, solo dopo averne consumato quantità cospicue. Non sono all’altezza di giudicare un prodotto bevendone un sorso, sciacquandomi la bocca e sputandolo. Solo dopo averne bevuto abbastanza ed in occasioni differenti mi permetto di accennare a giudizio.

Questa mia inclinazione mi ha condotto a partecipare ad alcuni gruppi di confronto invitato da persone assai più titolate di me come Carlo Cleri e Paolo Mazzola e verso le quali nutro grande rispetto ed immensa stima.

Orbene la notizia che mi ha spinto a prendere carta e penna si direbbe una volta è la polemica scatenata dalla vicenda degli Chef che sponsorizzano Birra Moretti.

Polemica che, francamente, non comprendo affatto.

Davvero Eugenio Signoroni che su Slowine ha commentato il fatto mi ha lasciato stupito. In particolare nel passaggio in cui nomina la “cultura birraria”. Ora io non so bene cosa sia la cultura birraria e questa è sicuramente colpa mia, ma pretendere che di cultura (birraria o meno) se ne occupi una multinazionale della birra e sei cuochi (grandissimi nel loro lavoro senza dubbio ma sempre cuochi sono!) mi sembra davvero esagerato.

Siamo nel mondo del marketing e nel marketing si fanno markette, ormai lo sanno anche i bambini dell’asilo, quindi l’iniziativa di Moretti e di Heineken è una iniziativa di chi ha grandi mezzi finanziari e assume le facce di maggior successo. Un po’ come la Nike metteva le scarpe ai grandi calciatori …

Pensare di invertire il trend mi sembra quantomeno immodesto, non avremo mai un Grande Chef che presta la faccia ad un birrificio che produce mille litri di birra al mese. Perché un microbirrificio non avrà mai i soldi per pagare un Grande Chef, forse nemmeno uno piccolo, forse nemmeno un giornalista o sedicente tale che gli faccia le markette.

Perché Grandi Chef e molti “giornalisti del settore” con quei soldi ci devono campare ed è giusto che li prendano e si vendano la faccia in cambio di un po’ di denaro.

Certo ci sono persone che hanno la fortuna di incontrare qualcuno che ne apprezza il valore in forma gratuita, ma sono casi rari, dopo un po’ le esigenze di stampa e di “visibilità” si fanno sentire …

E quando si entra in questo gioco non è che i denari hanno un odore.

Qualche settimana fa Paolo Mazzola scrisse un bellissimo post che principiava così: “Mi sto interrogando da tempo sul nodo dei rapporti di Slow Food con multinazionali del cibo e della distribuzione , lo ritengo il punto più critico di Slow Food, e volevo sottoporvi alcune mie riflessioni. La nostra organizzazione è cresciuta molto, ha una struttura importante ….tutte queste attività non si autoreggono e quindi sono necessarie sponsorizzazioni. Vorrei partire dai master birra che conosco bene e dai relativi sponsor.”

E spiega benissimo Paolo come sono le cose, non lo riporto per intero perché non ho chiesto il permesso di condividerlo, ma non si può criticare l’altrui pelo se non si fa una scelta decisa e si abbandona il proprio palo.

Dal mio punto di vista non v’è scandalo nella iniziativa di Moretti, non v’è scandalo nella sponsorizzazione di EXPO da parte di Coca Cola o di McDonald. Sono aziende che seguono logiche di profitto esattamente come altre aziende, da Eataly alla Barilla, dalla Nestlé al Tavernello.

Noi scegliemmo per tempo di distinguere i nostri percorsi da TUTTE le produzioni di multinazionali in ogni campo e dunque abbiamo rispetto dell’industria ma continueremo a difendere le piccole produzioni locali, che danno identità, cultura (per davvero) e dimensione umana.

Non aspettiamo i Grandi Chef delle Grandi abbuffate televisive, ci accontentiamo dei piccoli amici che nei loro silos della memoria conservano gusti e ingredienti ancestrali e della catena: buono, pulito, giusto e fruibile, mi sia permesso di aggiungere.

Ed anche qui mi approprio di un pensiero di Paolo Mazzola: ” Personalmente …. vorrei maggiore chiarezza e prese di posizione. Mai come oggi le logiche delle multinazionali del cibo presentano delle crepe , non sono sostenibili perché bypassano gli stati nazionali, anche per le risorse e fiscalmente, perché hanno divisioni del reddito inique, non possiamo solo a parole e con qualche articolo qua e là perseguire una visione di un mondo sostenibile, ma dovremmo essere militanti coerenti di questa visione.”

Io ci sto, ben conscio della realtà e ben sapendo che berrò birra buona sempre. Poiché appartengo alla categoria dei Consumatori Paganti e non a quella dei Consumatori Pagati. E delle Facce da Chef francamente me ne infischio, perché se non sei disposto a pagare un prezzo per la tua libertà allora non te la meriti.

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