Gin: grazie e disgrazie nella storia

Scritto da | Pubblicato in distillati Gin: grazie e disgrazie nella storia

Come sempre sono i governi che fanno i modo che qualunque cosa assurga ad uso comune e benedetto.


Di qualunque prodotto si tratti non v’è miglior testimonial di un governo, di un sovrano o di un papa. Lo fu per la pasta, lo fu per il Vin Mariani e, ovviamente lo fu anche per il Gin.

Anno di grazia 1677, Maria Stuart sposa Guglielmo d’Orange. Undici anni dopo Guglielmo diventa Guglielmo III d’Orange, Re d’Inghilterra. E dall’Olanda il genevier si diffonde nella Britannia. Il cattolico Cognac della cattolica Francia fu bandito e furono promulgate leggi che favorivano la distillazione in loco di distillati “protestanti”, tra i quali per l’appunto il genevier che, per la semplificazione molto usa alla lingua inglese, presto diventò Gin e diventò anche molto più cattivo.

Richiesta e incentivi alla produzione (nel 1743 furono pagate accise per settanta milioni di litri in una Inghilterra che aveva sei milioni di abitanti) abbassano la qualità, e il genevier “buono” (circa cinque milioni di litri) veniva importato dall’Olanda fino agli inizi del 1900.

Nessun disciplinare e nessun controllo nella produzione, solo riscossione della tassa. E, spesso, per eluderla, la distillazione avveniva in casa e, per risparmiare, si usava birra andata a male come base del distillato e poi si aggiungevano essenze aromatiche di varia natura. Spesso il gin ottenuto era opalescente e aromatizzato con le susine selvatiche (prunus spinosus) molto tanniche e amare, dunque capaci di coprire i difetti del distillato. Era detto Sloe Gin.

I gin così prodotti, proprio per la loro scadente qualità venivano raccolti sotto la denominazione di “Bath pipe gin”. I costi si abbassarono così tanto da diventare inferiore a quello della birra e, quindi, la bevanda più consumata nel regno. Basso costo ed alta gradazione innalzarono di molto la piaga dell’alcolismo che penetrò anche negli starti più basi della società.

La “Gin Craze” sconvolse la società inglese del tempo, facili guadagni ed anche effetti collaterali dell’alcool divennero le molle che muovevano il consenso.

Nacquero finanche delle innovazioni di servizio: gli avventori dei pub potevano anche evitare di perdere tempo entrando ed ordinando al banco. I “black cat face” segnavano i punti di servizio. Una cannella di metallo sporgeva dal pannello. Una moneta da un penny nella fessura e una dose di Old Tom (cfr. art. prec.) sgorgava dalla cannella. Era nato il primo distributore automatico di bevande.

L’etilismo si diffuse rapidamente e con esso le sue nefaste conseguenze. Criminalità, denatalità, malattie e disintegrazione sociale. La leva delle tasse fu usata pesantemente e furono pesanti le reazioni fomentate dalle distillerie. Un ruolo importante fu svolto dalla detassazione del The. Ormai il danno però era fatto anche se la repressione e la pesante imposizione fiscale ridussero il consumo di Gin a dimensioni meno pericolose. Il “Gin Act” fu l’ultimo colpo a quella che era stata la produzione di distillato più diffusa nella storia dell’umanità. Si calcola che una famiglia su cinque producesse il suo distillato per consumo personale ed, eventualmente, per piccolo commercio. Così nascono le ricette.

Come sempre nel mare magnum del caos si crea qualcosa che trova il diritto di sopravvivere. E diventa produzione industriale e fenomeno economico. Di questo ne parleremo alla prossima puntata, ed anche di qualche gin attuale.

Tag

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *