Il Gin entra nell’età moderna

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Gin moderno e genesi del cocktail “salutista”

La pubblicazione del Gin Act pose termine alla distillazione “autodidatta” e definì regole precise di produzione.

La prima legge che va sotto il nome di Gin Acts fu emanata nel 1735 (The Spirit Duties Act 1735) conosciuta comunemente come Gin Act of 1736.

Essa stabiliva una tassa sul gin e il rilascio di una licenza annuale per i produttori. Al primo Gin Act ci fu una vera e propria rivolta popolare poiché la tassa era assai esosa (£50 annue per la licenza) e slegata dalle quantità prodotte.

Nel 1742 fu emanato The Spirits Act 1742 (noto comunemente come Gin Act of 1743) nel quale la tassa fu legata alla produzione passando da una “cedolare secca di 50£ a 20 scellini (1£) per gallone (poco più di 4,5 litri)” riducendo di fatto il peso per i piccoli produttori. Il popolo si calma ma la piaga dell’alcool no.

Otto anni dopo viene emanato The Sale of Spirits Act 1750 (noto comunemente come the Gin Act 1751) orientato con chiarezza alla riduzione del consumo degli alcolici ed in particolare del gin.

Vengono messe fuori legge piccole distillerie e rivendite diffuse lasciando a pochi grandi produttori il privilegio di concentrare la produzione. In questa maniera si creano monopoli ma anche facilità di controllo. con il Gin Act 1751 si incentiva l’uso della birra ma soprattutto del the. Chi ne trasse il massimo benficio dal Gin Act fu Alexander Gordon, distillatore scozzese che aprì la sua distilleria a Londra (Finsbury) nel 1742 puntando su un distillato dalle caratteristiche organolettiche superiori.

Nasceva il London dry gin. Il peso più importante era nel distillato rispetto ai componenti botanici.

Qualche anno dopo (1793), in un monastero benedettino del 1400 immerso in un parco, il parco di Dartmoor, si installa “The Black Friars Distillery”. Siamo a Plymounth, porto dal quale partono i convogli per le Americhe. Qui, con un disciplinare botanico rigorosissimo, una delle poche doc per distillati al mondo, nasce il Plymounth, Gin a 56 gradi con una leggera nota dolce, fra Old Tom e London Dry, unico nel suo genere e ancora prodotto come l’originale. Sono ammessi solo sette botanicals e prodotto esclusivamente con quel disciplinare territoriale.

Il “London Dry”, invece, può essere copiato e prodotto ovunque, i criteri di produzione da rispettare sono semplici e limitati: mancanza di residuo zuccherino e la presenza di alcuni botanici codificati, soprattutto il ginepro.

Per la verità, in epoca Vittoriana nacque anche lo Sloe Gin, che usava come essenza il prugnolo selvatico, si diffuse nei salotti borghesi ma poi decadde scomparve dal mercato.

Da jeneve corroborante, a piaga sociale per i suoi effetti sulla salute, il Gin ritrovò nobiltà e qualità. E dunque fu riammesso tra i principi profilattici. L’emissione del Navy Strenght, ovvero della norma per la quale ogni nave che partiva da un porto inglese doveva imbarcare tanto gin da assicurare la razione giornaliera ad ogni membro dell’equipaggio (ca 40 cl).

E dunque il Plymounth si diffuse in tutto il Commonwealth. Il Plymounth era la base per assumere la razione giornaliera di succo di lime per evitare lo scorbuto o la razione di acqua di chinino per curare la febbre malarica.

Erano nati il Gimlet e il Gin Tonic. Il Pink Gin nacque sulle Royal Navy come vezzo degli ufficiali, per puro piacere. E per attutire il dolce del Plymounth quattro gocce di angostura sono il toccasana .. È successo dunque, il gin comincia a viaggiare in compagnia, si apre la smisurata frontiera dei cocktail …

Certo anche per i cocktail c’è gin e gin. Ma di questo ne parliamo più avanti.

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