Brandy Italiano Artigianale: la rivincita dei 4 moschettieri!

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Bruno “D’Artagnan” Pilzer, Gianni “Aramis” Capovilla, Guido “Athos” Fini Zarri, Mario “Porthos” Pojer, al servizio del Brandy Italiano Artigianale per risvegliarlo dal torpore nel quale è ricaduto nell’ultimo periodo, lontano da quel mainstream della Milano da bere degli anni ‘80 e farlo finalmente ad assurgere ai fasti che merita al pari e più del Cognac a cui non ha niente da invidiare.
 


Amici, prima di essere “colleghi”, la loro unione nasce dal desiderio di far riscoprire questo distillato di vino, per ridargli la dignità ma rispettando delle “semplici” regole di produzione artigianale:

- accurata selezione della materia prima, l’uva, che deve essere in perfette condizioni
- fermentazione alcolica senza aggiunta di anidride solforosa utilizzo di soli alambicchi (Charentais o a bagnomaria) che estraggano delicatamente gli aromi
- lunghi invecchiamenti in botti di rovere
- nessuna aggiunta di aromi naturali o artificiali né tantomeno zucchero e caramello
- filtrazione a temperatura ambiente come unica pratica ammessa prima dell’imbottigliamento

Un distillato di vino che è tecnica, arte, (tanta) esperienza, coraggio sopraffine nello sperimentare, testa e soprattutto cuore, quello di questi produttori che sono ancora capaci di farci emozionare ed innamorare del brandy artigianale italiano.

Così, un paio di settimane fa, insieme hanno presentato a Milano alcuni dei loro brandy un po’ agée, ognuno capace di raccontare sia lo stile del suo mastro distillatore sia l’appartenenza ad un territorio, senza nessuna omologazione, così che Pilzer per il suo “Historie” Portegnac 13 anni sceglie il Lagarino mentre i sui vicini di casa Pojer&Sandri aggiungono all’uva Lagarina la Schiava per ottenere l’Acquavite Divino Dolomiti millesimo 2000, Villa Zarri si affida al Trebbiano Romagnolo per l’Assemblaggio Tradizionale 10 anni Villa Zarri ed infine Capovilla, Corvina Corvinone e Rondinella per il Distillato di Vino 1998.



A parlare sono soprattutto profumi e sapori, meglio se degustati in un piccolo bicchiere a tulipano dall’imboccatura stretta che concentra i profumi al naso e che scalda agevolmente il brandy, che sia giovane o da lungo affinamento. Lo spettro olfattivo va dalla raffinatezza dei sentori fruttati alla finezza di alcune spezie dolci, dalla freschezza degli agrumi e delle erbe di campo alle note balsamiche e mentolate sino a nuance più complesse di boisé, tabacco e cioccolato.

Tutti dotati di una vena vellutata e suadente che avvolge il palato, sono al tempo stesso corredati di una struttura alquanto importante ma agile grazie ad una incredibile freschezza di fondo che richiama altri sorsi, nonostante i 42 gradi alcolici e più.



Forse è anche per quest’ultima caratteristica che Stefano Caffarri, cuoco, fotografo, giornalista e scrittore, ci ha mostrato le numerose occasioni in cui è possibile abbinare il brandy artigianale italiano al meglio della cucina nostrana. Non solo tramite i classici pairing con formaggi, meglio se erborinati e stagionati, o cioccolato.



ma osando anche con una capasanta brasata nel grasso del bue grasso, un risotto bianco al brandy Grado Pieno, per passare ai cappellotti di sfoglia di zucca ripieni di crema di parmigiano reggiano in doppio brodo di gallina e al cappello del prete cotto a bassa temperatura con fondo bruno al brandy e pere marinate.



Storie di uomini, d’uve e di alambicchi, anche questo è il Brandy Italiano Artigianale.

[Photo Credit: Antonio Cimmino; Mauro Fermariello]

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