Abbiamo criticato il vino, ma siamo riusciti a difenderlo?
Scritto da Davide Gangi | Pubblicato in riflessioni, vino
Per molti anni abbiamo pensato che criticare il sistema del vino significasse aiutarlo a crescere. Abbiamo discusso delle rese, dei disciplinari, dell’opportunità di riconoscere nuove DOC e DOCG, dell’allargamento degli areali, delle scelte produttive delle cantine, dei vini troppo concentrati e poi di quelli troppo leggeri, dell’uso del legno, dei vitigni internazionali e di quelli autoctoni, delle mode, dei Consorzi, delle guide, dei punteggi e delle strategie commerciali. Lo abbiamo fatto spesso con competenza, talvolta con lungimiranza e certamente contribuendo a quella straordinaria crescita qualitativa che ha permesso al vino italiano di conquistare una posizione riconosciuta nel mondo.
Sarebbe quindi ingiusto sostenere che la critica non sia servita. È servita eccome. Ha invitato produttori e territori a interrogarsi, ha messo in discussione modelli che sembravano intoccabili, ha acceso riflettori su pratiche che meritavano di essere riviste e ha contribuito alla nascita di una maggiore consapevolezza. Ma proprio perché riconosco il valore di questo percorso, oggi sento il bisogno di pormi una domanda che considero altrettanto necessaria: se tutta questa critica aveva come obiettivo quello di rendere il mondo del vino migliore, perché ci troviamo ad affrontare una delle fasi più delicate del suo rapporto con il consumatore?
Non credo esista una risposta semplice e soprattutto non credo esista un colpevole.
La crisi che attraversa il vino è il risultato di cambiamenti economici, culturali e sociali molto più profondi. Sono cambiate le abitudini, è cambiato il rapporto con l’alcol, sono cambiate le occasioni di consumo, è cambiata la disponibilità economica delle famiglie, è cambiata la ristorazione ed è cambiato soprattutto il modo con cui le nuove generazioni costruiscono il proprio rapporto con ciò che consumano. Pensare di attribuire tutto questo alla comunicazione sarebbe superficiale. Ma sarebbe altrettanto superficiale pensare che chi il vino lo ha raccontato, giudicato, insegnato e rappresentato per tanti anni non debba oggi interrogarsi sul proprio ruolo.
Io per primo sento di doverlo fare.
Perché chi comunica il vino non può limitarsi a osservare quello che accade dall’altra parte del tavolo. Se abbiamo partecipato al racconto di questo settore negli anni della sua crescita, dobbiamo avere la stessa disponibilità a interrogarci oggi che quel settore manifesta segnali di difficoltà.
Abbiamo raccontato moltissimo ciò che nel vino non funzionava. Abbiamo criticato aziende che producevano troppe referenze, denominazioni considerate troppo larghe, DOC e DOCG la cui attribuzione veniva messa in discussione, disciplinari ritenuti poco rigorosi, Consorzi accusati di non rappresentare sufficientemente i territori. Abbiamo discusso se determinati vini fossero realmente autentici, se altri fossero costruiti per compiacere la critica internazionale, se una scelta enologica rispettasse davvero l’identità di un luogo.
Molte volte avevamo ragione. Ma avere ragione non significa necessariamente produrre un risultato. Ed è proprio qui che nasce il dubbio che vorrei condividere. Possiamo pretendere che il consumatore abbia fiducia nel vino se per anni siamo stati noi stessi a raccontargli prevalentemente le sue contraddizioni?
Naturalmente il nostro compito non era e non deve diventare quello di nascondere i problemi. Una comunicazione che protegge il settore attraverso il silenzio sarebbe persino più dannosa di una critica eccessiva. Ma esiste una differenza enorme tra esercitare il pensiero critico e costruire una narrazione nella quale sembra che ogni risultato debba necessariamente nascondere qualcosa da contestare.
Una DOC viene riconosciuta? Qualcuno spiega immediatamente perché non avrebbe dovuto esserlo. Una denominazione cresce? Ci si domanda se sia diventata troppo commerciale. Un’azienda aumenta la produzione? Viene sospettata di avere sacrificato l’identità al mercato. Un vino ottiene successo? Inizia la discussione sulla sua autenticità. Un territorio conquista visibilità internazionale? Prima ancora di comprendere le ragioni del successo, spesso cominciamo a cercarne le contraddizioni.
È il mestiere della critica, certamente. Ma quando questo atteggiamento diventa sistematico dobbiamo almeno domandarci quale percezione finisca per arrivare dall’altra parte. Perché dall’altra parte non c’è soltanto il produttore che possiede gli strumenti per rispondere. C’è soprattutto il consumatore. E il consumatore ascolta.
Ascolta quando gli diciamo che una denominazione è poco credibile, ascolta quando mettiamo in discussione una DOCG, ascolta quando raccontiamo che alcune produzioni sono eccessive, ascolta quando diciamo che un vino è troppo tecnico, troppo industriale, troppo commerciale o troppo “costruito”. Preso singolarmente, ognuno di questi ragionamenti può essere corretto e necessario. Sommato a tutti gli altri per anni, però, potrebbe avere generato qualcosa che forse abbiamo sottovalutato: la diffidenza.
Ed è qui che dovremmo fermarci a riflettere anche su un altro protagonista fondamentale della cultura del vino italiano: il mondo della sommellerie. Le associazioni italiane della sommellerie hanno svolto un lavoro enorme. Hanno formato generazioni di appassionati, diffuso conoscenza, insegnato territori e vitigni, costruito un lessico condiviso e contribuito indiscutibilmente a elevare la cultura del servizio e della degustazione nel nostro Paese. Sarebbe intellettualmente scorretto dimenticarlo.
Ma proprio riconoscendo questo patrimonio possiamo permetterci una domanda. Dopo decenni di corsi, didattica, degustazioni e migliaia di persone formate, siamo riusciti davvero ad avvicinare il consumatore al vino oppure, qualche volta, abbiamo finito per rendere il vino più difficile di quanto fosse necessario?
È una domanda che non vuole mettere sotto accusa nessuna associazione e tanto meno il lavoro dei sommelier. Vuole interrogare un modello culturale. Perché conoscere la temperatura di servizio, distinguere un vitigno, comprendere un disciplinare, riconoscere un territorio, sapere utilizzare correttamente un calice e acquisire un metodo di degustazione sono strumenti importanti. Ma la conoscenza dovrebbe avere come destinazione finale la capacità di rendere il vino più comprensibile, non quella di creare una distanza tra chi sa e chi non sa.
Forse, qualche volta, abbiamo trasformato il vino in una materia da studiare prima ancora che in qualcosa da vivere.
Abbiamo costruito vocabolari sempre più articolati, schede sempre più precise, rituali sempre più codificati e percorsi formativi sempre più approfonditi. Tutto questo ha prodotto cultura, e sarebbe assurdo negarlo. Ma se oggi una persona davanti a una carta dei vini prova imbarazzo perché teme di scegliere la bottiglia sbagliata, se ha paura di pronunciare male il nome di un vitigno, se pensa di non possedere le competenze necessarie per esprimere un giudizio su ciò che sta bevendo, allora dobbiamo chiederci se qualcosa, nel trasferimento di quella cultura, possa essere migliorato.
Il vino non dovrebbe mettere soggezione. Può essere complesso senza diventare complicato. Può essere cultura senza trasformarsi in un esame. Può avere bisogno di competenza senza pretendere che chiunque si avvicini a una bottiglia debba diventare un esperto.Forse questo è uno degli errori che abbiamo commesso tutti insieme: produttori, comunicatori, critici, guide, Consorzi, associazioni, sommelier e operatori. Abbiamo parlato moltissimo tra di noi e progressivamente abbiamo rischiato di dimenticare qualcuno che non partecipava alle nostre discussioni.Il consumatore.
Mentre noi discutevamo se una denominazione meritasse davvero di diventare DOCG, lui cercava semplicemente di capire quale bottiglia ordinare. Mentre noi ci confrontavamo sull’autenticità stilistica di un vino, lui guardava il prezzo sulla carta. Mentre noi elaboravamo descrizioni sempre più sofisticate, lui voleva sapere se quella bottiglia gli sarebbe piaciuta. Mentre noi stabilivamo gerarchie qualitative, lui modificava lentamente le proprie abitudini. E mentre tutto questo accadeva, forse non ci siamo accorti abbastanza velocemente che una parte delle nuove generazioni stava costruendo il proprio mondo lontano dal nostro.
Questa è probabilmente la domanda che oggi mi interessa più di tutte: mentre cercavamo continuamente ciò che non andava nel vino, abbiamo dimenticato di spiegare perché valesse ancora la pena conoscerlo? Non parlo soltanto di berlo. Parlo di comprenderne il valore.
Dietro una bottiglia esistono agricoltura, paesaggio, famiglie, investimenti, ricerca, lavoro, rischio imprenditoriale, territori che altrimenti potrebbero essere abbandonati, generazioni che hanno costruito aziende e giovani che oggi decidono se restare oppure andare via. Esistono uomini e donne che iniziano la giornata in vigna quando buona parte di noi sta ancora dormendo, aziende che affrontano vendemmie difficili, grandine, siccità, mercati imprevedibili e investimenti che daranno risultati forse dopo molti anni.
Forse abbiamo raccontato troppo poco tutto questo. Abbiamo trascorso anni a spiegare al mondo del vino cosa stesse facendo male e probabilmente abbiamo dedicato troppo poco tempo a spiegare al mondo perché il vino fosse ancora importante.
Questo non assolve le aziende dai propri errori. Non assolve i Consorzi dalle proprie responsabilità. Non assolve la politica, la distribuzione, la ristorazione, la critica, la comunicazione e nemmeno le associazioni che hanno avuto e continuano ad avere un ruolo fondamentale nella formazione della cultura enoica italiana. Significa semplicemente accettare che, se oggi esiste un problema, cercare un unico responsabile sarebbe l’ennesimo errore. La responsabilità è probabilmente condivisa.
Le aziende devono interrogarsi sulla capacità di comprendere il nuovo consumatore. I Consorzi devono domandarsi se oltre a tutelare una denominazione riescano realmente a renderla desiderabile e comprensibile. La ristorazione dovrebbe riflettere seriamente su prezzi e ricarichi che troppo spesso scoraggiano l’ordine di una bottiglia. La politica deve comprendere che il vino non è soltanto una voce dell’agricoltura o dell’export, ma una componente culturale, economica e paesaggistica del Paese. Il mondo della sommellerie può chiedersi se tutta la straordinaria conoscenza accumulata negli anni possa essere restituita alle persone attraverso un linguaggio ancora più semplice, inclusivo e contemporaneo. E noi che comunichiamo dobbiamo probabilmente porci la domanda più difficile.
Abbiamo raccontato il vino oppure, qualche volta, abbiamo raccontato soprattutto noi stessi?
Perché comunicare non significa dimostrare quanto conosciamo. Significa fare in modo che ciò che conosciamo diventi comprensibile agli altri. La competenza che non riesce a creare curiosità rischia di rimanere esercizio di competenza. La critica che individua continuamente problemi senza contribuire a costruire soluzioni rischia di diventare esercizio di critica. Non credo che il vino abbia bisogno oggi di essere difeso nascondendone i problemi. Sarebbe il modo peggiore di farlo. Credo abbia bisogno di una comunicazione adulta, capace di dire ciò che non funziona senza trasformare ogni errore in una condanna, capace di riconoscere ciò che funziona senza essere accusata di indulgenza, capace soprattutto di tornare a parlare alle persone.
Dobbiamo forse passare dalla cultura del giudizio alla cultura della comprensione.
Continuare a valutare, certamente. Continuare a criticare quando è necessario. Continuare a denunciare ciò che riteniamo sbagliato. Ma ricordandoci che dall’altra parte delle nostre parole esiste qualcuno che deve ancora decidere se avvicinarsi a questo mondo oppure allontanarsene. Possiamo continuare a dividerci tra tradizionalisti e innovatori, piccoli e grandi produttori, vini “naturali” e convenzionali, territori emergenti e denominazioni storiche.
Ma se perdiamo le persone, avremo perso la discussione prima ancora di stabilire chi avesse ragione. Per questo oggi mi interessa molto di più che ciascuno di noi abbia il coraggio di riconoscere la propria parte di responsabilità.
Io comincio dalla mia. Perché dopo tanti anni trascorsi a raccontare, degustare, giudicare e promuovere il vino, credo sia arrivato il momento di farci una domanda semplice, forse scomoda, ma necessaria.
Abbiamo criticato il vino. Ma siamo riusciti davvero a difenderlo?



