Angelo Maci: una vita dedicata al vino e ad una grande famiglia chiamata Cantine Due Palme
Scritto da Davide Gangi | Pubblicato in persone, vino
Raccontare Angelo Maci per me non significa semplicemente ripercorrere la storia di un imprenditore del vino, perché sarebbe impossibile separare ciò che ha costruito dall’uomo che ho avuto la fortuna di conoscere tanti anni fa e al quale mi lega un’amicizia profonda, cresciuta nella stima, nel rispetto, nei confronti e in quella confidenza che soltanto il tempo riesce a dare ai rapporti autentici. Quando si conosce una persona così a lungo diventa difficile fermarsi ai ruoli, ai risultati o ai numeri di un’azienda, perché dietro ogni traguardo si finisce inevitabilmente per cercare l’uomo, le sue motivazioni, le persone che gli sono state accanto e soprattutto ciò che il suo lavoro ha rappresentato per gli altri. Ed è da qui che voglio partire per raccontare Angelo e la straordinaria storia di Cantine Due Palme.
Bisogna tornare alla terra, a Cellino San Marco, alle radici familiari, alla figura del nonno Ettamiano e a quella cultura contadina nella quale la vigna non era un argomento di conversazione, ma apparteneva alla vita quotidiana. Angelo viene da quel mondo e non lo ha mai veramente lasciato, neppure quando Cantine Due Palme è cresciuta, quando sono arrivati i mercati internazionali, i riconoscimenti, i viaggi e quando quella realtà nata nel 1989 dall’unione di pochi viticoltori è diventata una delle cooperative più importanti e rappresentative del Centro-Sud italiano.
Per comprendere la portata di ciò che ha realizzato bisogna ricordare com’era la viticoltura pugliese di allora. Questa terra possedeva già vigne straordinarie e vitigni che oggi conosciamo e apprezziamo ben oltre i nostri confini, ma troppo spesso la ricchezza generata da quelle uve prendeva altre strade. Il Salento produceva, lavorava, faticava, mentre una parte importante del valore finiva altrove. Esisteva una forza produttiva enorme che non riusciva ancora a trasformarsi pienamente in identità, riconoscimento e soprattutto in una giusta gratificazione per chi quella terra la lavorava ogni giorno.
Angelo comprese che quella storia poteva cambiare e soprattutto intuì che nessuno avrebbe potuto cambiarla davvero da solo. Il suo progetto nasce anche da questa convinzione: mettere insieme tanti piccoli viticoltori, individualmente fragili davanti alle dinamiche del mercato, e trasformarli in una comunità capace di condividere una direzione e un futuro. Non una massa indistinta di conferitori, ma uomini e donne consapevoli di essere parte di qualcosa che avrebbe potuto dare maggiore forza al loro lavoro.
È qui che la parola famiglia assume, nella storia di Angelo Maci, un significato molto più grande.
C’è naturalmente la famiglia più intima, quella che ha accompagnato ogni passo della sua vita. C’è Assunta De Cillis, la donna che ha condiviso con lui un percorso nel quale vita privata e impresa hanno inevitabilmente finito per intrecciarsi. Perché dietro una storia imprenditoriale così lunga non esistono soltanto le decisioni prese in cantina, gli investimenti, le vendemmie o i mercati conquistati: esistono le preoccupazioni portate a casa la sera, le scelte difficili, le responsabilità e quei momenti nei quali bisogna trovare la forza di continuare. In questo lungo cammino Assunta rappresenta quella presenza familiare che forse non ha bisogno di stare sotto i riflettori per essere fondamentale.
Poi ci sono Melissa e Antonella, cresciute respirando inevitabilmente il mondo del vino, ascoltando parlare di vigne, vendemmie, soci, mercati, problemi e progetti, e oggi ci sono i nipoti, Angelo Maci Junior e Francesco Fortunato, che rappresentano un’altra generazione di questa storia e hanno davanti una responsabilità bellissima: ricevere ciò che il nonno ha costruito senza limitarsi a conservarlo, trovando il proprio linguaggio e il proprio modo di accompagnarlo nel futuro.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui, perché la famiglia di Angelo è molto più grande.
La sua famiglia sono anche i “suoi” contadini. E mi piace chiamarli proprio così, contadini, perché è una parola antica e bellissima, una parola che profuma di terra e di fatica, che racconta mani segnate dal lavoro, albe trascorse tra i filari, potature d’inverno, estati sotto il sole, la paura di una grandinata e l’attesa di una vendemmia nella quale si raccoglie in pochi giorni il risultato di un anno intero. Sono uomini e donne che spesso possiedono pochi ettari, talvolta piccoli appezzamenti ereditati dai genitori, ma che custodiscono un patrimonio senza il quale nessuna grande cantina potrebbe esistere.
Angelo questo lo ha compreso prima di molte altre cose. Ha capito che prima ancora di produrre grandi vini bisognava riconoscere il valore di chi rende possibile il vino e credo che uno dei meriti più importanti della sua vita imprenditoriale sia stato proprio quello di aver contribuito a restituire dignità al lavoro dei suoi contadini. Una dignità certamente economica, ma soprattutto umana e sociale, perché fare sentire un piccolo viticoltore parte di un grande progetto significa permettergli di guardare una bottiglia che viaggia verso un mercato lontano e riconoscere lì dentro anche una parte della propria storia.
È questa, per me, la cooperazione nella sua espressione più autentica: non mettere insieme soltanto quantità di uva, ma mettere insieme destini.
Cantine Due Palme è cresciuta così. Sono aumentati i soci, gli ettari, le strutture, le bottiglie, i mercati e le responsabilità; altre realtà cooperative del territorio sono entrate nel progetto e quella che inizialmente era un’intuizione è diventata una delle esperienze più significative della cooperazione vitivinicola meridionale. Ma dietro questa crescita sono rimaste le persone, perché ogni vendemmia significava ricevere insieme all’uva qualcosa di infinitamente più delicato: la fiducia di tante famiglie.
Ed è forse questo il capitale più prezioso che Angelo ha accumulato nella sua vita. Macchinari, strutture e reti commerciali si possono acquistare; la fiducia delle persone bisogna meritarla, anno dopo anno, soprattutto quando le stagioni diventano difficili.
Angelo ha saputo essere contemporaneamente uomo della terra e imprenditore, comprendendo che il futuro della cooperazione non poteva essere affidato soltanto alla quantità. Bisognava imbottigliare, costruire marchi riconoscibili, migliorare la qualità, investire nella tecnologia, affrontare i mercati e soprattutto avere il coraggio di affermare che il Salento non sarebbe più stato soltanto una terra capace di produrre grandi uve destinate ad altri, ma avrebbe messo il proprio nome sulle bottiglie raccontando direttamente la propria identità.
Oggi può sembrare quasi naturale. Allora non lo era affatto. Servivano visione, coraggio e anche quella buona dose di ostinazione che appartiene al carattere di Angelo. Chi lo conosce sa quanto sappia difendere le proprie convinzioni e andare avanti quando crede profondamente in qualcosa. Alcune delle sue intuizioni raccontano proprio questa capacità di guardare oltre il presente, a cominciare dal lavoro sul Negroamaro, sul Primitivo e sul Salice Salentino fino alla lungimiranza con la quale ha creduto nelle possibilità del Susumaniello quando questo vitigno non godeva certamente dell’attenzione che riceve oggi. Credere in qualcosa prima che diventi una tendenza è una delle differenze tra seguire il mercato e avere una visione.
Cantine Due Palme è diventata così una grande realtà capace di confrontarsi con i mercati italiani e internazionali, contribuendo anche a superare quel vecchio pregiudizio che per molto tempo ha associato la cooperazione soltanto ai grandi volumi. Angelo ha dimostrato che una cooperativa poteva ambire alla qualità, costruire identità, valorizzare i vitigni del proprio territorio e soprattutto creare un modello imprenditoriale capace di tenere insieme crescita economica e responsabilità sociale.
Ma dopo tanti anni di amicizia è proprio qui che il mio racconto torna inevitabilmente all’uomo.
Nel mio percorso nel mondo del vino ho incontrato tantissime persone. Alcuni rapporti sono rimasti professionali, altri hanno attraversato il tempo trasformandosi in qualcosa di più profondo. Con Angelo è accaduto questo. Ci siamo confrontati tante volte, abbiamo condiviso idee e momenti importanti e certamente non avremo sempre avuto la stessa opinione, perché un’amicizia vera non richiede accondiscendenza. Richiede rispetto. Ed è il rispetto, insieme all’affetto, il sentimento che meglio racconta ciò che provo nei suoi confronti.
Conosco il suo carattere, la sua sensibilità, il grande attaccamento alla famiglia, l’orgoglio con il quale guarda alla propria terra e conosco soprattutto quanto lavoro sia stato necessario per arrivare fin qui. Cantine Due Palme non era destinata inevitabilmente a diventare ciò che è oggi. Qualcuno ha dovuto immaginarla quando ancora non esisteva, costruirla, difenderla, farla crescere e convincere altri uomini ad affidargli una parte del proprio futuro. Angelo lo ha fatto.
Ed è per questo che oggi mi piace immaginarlo mentre si guarda attorno e misura la propria vita non attraverso le bottiglie prodotte o i mercati conquistati, ma attraverso le persone.
È questa l’immagine di Angelo che sento più vera: un uomo al centro di una famiglia enorme, una famiglia che comincia dentro casa ma continua nei vigneti, nelle campagne e nelle case di chi per tanti anni ha affidato le proprie uve a Cantine Due Palme.
Ed è allora che una cantina smette di essere soltanto un’azienda e diventa comunità. Una comunità il cui valore non può essere misurato esclusivamente attraverso bottiglie, ettari o fatturato, perché comprende anche la capacità di mantenere vivo il lavoro nelle campagne, offrire una prospettiva alle famiglie e riconoscere un ruolo centrale a chi troppo spesso, nella storia del vino, è rimasto lontano dai riflettori: il contadino, colui dal quale tutto comincia.
Oggi Angelo Maci Junior e Francesco Fortunato ricevono dunque un’eredità molto più complessa di un’azienda grande e conosciuta. Ricevono un patrimonio di fiducia costruito dal loro nonno in quasi quarant’anni, ed è questo probabilmente il bene più prezioso che dovranno custodire. Non dovranno essere copie del nonno, perché ogni generazione ha il diritto e il dovere di vivere il proprio tempo, ma dovranno comprendere fino in fondo perché il nonno abbia fatto determinate scelte e quale sacrificio sia stato necessario per trasformare un’intuizione in una realtà capace di coinvolgere così tante persone.
I mercati cambieranno, cambieranno i consumatori, le tecnologie e il modo di comunicare il vino, ma il vino continuerà a nascere dalla terra e avrà sempre bisogno di qualcuno disposto a lavorarla. Ed è proprio nel rispetto di quella persona che continuerà a misurarsi il valore più autentico della cooperazione.
Se dovessi allora scegliere una fotografia per raccontare Angelo Maci non sceglierei una bottiglia, una medaglia o l’immagine di una grande cantina. Sceglierei una fotografia di famiglia, ma una fotografia talmente grande da non poter essere contenuta in una cornice.
Perché la sua eredità più importante non è racchiusa soltanto nelle bottiglie che hanno portato il nome di Cantine Due Palme nel mondo, ma nelle persone che hanno creduto in lui, nella dignità riconosciuta al lavoro di chi coltiva la terra, nell’orgoglio di un territorio che ha imparato a dare un nome e un valore ai propri vini e nella possibilità di consegnare tutto questo a una nuova generazione.
Ed è forse proprio qui che ritrovo l’Angelo Maci che conosco e al quale voglio bene: non soltanto uno dei protagonisti della crescita del vino pugliese, ma un uomo che ha saputo trasformare un’intuizione personale in un destino condiviso.
Le vendemmie passano, le bottiglie finiscono e anche i grandi successi, prima o poi, diventano pagine di storia. Le persone, invece, ricordano chi ha saputo dare valore al loro lavoro. Ed è forse questa la soddisfazione più bella che Angelo Maci può vivere oggi: guardare la sua famiglia, i suoi contadini e la sua terra e riconoscere, in ognuno di loro, un pezzo della straordinaria storia che continua a crescere insieme a lui.



