Chiara Giannotti: la voce contemporanea che sta cambiando il racconto del vino
Scritto da Davide Gangi | Pubblicato in Interviste, vino
Raccontare il vino oggi significa attraversare linguaggi diversi, entrare in connessione con mondi che fino a pochi anni fa sembravano lontani e costruire ponti tra cultura, comunicazione e nuove generazioni. In questo scenario in continua evoluzione, Chiara Giannotti rappresenta una delle voci più riconoscibili e credibili del racconto contemporaneo del vino.
Il suo percorso non è soltanto quello di una professionista della comunicazione, ma di una vera interprete del cambiamento. Con sensibilità, competenza e una visione chiara, è riuscita a dare al vino un linguaggio più accessibile, senza mai banalizzarlo, mantenendo intatto il rispetto per il prodotto, per i territori e per le persone che lo rendono unico.
Attraverso il suo progetto editoriale e digitale, Chiara ha contribuito a costruire una nuova modalità di narrazione: più diretta, più autentica, più vicina a chi il vino lo vive ogni giorno e a chi si avvicina per la prima volta a questo mondo. In un momento storico in cui il settore vitivinicolo è chiamato a rinnovarsi profondamente, figure come la sua assumono un ruolo centrale. Perché comunicare il vino oggi non significa solo raccontarlo, ma renderlo comprensibile, inclusivo e contemporaneo.
Questa intervista nasce proprio con l’obiettivo di andare oltre la superficie, entrando nel pensiero, nella visione e nel suo percorso umano e professionale. Un confronto che non si limita a descrivere ciò che è stato fatto, ma prova a leggere il presente e, soprattutto, a immaginare il futuro del vino attraverso uno sguardo lucido, dinamico e mai scontato.
Perché il vino, oggi più che mai, ha bisogno di chi sappia raccontarlo con verità. E di chi abbia il coraggio di cambiarne il linguaggio senza tradirne l’anima.
Chiara è stata premiata da Vinoway come Miglior Comunicatrice Italiana durante la Vinoway Selection 2024.

Sei nata in una famiglia che produceva vino: qual è il primo ricordo legato alla vigna o alla cantina che senti ancora tuo?
Potrei dirti che il primo ricordo è legato all’odore della cantina, al profumo di mosto che si sente quando le uve sono in fermentazione. O i ricordi della vendemmia: un misto di eccitazione, fatica, senso di responsabilità. Ma in realtà il ricordo più vivido che ho ancora oggi, è quello della grandine in vigneto. Può sembrare un ricordo negativo, e infatti lo è , ed è tutt’oggi un incubo che mi porto dietro. Ma al tempo stesso è quello che mi ha fatto capire l’essenza del lavoro del vignaiolo. Ogni anno si rimette tutto in gioco. Una sfida continua. Sei in balìa della natura. Sei il nulla paragonato alla sua potenza. È lei di fatto che comanda il tutto, e tu devi essere bravo anzi bravissimo, ad ascoltarla, a capirla, a rispettarla e a fare fronte a qualsiasi controversia. Questo è quello che più di tutto rende magico questo mondo. Un vino è l’interpretazione di quello che in un intero anno la natura ti concede, e di quanto l’uomo abbia saputo coglierne il meglio.
Il vino, per chi nasce in una famiglia produttrice, è davvero una scelta libera o è un’eredità con cui prima o poi bisogna confrontarsi?
Credo sia entrambe le cose. È sicuramente un’eredità culturale molto forte: cresce con te, fa parte delle conversazioni di famiglia, dei ritmi dell’anno, delle preoccupazioni e delle gioie. Ma a un certo punto diventa anche una scelta personale. Sono la terza figlia, la più piccola, di una famiglia di produttori. Non mi hanno mai obbligata ad entrare a lavorare in cantina, hanno sempre rispettato i miei desideri. E ammetto di aver provato a sfuggire al mondo del vino inizialmente, iscrivendomi ad architettura , recitando a teatro, trasferendomi a vivere a Londra, ma alla fine il suo fascino mi ha chiamato a sé. Più mi allontanavo, più in realtà mi coinvolgevo, inaspettatamente, nell’azienda di famiglia. A 21 anni avevo già il 3 livello di sommelier… e in pochissimo tempo ero invischiata dalla testa ai piedi.
Quando hai capito che non saresti stata soltanto “figlia di”, ma una professionista con un tuo spazio definito?
In realtà è accaduto tutto insieme. Il giorno in cui ho comunicato la mia uscita dalla cantina di famiglia perché veniva ceduta a terzi, ammetto che ho avuto paura di restare fuori dal mondo del vino e di non trovare più un mio spazio perché magari non ero più “la figlia di”. Invece il giorno stesso ho ricevuto varie offerte di lavoro che mi hanno fatto capire che ero apprezzata come professionista, per quello che avevo fatto e dimostrato, a prescindere da chi fosse la mia famiglia. Da lì ho preso coraggio e ho iniziato il mio nuovo percorso facendo quello che da sempre mi affascinava e mi riusciva di più: raccontare il vino con la mia voce, in modo innovativo e con il mio punto di vista. Ho conquistato il mio spazio con il lavoro quotidiano, costruendo una credibilità che non arriva per definizione: si crea nel tempo, con studio, curiosità e relazioni autentiche.
Fondare Vino.Tv è stato un atto di emancipazione o l’evoluzione naturale di un percorso già scritto?
Un’evoluzione naturale, forse inevitabile. È stata la naturale evoluzione di anni passati tra cantine, degustazioni e incontri. Vino.Tv è nato proprio da questo desiderio: trasformare il racconto del vino in un dialogo aperto. Inizialmente è nato più per me che per gli altri. Era un contenitore di tutto quello che amavo del mondo del vino, di tutto quello che mi sorprendeva, mi affascinava o mi veniva voglia di ricordare. In poco tempo però Vino.Tv è diventata una piattaforma molto seguita, forse proprio perché parla con il cuore, e racconta il vino da un punto di vista differente, con la consapevolezza di quante difficoltà, fatica e incognita ci sono dietro una bottiglia di vino.
L’indipendenza editoriale nel vino è un valore dichiarato da molti: quanto è complesso mantenerla concretamente?
È molto più complesso di quanto si immagini. Il mondo del vino è fatto di relazioni molto strette: produttori, consorzi, distributori, comunicatori. Proprio per questo mantenere uno sguardo indipendente richiede equilibrio e coerenza. Significa avere grande rispetto per il lavoro dei produttori, ma anche la libertà di raccontare il vino con onestà. Anche perché quando ci metti la faccia, diventa un obbligo, perché se il lettore si fida di te, non lo puoi tradire, perché non c’è sponsorizzazione che valga quanto la tua reputazione. Bisogna quindi saper scegliere, saper comunicare senza ingannare, saper dire no.
Come si può rendere il vino accessibile alle nuove generazioni senza impoverirne la profondità culturale?
Raccontare le nozioni culturali in modo più semplice, non significa necessariamente restare in superficie o dire cose banali. Se il racconto è vero, la profondità del vino resta intatta. Ma per poterlo fare ci vuole dietro una grandissima preparazione. Il vino è cultura, storia, geografia, tradizione. Le nuove generazioni sono curiose, vogliono capire, ma cercano autenticità e messaggi brevi. Per parlare con loro inoltre bisogna anche abbracciare di più i loro interessi. Si va quindi su una comunicazione meno focalizzata su tecnicismi e più incentrata sul life style, sulle esperienze in cantina, sul connubio con altri settori di interesse.
Hai mai attraversato una fase in cui hai messo profondamente in discussione il tuo percorso?
Lo faccio ripetutamente. Ci sono momenti in cui ti chiedi se quello che stai facendo ha davvero un senso o se esistono strade diverse. Ma spesso sono proprio queste fasi di dubbio a farti crescere e a chiarire meglio la direzione. Inoltre ho sempre chi per una ragione o per un’altra mi motiva in positivo, e allora capisco che è una strada faticosa ma dona anche molte soddisfazioni.
Cosa diresti oggi alla Chiara di dieci anni fa?
Le direi di avere fiducia nel tempo. Nel vino, come nella vita, le cose migliori maturano lentamente. Alcuni sogni purtroppo non si sono ancora realizzati proprio come li avrei voluti, ma alla fine, tanti degli obiettivi che avevo in testa sono riuscita a raggiungerli, quindi le direi che infondo dovrebbe essere fiera di se stessa.
Ti immagini ancora nel vino tra vent’anni? In quale ruolo o forma?
Non credo che riuscirei mai ad abbandonare il mondo del vino perché è un universo che non smette mai di evolversi e perché ormai è nel cuore e mi scorre nelle vene. Ma sicuramente lo interpreterò in maniera diversa e con strumenti diversi, non mi vedo di certo con lo stesso modus operandi, così come oggi non è lo stesso di 10 anni fa, ma non ho la sfera di cristallo per dire già quale sarà, quello che posso dire è che non mi stanco mai di valutare nuove strade da percorrere, nuove porte da aprire, nuove soluzioni da inventare.
Se potessi riscrivere una regola della comunicazione enologica italiana, quale cambieresti per prima?
Metterei il divieto di scopiazzare. Si può prendere spunto, ricreare qualcosa di già visto e rivisitarlo a proprio piacimento, come fanno gli chef con le ricette, ma trovo che oggi ci sia un’appiattimento totale della comunicazione in tal senso. Molti copia e incolla, cose già viste, già lette, già scritte. Alla fine stufano di brutto e invece di avvicinare il consumatore lo allontanano.
Cosa vuoi che ti auguri?
Essere davvero utile al mondo del vino. Questo è il mio unico grande desiderio.
L’intervista è anche disponibile sul primo magazine dedicato all’enoturismo e ai territori in Italia e nel mondo, WineLife and Travel, al n.2/2026.




