Commedia sexy in una notte di mezza estate e 4 Stati di Marko Fon

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Il mio indice di gradimento di un film coincide quasi sempre con la voglia che ho di abitarci dentro.

Datemi pure dell’esteta o, peggio, della frivola, fatto sta che è capitato che abbia consumato intere pellicole più per l’intreccio che per la fabula e, ancora più che per l’intreccio, per la fotografia, ovvero per l’immaginario estetico da esse magnificato. Ovviamente, in tutto questo c’è molto Bertolucci: “Io ballo da sola” e “Il tè nel deserto” (ma senza tifo), e poi “Assassinio sull’Orient Express” – quello del ’74 di Sidney Lumet non l’aberrazione contemporanea di Branagh – “Il Paziente Inglese” (Anthony Minghella) e, molto più tardi, “Call me by your name” e “A bigger splash” di Luca Guadagnino, così come il suo originale, “La Piscine”, di Jacques Deray…

Ma nessuno di questi film mi ha irretito tanto quanto “Commedia sexy in una notte di mezza estate” che, del triacetato, rappresenta la quintessenza del mio paradiso ideale. Con la complicità della raffinatissima fotografia di Gordon Willis, si tratta di un Woody Allen di serie b caratterizzato da un’onirica, trasognatissima atmosfera estiva pizzicata da dialoghi serrati e sagaci, nostalgici eppure risolutamente progressisti. Come se non bastasse, il tutto è agitato da un erotismo potentissimo, intellettuale e carnale, e popolato di eroine comiche a dir poco magnetiche (non solo, com’è ovvio, Mia Farrow, ma anche Julie Hagerty nel ruolo di un’irresistibile “finta-bionda”).

Insomma, una pellicola ad alto tasso di volgarità e cerebralismo al punto che piacerebbe in egual misura sia a Ingmar Bergman che Tinto Brass e, per questo, insindacabilmente un capolavoro, nonché il ritiro ideale della sottoscritta.

Dovessi associarlo a un vino, come ho fatto finora, deve essere uno che abbia il sapore dorato e crepuscolare delle sere d’estate e, allo stesso tempo, il senso di aspettativa di una notte di luna piena nella febbrile attesa di un evento che, come una spada di Damocle, tutto determina, senza (ac)cadere mai.

Mi aspetto dunque un vino dorato, polputo e slanciato: tornito e succoso, trascinante nella beva come nel ritmo, incalzante per quanto volubile, effimero e pulsante come le lucciole nelle sere d’estate. Un vino fresco e caldo, ricco e profumato come uno chenin blanc di Anjou adeguatamente invecchiato (ma non troppo), come le Sec de Juchepie del 2011 (che bevevo e amavo nel 2016) o quell’incredibile 4 Stati 2016 di Marko Fon assaggiato nel 2021: un vino che al sol pensiero ancora mi commuovo.

Il colore, dorato carico, lo ricordo prodigo di promesse. Il naso, una cornucopia di frutti torniti – mele, pere, uva, perfino fichi – da cui si levano fumi di incenso, polveri di pollini e refoli dolci, inebrianti di tiglio. Il palato, ampissimo, riesce a esser finanche tagliente, elettrico ai lati, polputo e dolce pur nell’assoluta durezza. Burroso e sferzante, una panacea nella quale si vorrebbe rimaner irretiti per sempre, foriera com’è di tutto quanto di magico riserva l’esistenza.

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