Conte d’Attimis-Maniago: il tempo passa, la terra rimane

Scritto da | Pubblicato in territorio, vino Conte d’Attimis-Maniago: il tempo passa, la terra rimane

Arrivare a Buttrio significa entrare in un Friuli nel quale il vino non è semplicemente una produzione agricola, ma una presenza che accompagna il paesaggio, la storia delle famiglie e il modo stesso di vivere la terra. Le colline dei Colli Orientali del Friuli hanno una fisionomia precisa, fatta di vigneti, pendenze, boschi e prospettive che cambiano continuamente, e visitando Conte d’Attimis-Maniago ho avuto ancora una volta la conferma di quanto sia importante conoscere i luoghi per comprendere davvero ciò che ritroviamo nel bicchiere.

Ho avuto il piacere di visitare questa bellissima azienda e ne conservo un ricordo particolarmente intenso, non soltanto per la suggestione della proprietà e della sua cantina, ma per quella sensazione di continuità che si percepisce quando una famiglia vive lo stesso territorio da generazioni e continua a considerare la viticoltura parte della propria identità.

Nel caso dei Conti d’Attimis-Maniago bisogna andare molto indietro nel tempo. Era il 15 febbraio 1585 quando la tenuta di Buttrio entrò a far parte della famiglia attraverso un matrimonio, dando inizio a una vicenda vitivinicola destinata ad attraversare oltre quattro secoli. Da allora il rapporto con queste terre non si è mai interrotto, mentre intorno cambiavano l’agricoltura, le tecniche di produzione, i mercati e il modo stesso di intendere il vino.

Una storia così importante potrebbe facilmente diventare il principale argomento con cui presentare l’azienda. Personalmente credo invece che il passato acquisti un significato ancora maggiore quando riesce a essere percepito nel presente, perché non sono soltanto le date a dare valore a una cantina, ma ciò che quelle date hanno lasciato nella cultura delle persone che continuano a lavorarvi.

La cantina cinquecentesca, le testimonianze conservate dalla famiglia, i vigneti e la proprietà raccontano certamente il tempo trascorso, ma sono soprattutto le persone e i vini a dare a quella storia una voce contemporanea.

Conte d’Attimis-Maniago accompagna da sempre il percorso della Guida Vinoway Selection e negli anni ho avuto modo di apprezzarne la serietà e la continuità produttiva attraverso vini dalla fisionomia riconoscibile. È una di quelle aziende con le quali il rapporto si costruisce naturalmente nel tempo e la visita a Buttrio mi ha permesso di completare, attraverso la conoscenza dei luoghi e delle persone, ciò che avevo imparato ad apprezzare attraverso il bicchiere.

E Buttrio, in questo racconto, non è semplicemente un luogo geografico.

Qui la collina e la natura dei terreni diventano parte integrante del vino. I suoli dei Colli Orientali, segnati dalla presenza di marne e arenarie, insieme alle esposizioni e alle escursioni termiche, creano condizioni che permettono alle uve di maturare conservando tensione, profondità e riconoscibilità. Camminando in questi luoghi si comprende meglio perché il Friuli abbia saputo costruire una delle identità vitivinicole più articolate d’Italia e soprattutto perché abbia continuato a credere in varietà che altrove probabilmente sarebbero state abbandonate perché considerate troppo difficili.

Ed è proprio questa difficoltà ad affascinarmi.

Tra tutti i vini di Conte d’Attimis-Maniago, devo ammetterlo, ho infatti una particolare predilezione per il Tazzelenghe.

È un vitigno che non cerca facili consensi e pretende attenzione tanto da chi lo produce quanto da chi lo degusta. Possiede forza, freschezza, una trama tannica importante e soprattutto un carattere che non può essere addomesticato eccessivamente senza rischiare di perderne l’anima. Quando però questa energia viene accompagnata con sensibilità, il Tazzelenghe riesce a trasformarsi in un vino di grande personalità, capace di evolvere e soprattutto di lasciare un ricordo.

Quello di Conte d’Attimis-Maniago è una delle espressioni aziendali che negli anni ho imparato ad apprezzare maggiormente. Nel bicchiere non cerco mai una perfezione costruita, ma riconoscibilità, carattere, la capacità di raccontare un’origine. Ed è proprio questo che ritrovo nel loro Tazzelenghe: un vino che non si concede completamente al primo sorso, che ha bisogno di tempo e invita a ritornare sul bicchiere.

Accanto alla sua forza c’è poi un altro volto dell’azienda che apprezzo molto, quello della Malvasia Istriana, capace di portarci verso un registro completamente differente. Cambiano i profumi, la struttura e il ritmo stesso della degustazione. Emergono freschezza, finezza aromatica e quella luminosità che appartiene ai bianchi di queste terre, dimostrando quanto uno stesso paesaggio possa raccontarsi attraverso sensibilità profondamente diverse.

E poi c’è il Pignolo, altro vitigno che considero affascinante proprio perché non concede scorciatoie. È una varietà esigente, dalla trama tannica importante, che necessita di tempo per trovare armonia e profondità. Tazzelenghe e Pignolo, pur profondamente diversi, raccontano secondo me qualcosa di essenziale di questa terra: sono vini che chiedono pazienza, conoscenza e rispetto dei tempi naturali. Ed è forse anche per questo che riescono, quando sono ben interpretati, a restituire con tanta forza il luogo dal quale provengono.

In questa ricerca trovo particolarmente interessante anche Meticolos, una produzione che già nel nome sembra suggerire un modo di lavorare fatto di attenzione, precisione e pazienza, così come il Vignaricco, altra espressione alla quale sono legato e che contribuisce a completare un mosaico produttivo ricco e profondamente riconoscibile.

Tazzelenghe, Malvasia, Pignolo, Meticolos e Vignaricco non sono quindi, per me, semplicemente nomi all’interno di una gamma produttiva. Sono vini attraverso i quali negli anni ho imparato a riconoscere il carattere dell’azienda e che, dopo aver visitato la proprietà, hanno assunto inevitabilmente un significato ancora più preciso.

Ma una storia tanto lunga non può vivere soltanto nei documenti, nelle mura di una cantina o nel prestigio di un cognome. Ha bisogno di persone capaci di comprenderne il valore e soprattutto di continuare a darle un senso nel presente.

Parlare di Alberto significa entrare anche in una dimensione personale, perché a lui mi lega da tempo un rapporto di sincera amicizia e di profonda stima, maturato negli anni attraverso il vino ma andato ben oltre il vino. Ho sempre apprezzato il suo modo di essere, la sua educazione, la misura con cui affronta le relazioni e quella naturale signorilità che non deriva certamente da un titolo, ma dalla persona. Con Alberto il confronto è sempre piacevole, perché dietro la conoscenza della propria terra e della propria storia ho trovato un uomo capace di ascoltare, dialogare e guardare al mondo del vino con equilibrio e concretezza.

Ed è forse anche per questo rapporto personale che visitare Conte d’Attimis-Maniago ha avuto per me un significato particolare. Conoscere un’azienda attraverso i suoi vini è importante, ma conoscere l’uomo che ogni giorno ne porta la responsabilità permette di comprenderne aspetti che nessuna scheda tecnica potrà mai raccontare.

Alberto appartiene profondamente a Buttrio e a questa terra. Il suo percorso all’interno dell’azienda è iniziato da giovane, affiancando lo zio Gianfranco mentre frequentava Agraria all’Università di Udine, entrando progressivamente in contatto con il lavoro dei vigneti e con un patrimonio familiare che avrebbe poi avuto il compito di accompagnare verso il futuro.

E proprio qui, accanto all’uomo che conosco e all’amico che stimo, emerge il produttore.

Quello che apprezzo nella visione di Alberto è la capacità di non trasformare una storia così importante in un alibi per rimanere fermi. La sua attenzione verso i vitigni legati al Friuli, la volontà di conservarne il carattere e nello stesso tempo la ricerca di una maggiore precisione espressiva raccontano un modo di intendere il vino che sento vicino. Difendere Tazzelenghe o Pignolo, oggi, non significa semplicemente conservare il passato: significa credere che la diversità abbia ancora un valore e che il futuro del vino italiano passi anche dalla capacità di non perdere ciò che ci rende riconoscibili.

Alberto ha accompagnato l’azienda nel proprio tempo senza interrompere il dialogo con ciò che era venuto prima. È questo equilibrio che trovo interessante: la conoscenza ricevuta dalle generazioni precedenti non come qualcosa da replicare meccanicamente, ma come una base sulla quale continuare a costruire.

Non ho mai percepito in lui il bisogno di utilizzare il passato come elemento di distanza o di ostentazione. Al contrario, ho sempre trovato una persona consapevole del valore di ciò che ha ricevuto e della responsabilità di consegnarlo a chi verrà dopo ancora vivo, riconoscibile e capace di confrontarsi con il proprio tempo.

La stima che nutro nei suoi confronti nasce dall’uomo prima ancora che dal produttore. Negli anni il vino ci ha dato molte occasioni per incontrarci, confrontarci e condividere momenti, ma è stata la qualità del rapporto umano a trasformare una conoscenza professionale in amicizia. Ed è un aspetto che considero importante raccontare, perché dietro alcune delle aziende alle quali sono maggiormente legato non ci sono soltanto vini che apprezzo: ci sono persone delle quali conosco il valore.

E oggi questa storia possiede anche un altro volto, quello di suo figlio Fabio d’Attimis-Maniago.

Ho avuto il piacere di conoscere Fabio durante una nostra trasferta Vinoway ad Almaty, in Kazakistan, e quell’incontro mi ha fatto riflettere su quanto lontano possa arrivare una storia cominciata a Buttrio. Eravamo a migliaia di chilometri dalle vigne della sua famiglia, in un contesto completamente diverso, e forse proprio quella distanza mi ha permesso di osservarlo al di fuori della quotidianità aziendale.

Di lui mi hanno colpito immediatamente la compostezza, l’educazione e soprattutto un’intelligenza che non sente il bisogno di essere ostentata. Ho apprezzato il suo modo di relazionarsi con le persone, la capacità di ascoltare e osservare prima di intervenire, mostrando una misura che considero una qualità importante soprattutto nelle nuove generazioni.

Portare un cognome con una storia così importante potrebbe diventare qualcosa da esibire. In Fabio ho percepito esattamente il contrario: la naturale consapevolezza di appartenere a quella storia senza sentire il bisogno di farne pesare l’importanza.

Ed è stato inevitabile, osservandolo ad Almaty, pensare ad Alberto.

In Fabio ho ritrovato alcuni di quei tratti che negli anni ho imparato ad apprezzare nel padre. Padre e figlio appartengono inevitabilmente a due momenti differenti, ma mi piace considerarli parti dello stesso percorso: Alberto porta con sé l’esperienza e la conoscenza della terra; Fabio rappresenta lo sguardo di una generazione chiamata a confrontarsi con nuovi mercati, nuovi Paesi e nuovi modi di comunicare il vino.

Non parlerei quindi di semplice passaggio generazionale. Preferisco parlare di continuità, perché nelle famiglie che possiedono una storia così lunga non dovrebbe esserci qualcuno che semplicemente prende il posto di qualcun altro. Ci sono conoscenze che vengono trasmesse, responsabilità che progressivamente si condividono e sensibilità nuove che si aggiungono alle precedenti.

Ed è suggestivo pensare che una storia iniziata a Buttrio nel 1585 possa, più di quattro secoli dopo, arrivare fino ad Almaty.

Il mondo del vino è profondamente cambiato. Oggi bisogna viaggiare, conoscere mercati lontani, confrontarsi con culture differenti e riuscire a spiegare vini fortemente territoriali a persone che magari non hanno mai sentito pronunciare parole come Tazzelenghe o Pignolo. La sfida delle nuove generazioni sarà proprio questa: portare il proprio territorio nel mondo senza snaturarlo, trovare linguaggi nuovi senza perdere la propria voce.

Fabio mi è sembrato possedere la curiosità e l’intelligenza necessarie per affrontare questo percorso, insieme a quella compostezza che probabilmente rappresenta uno dei tratti più belli della famiglia.

E allora l’immagine che mi rimane è semplice: Alberto a Buttrio, profondamente legato alla propria terra, e Fabio ad Almaty, a migliaia di chilometri di distanza, a portare quella stessa storia verso nuovi interlocutori.

Tra loro ci sono esperienze e sensibilità differenti. Ma soprattutto ci sono le vigne.

La mia visita a Conte d’Attimis-Maniago, la presenza dell’azienda nella Guida Vinoway Selection, l’amicizia con Alberto e l’incontro con Fabio in Kazakistan finiscono così per comporre un unico racconto. Non soltanto quello di una cantina storica del Friuli, ma quello di una famiglia che ha saputo attraversare il tempo continuando a trovare nel vino il proprio linguaggio.

E poi rimane il calice.

Rimane quel Tazzelenghe che personalmente continuo ad apprezzare così tanto, proprio per il suo carattere e per la sua capacità di non concedersi immediatamente. Rimangono la Malvasia, il Pignolo, Meticolos, il Vignaricco e quelle espressioni che rendono questa azienda profondamente legata alla diversità del proprio territorio.

Dopo tanti anni trascorsi a degustare, viaggiare e incontrare produttori ho imparato che delle cantine non ricordiamo soltanto ciò che abbiamo assaggiato. Ricordiamo un paesaggio, una conversazione, un volto, un gesto, un particolare apparentemente insignificante che improvvisamente ritorna alla memoria quando apriamo una bottiglia.

Conte d’Attimis-Maniago per me è anche questo.

È Buttrio e le sue colline, è una cantina che attraversa il tempo, è l’amicizia e la stima che mi legano ad Alberto, è la compostezza e l’intelligenza di Fabio conosciuto dall’altra parte del mondo ed è quel Tazzelenghe che, ogni volta che ritorna nel bicchiere, riesce idealmente a riportarmi in Friuli.

Perché alla fine il tempo passa, ma la terra rimane. Rimane nelle persone che hanno saputo comprenderla, nei figli che imparano a conoscerla, nelle vigne che attraversano le generazioni e nei vini che continuano a raccontarla.

E una storia iniziata nel 1585 non ha bisogno soltanto di essere ricordata.

Ha bisogno di persone capaci di darle, generazione dopo generazione, una ragione per continuare.

Tag