Fontanavecchia: i fratelli Rillo e quella Falanghina che racconta le differenze

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Il tempo nel vino non misura soltanto le annate. Custodisce le scelte, dà profondità ai rapporti, permette di comprendere il valore della continuità e, soprattutto, restituisce un significato diverso a ciò che abbiamo avuto la fortuna di conoscere fin dall’inizio. È con questo sentimento che penso a Fontanavecchia e alla famiglia Rillo, perché raccontare oggi questa azienda significa per me attraversare una storia del Sannio, ma anche ritrovare una parte importante del percorso di Vinoway.

A Torrecuso, ai piedi del Taburno, il vino appartiene da generazioni alla famiglia Rillo. Una storia che affonda le proprie radici nell’Ottocento e che ha trovato in Orazio Rillo una figura fondamentale, capace di trasmettere ai figli non soltanto un’azienda, ma soprattutto un legame con la vigna e con questa terra. Oggi sono Libero e Giuseppe Rillo a portare avanti quel percorso, con personalità e ruoli differenti ma con una visione comune che negli anni ha reso Fontanavecchia una delle realtà più riconoscibili del Sannio.

E quando penso a Fontanavecchia penso inevitabilmente a Libero Rillo.

Ci conosciamo da molti anni, praticamente dagli inizi di Vinoway, e c’è una cosa che non ho mai dimenticato: Fontanavecchia fu una delle prime aziende fuori dalla Puglia a credere nel nostro progetto.

Non era facile allora.

Vinoway era appena nato, il suo radicamento iniziale era inevitabilmente pugliese e portare quella idea oltre i confini regionali significava conquistare fiducia senza avere ancora alle spalle una storia capace di parlare per noi. Bisognava spiegare quello che volevamo costruire, far comprendere la serietà del progetto e incontrare persone disponibili a guardare un po’ più avanti.

Libero fu una di quelle persone.

Lo ricordo con gratitudine, ma anche con la serenità che soltanto gli anni possono dare ai rapporti autentici, perché nel frattempo Fontanavecchia è diventata una delle aziende storiche della Vinoway Selection e noi abbiamo avuto il privilegio di seguirne l’evoluzione vendemmia dopo vendemmia. Ma se dovessi individuare un aspetto capace di raccontare più di altri la personalità di Fontanavecchia, non avrei molti dubbi: sceglierei il lavoro compiuto sulla Falanghina.

Perché produrre Falanghina nel Sannio è naturale. Cercare invece di comprenderne fino in fondo le differenze, arrivando a separare singole parcelle e a portarle nel bicchiere affinché possano raccontare la propria identità, significa compiere un passo ulteriore. Ed è proprio qui che Fontanavecchia diventa particolarmente affascinante.

Le interpretazioni parcellari della Falanghina realizzate dalla famiglia Rillo rappresentano infatti qualcosa che va oltre il semplice desiderio di proporre vini differenti. Sono quasi un invito alla degustazione, alla curiosità, alla ricerca di quelle piccole sfumature che soltanto un assaggio attento riesce progressivamente a mettere in evidenza.

Libero B Particella 148, Libero F Particella 190 e Libero T Particella 031 diventano così tre modi di osservare lo stesso vitigno, tre prospettive attraverso le quali provare a leggere il rapporto tra la Falanghina e il luogo nel quale nasce.

Ed è bellissimo poterle assaggiare una accanto all’altra. È uno di quei momenti nei quali ritrovo il piacere più autentico della degustazione. Non quello di cercare immediatamente il vino migliore, né quello di arrivare velocemente a un punteggio, ma il piacere di fermarsi. Assaggiare. Aspettare. E poi assaggiare nuovamente.

Perché inizialmente le differenze possono sembrare sottili, quasi impercettibili. Poi il vino si apre, cambia temperatura, prende ossigeno e lentamente comincia a mostrare il proprio carattere. Una Falanghina appare più tesa, un’altra più ampia; in un bicchiere avverti una sensazione più verticale, nell’altro una maggiore profondità. Cambiano la trama, la progressione, la persistenza, a volte persino il modo in cui il vino occupa il palato. Sono minuzie.

Ma sono proprio quelle minuzie a rendere straordinariamente interessante una degustazione. Mi piace tornare più volte sugli stessi bicchieri, quasi dimenticando per qualche minuto tutto ciò che conosco di quei vini. È un esercizio che considero fondamentale perché obbliga chi degusta ad “ascoltare” davvero. A non accontentarsi della prima impressione, a cercare ciò che inizialmente non era apparso evidente, a domandarsi perché quei vini nati dallo stesso vitigno e a poca distanza possano assumere caratteri differenti.

È allora che la vigna smette di essere un concetto astratto. La percepisci nel bicchiere. La Particella 190, posta intorno ai trecento metri e caratterizzata dalla presenza di marne calcaree, racconta una condizione; la Particella 031, proveniente da vigne collocate a quote differenti e su terreni nei quali la componente argillosa incontra nuovamente le marne calcaree, ne racconta un’altra. Poi c’è la Particella 148, a completare un percorso che permette di osservare quanto possa essere sorprendente la sensibilità della Falanghina alle caratteristiche del luogo.

Ed è questo, a mio avviso, uno degli elementi che definisce meglio Fontanavecchia: la volontà di andare oltre l’evidenza. Non accontentarsi di sapere che il Sannio è una grande terra per la Falanghina, ma provare a capire quanto quella stessa Falanghina possa cambiare all’interno del Sannio. Non limitarsi a raccontare il territorio attraverso le parole, ma metterlo davanti a chi degusta e lasciare che siano i calici a mostrare le differenze.

È una filosofia che trovo estremamente contemporanea proprio perché nasce da qualcosa di antico: l’osservazione della vigna. La Falanghina, del resto, ha vissuto negli ultimi decenni una crescita straordinaria. Da vino apprezzato prevalentemente per freschezza e immediatezza è diventata progressivamente uno dei bianchi italiani sui quali vale la pena interrogarsi con maggiore attenzione, soprattutto quando viene prodotta con l’ambizione di verificarne anche profondità e capacità evolutiva.

Fontanavecchia ha creduto molto in questa strada. E credo che il progetto delle particelle rappresenti uno dei modi più intelligenti per dimostrarlo, perché non cerca di imporre una gerarchia. Non dice necessariamente che una vigna sia migliore dell’altra. Dice qualcosa di molto più interessante: sono diverse.

Per chi ama davvero degustare, questa differenza è un patrimonio. Poi c’è l’altra grande anima dell’azienda, l’Aglianico. Se la Falanghina di Fontanavecchia invita a ricercare le sfumature, l’Aglianico ci riporta al valore del tempo. È un vitigno che non ama le scorciatoie, capace di una forza importante ma anche di una complessità che ha bisogno di maturare lentamente per esprimersi pienamente.

Nei vini della famiglia Rillo questa energia viene accompagnata senza essere cancellata. Grave Mora e Vigna Cataratte rappresentano due delle interpretazioni più significative dell’Aglianico aziendale e mostrano quanto il Taburno sappia dare a questo vitigno profondità, carattere e capacità di evoluzione. Mi piace pensare che Falanghina e Aglianico raccontino anche due modi differenti di intendere il tempo.

La Falanghina delle particelle invita a fermarsi sul presente del calice, a cogliere ogni piccola variazione, ogni sfumatura, ogni dettaglio. L’Aglianico invita invece ad aspettare, a concedere al vino gli anni necessari perché possa trovare il proprio equilibrio. In entrambi i casi, però, bisogna avere pazienza. Ed è forse questa una delle lezioni più belle che Fontanavecchia riesce a trasmettere.

Dietro tutto questo rimane la famiglia. Rimane Orazio Rillo, con quella generazione che ha custodito e trasmesso una cultura agricola prima ancora che il vino diventasse il fenomeno mediatico che conosciamo oggi. Rimangono Libero e Giuseppe, che hanno raccolto quell’eredità scegliendo non semplicemente di conservarla, ma di farla evolvere, di custodirla con intelligente e amore.

Questo passaggio generazionale è importante perché racconta bene ciò che Fontanavecchia è diventata: un’azienda che possiede memoria ma anche curiosità. E forse sono proprio queste due parole, memoria e curiosità, a descriverla meglio.

La memoria impedisce di perdere il legame con la propria storia, con Torrecuso, con il Taburno, con la famiglia e con i vitigni che da generazioni abitano queste vigne. La curiosità spinge invece a separare una particella dall’altra, a osservare le differenze, a sperimentare, a domandarsi continuamente se quella terra abbia ancora qualcosa di nuovo da raccontare.

È questo equilibrio che ritrovo nei vini. Ed è anche la ragione per cui, dopo tanti anni, continuo ad avvicinarmi alle bottiglie di Fontanavecchia con curiosità. Conoscere un’azienda da molto tempo non dovrebbe mai significare pensare di sapere già cosa troveremo nel bicchiere. Sarebbe l’errore più grande per chi degusta.

Al contrario, più conosco un vino e più mi interessa scoprirne i dettagli. Con le Falanghine parcellari dei Rillo accade esattamente questo. Ogni volta torno a cercare quella piccola differenza, quella sfumatura che magari nell’assaggio precedente avevo interpretato diversamente, quel particolare che l’annata ha reso più evidente o più sottile. Ed è lì che ritrovo il piacere della degustazione. Non nel riconoscere ciò che già conosco, ma nello scoprire qualcosa che ancora non avevo percepito.

Forse è questa la caratteristica di Fontanavecchia che più mi affascina: un’azienda capace di farti guardare più da vicino. Più da vicino la Falanghina, più da vicino l’Aglianico, più da vicino una particella di vigna e, attraverso il vino, più da vicino il Sannio stesso. Poi c’è la storia personale, che rimane sullo sfondo ma che per me conserva inevitabilmente un significato particolare.

Quando Vinoway muoveva i primi passi e “convincere” un’azienda fuori dalla Puglia a credere nel progetto non era semplice, Libero Rillo decise di esserci. Non servono molte altre parole per raccontarlo. Gli anni trascorsi e la presenza storica di Fontanavecchia nella Guida Vinoway Selection hanno dato a quella scelta un valore che allora forse neppure noi potevamo immaginare.

Oggi preferisco pensare a quel rapporto nello stesso modo in cui assaggio le sue Falanghine: senza fretta, cercando nei dettagli il significato delle cose. Perché il vino insegna che non sempre ciò che conta di più è ciò che si mostra immediatamente. A volte bisogna aspettare, tornare sul bicchiere e prestare maggiore attenzione.

Ed è allora che emergono le sfumature. Quelle di una Falanghina. Quelle di una terra. Quelle di una famiglia. E quelle di un rapporto nato tanti anni fa, quando tutto era ancora da costruire.

Fontanavecchia c’era. Orazio aveva consegnato ai figli il valore di una storia, Libero e Giuseppe hanno scelto di farla crescere. E Libero, quando Vinoway era appena all’inizio del proprio cammino, scelse di credere anche nella nostra.

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