Giancarlo Ceci: una storia di terra che continua nel tempo

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Raccontare Giancarlo Ceci significa entrare in una storia nella quale il vino non può essere separato dalla terra, dalla famiglia e da un’idea di agricoltura maturata nel tempo attraverso scelte precise, alcune delle quali compiute quando parlare di biologico, sostenibilità e rispetto dell’ambiente non era ancora così consueto come lo è oggi. Siamo ad Andria, ai piedi di Castel del Monte, in quella parte di Puglia dove la Murgia mostra il proprio carattere e il paesaggio conserva una forza antica, fatta di pietra, luce, vento e campagne che sembrano avere bisogno di poche parole per raccontarsi.

Personalmente non ho ancora avuto il piacere di visitare l’azienda e credo sia giusto dirlo, perché quando racconto luoghi, persone e vini preferisco sempre distinguere ciò che ho vissuto direttamente da ciò che conosco attraverso il racconto degli altri. Alcuni miei collaboratori hanno però avuto modo di conoscerla da vicino e mi hanno restituito l’immagine di una realtà nella quale la dimensione agricola si percepisce con grande forza, raccontandomi la tenuta, l’ambiente che la circonda e soprattutto quella coerenza tra il pensiero di Giancarlo e il suo modo concreto di vivere la terra.

Io, invece, conosco molto bene un’altra parte di questa storia: i vini.

L’azienda Giancarlo Ceci è infatti presente da molti anni nella Guida Vinoway Selection e questo ci ha consentito di seguirne l’evoluzione vendemmia dopo vendemmia. Quando si assaggiano per tanto tempo i vini della stessa azienda si costruisce inevitabilmente una memoria degustativa: non si giudica più soltanto la singola bottiglia, ma si comincia a comprendere un percorso, a riconoscere le evoluzioni, le scelte, le sfumature e soprattutto la capacità di migliorarsi mantenendo una propria identità. Nel caso di Giancarlo Ceci questa crescita è stata evidente ed è certamente uno degli aspetti che negli anni abbiamo maggiormente apprezzato.

Per comprenderne le ragioni bisogna però tornare alla terra e, ancora prima, alla storia personale di Giancarlo.

La famiglia Ceci è legata a questi luoghi da oltre due secoli, attorno a una dimora storica appartenente alla famiglia dal 1819 e a una proprietà nella quale vigneti, oliveti, coltivazioni, boschi e allevamento convivono all’interno di una concezione agricola che Giancarlo ha progressivamente fatto propria. Grazie anche ai suoi studi agronomici ha potuto trasformare un patrimonio ricevuto dalla famiglia in un progetto personale: il punto di partenza furono circa 60 ettari, diventati nel tempo 230, dei quali oggi 40 destinati alla viticoltura.

Ma i numeri, da soli, raccontano poco se non si comprende il pensiero che li accompagna.

C’è infatti un aspetto della personalità di Giancarlo che trovo particolarmente interessante e che forse aiuta a comprendere meglio anche il suo rapporto con l’agricoltura. Fin da bambino coltiva una grande passione per le immersioni, un rapporto con il mare che negli anni è diventato quasi una maniera di osservare la natura e il posto che l’uomo dovrebbe occupare al suo interno. Non è casuale che uno degli spumanti dell’azienda si chiami Apnea: dietro quel nome c’è una parte molto personale della sua vita.

Ed è proprio Giancarlo a sintetizzare questo pensiero con un concetto che considero centrale nella sua visione: «L’uomo e la natura devono trovare un equilibrio, diventare un tutt’uno con l’ambiente che li circonda.»

Una frase che, conoscendo il suo percorso, non rimane una dichiarazione astratta. Nel 1988 Giancarlo decide infatti di convertire l’attività al metodo biologico, in anni nei quali quella scelta non possedeva certamente il richiamo commerciale che avrebbe acquisito successivamente. Sarebbe poi arrivato anche il percorso “biodinamico”, rafforzando una convinzione maturata nel tempo: ciò che ritroviamo nel bicchiere nasce molto prima della cantina.

Mi piace pensare che tra la sua passione per le immersioni e il modo di vivere la terra esista un filo sottile. Quando ci si immerge non si entra in un ambiente per dominarlo, ma per farne parte, rispettandone regole, equilibri e silenzi. È una sensibilità che Giancarlo sembra aver trasferito anche all’agricoltura, dove l’uomo può certamente intervenire, scegliere e accompagnare, ma deve prima di tutto imparare a osservare.

Poi, nella vita di un imprenditore, esistono incontri capaci di cambiare la direzione di un progetto. E Giancarlo stesso riconosce che una delle sue grandi fortune è stata quella di incontrare Lorenzo Landi.

Questo passaggio mi piace particolarmente perché racconta molto di entrambi. Lorenzo non arriva semplicemente come l’enologo chiamato a trasformare l’uva in vino. Giancarlo e Lorenzo ragionano insieme molto prima, partendo dalla terra, individuando la destinazione agronomica più adatta e costruendo progressivamente le condizioni sulle quali sviluppare il progetto vitivinicolo.

Ed è proprio qui che ritorna una convinzione che ho maturato conoscendo il lavoro di Lorenzo e assaggiando nel tempo i vini delle aziende che segue: la mano di Lorenzo Landi, per me, è una garanzia.

Vinoway ha voluto premiarlo proprio per il valore del suo percorso professionale e nel suo lavoro ho sempre riconosciuto una qualità che considero fondamentale per un grande enologo: esserci senza avere bisogno di mostrarsi. La tecnica deve essere profonda, naturalmente, ma non dovrebbe mai diventare più importante della terra, dell’uva e dell’identità dell’azienda. Lorenzo possiede questa sensibilità e nel rapporto con Giancarlo Ceci credo abbia trovato un interlocutore con il quale condividere una visione prima ancora di condividere un vino.

Da una parte c’è un agronomo e imprenditore profondamente legato alla propria terra, dall’altra un enologo capace di leggerla e accompagnarla. È probabilmente anche per questo che, seguendo negli anni questi vini nella Guida Vinoway Selection, abbiamo riscontrato una crescita costante: maggiore precisione, equilibrio e definizione, senza perdere il carattere che appartiene alla loro origine.

Questa sintonia emerge soprattutto nel rapporto con i vitigni del territorio. Il Nero di Troia è una varietà straordinaria ma complessa, capace di carattere e profondità, che richiede conoscenza e sensibilità soprattutto quando bisogna governarne la trama tannica senza privarlo della sua personalità. Accanto a esso il Bombino Nero, il Bombino Bianco, il Fiano e le altre varietà coltivate dall’azienda compongono un mosaico nel quale emerge una Puglia che personalmente amo molto: quella capace di avere profondità senza affidarsi necessariamente alla potenza, lasciando spazio alla freschezza, all’equilibrio e alla piacevolezza.

Castel del Monte, del resto, è uno dei territori che meglio dimostrano quanto sia riduttivo raccontare il vino pugliese attraverso un unico linguaggio. Qui altitudini, escursioni termiche, composizione dei terreni e vitigni autoctoni creano condizioni particolari e restituiscono vini capaci di finezza e personalità. È una parte della Puglia che merita di essere raccontata sempre meglio e il percorso di Giancarlo Ceci contribuisce certamente a farlo.

Ma se la terra rappresenta l’origine e il vino ne racconta l’evoluzione, oggi c’è un altro elemento che rende questa storia ancora più interessante: la famiglia.

Clara Ceci lavora già da alcuni anni in azienda e sta progressivamente costruendo il proprio ruolo accanto al padre. Si occupa anche dell’area commerciale, seguendo il mercato nazionale ed estero, entrando quindi in quella parte del mondo del vino che oggi richiede capacità di relazione, conoscenza dei mercati e nuovi linguaggi. Mi piace il modo in cui sta avvenendo questo ingresso perché non ha il sapore di una successione annunciata, ma quello molto più concreto dell’esperienza quotidiana: lavorare, osservare, imparare, confrontarsi e assumersi gradualmente nuove responsabilità.

Clara rappresenta la nona generazione della famiglia e porta un nome che gli appassionati dei vini di Giancarlo Ceci conoscono già, perché Clara è anche il nome del Fiano dell’azienda.

E poi c’è Felice, l’altro figlio di Giancarlo. Anche a lui il padre ha dedicato un vino e, dopo la prossima laurea, entrerà in azienda raggiungendo Clara.

Trovo bellissimo questo particolare perché improvvisamente alcune bottiglie diventano qualcosa di più di un’etichetta. Clara e Felice sono i nomi dei figli e dei genitori di Giancarlo, sono vini e sono, allo stesso tempo, due parti del futuro dell’azienda. Quasi come se Giancarlo, dedicando loro quei vini, avesse iniziato molti anni prima a scrivere una storia che oggi comincia concretamente a prendere forma.

Non amo particolarmente l’espressione “passaggio generazionale”, soprattutto quando viene utilizzata per descrivere situazioni come questa. Una famiglia non procede attraverso un interruttore che spegne una generazione per accenderne un’altra. La continuità si costruisce quando generazioni differenti hanno il tempo di lavorare insieme, quando l’esperienza incontra uno sguardo nuovo e quando chi arriva comprende ciò che è stato fatto prima di decidere cosa aggiungervi.

Giancarlo può trasmettere ai figli qualcosa che nessun libro potrebbe insegnare completamente: la conoscenza quotidiana della terra, il ricordo delle annate, le ragioni di determinate scelte, gli errori dai quali si è imparato e quella sensibilità verso la natura che ha accompagnato tutta la sua vita. Clara e Felice porteranno inevitabilmente qualcosa di loro, perché sarebbe sbagliato chiedere a una nuova generazione soltanto di custodire. Deve conoscere e rispettare ciò che riceve, ma deve anche avere la libertà di costruire il proprio pezzo di storia.

Forse è proprio questo ciò che oggi trovo più interessante osservando il percorso di Giancarlo Ceci. Partire da 60 ettari ricevuti dalla famiglia, arrivare a una proprietà di 230 ettari, scegliere il biologico quando ancora non rappresentava una tendenza, incontrare Lorenzo Landi e costruire insieme a lui una precisa destinazione vitivinicola, vedere crescere anno dopo anno la qualità dei vini e, adesso, prepararsi a condividere tutto questo con Clara e Felice.

E in mezzo rimane quella parola: Apnea.

Il nome di uno spumante, certamente, ma anche qualcosa che racconta Giancarlo più intimamente. La passione di un bambino diventata quella di un uomo, il mare come luogo nel quale imparare il rispetto degli equilibri naturali e poi la terra, vissuta con la stessa consapevolezza.

Io quella tenuta devo ancora visitarla e spero che prima o poi arriverà quel momento. Nel frattempo ho avuto il privilegio di conoscerne il percorso attraverso i racconti dei miei collaboratori e soprattutto attraverso ciò che considero il giudice più sincero per un’azienda vitivinicola: i suoi vini e la loro capacità di migliorare nel tempo.

Ed è forse proprio questa la sintesi che oggi trovo più adatta per raccontare Giancarlo Ceci: un uomo che dalla famiglia ha ricevuto una terra e che a quella terra ha aggiunto studio, convinzioni, incontri, lavoro e passione, fino a prepararsi, oggi, a condividerla con i propri figli.

Perché alla fine il rapporto più autentico con la natura non nasce dal desiderio di possederla, ma dalla capacità di comprenderla.

Non conquistare la terra, ma imparare a viverla.

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