Gregory Perrucci: l’anarchico del Primitivo che ha imparato a pensare prima degli altri

Scritto da | Pubblicato in territorio, vino Gregory Perrucci: l’anarchico del Primitivo che ha imparato a pensare prima degli altri

Raccontare Felline significa inevitabilmente raccontare Gregory Perrucci, perché alcune aziende finiscono per assomigliare profondamente alle persone che le hanno immaginate. Nel suo caso sarebbe difficile separare il vino dall’uomo, la storia familiare dalla curiosità, il Primitivo dalla musica, la Puglia dai suoi viaggi e persino una certa dose di provocazione da quella libertà di pensiero che Gregory rivendica definendosi, non senza compiacimento, un “anarchico”.

Una definizione che gli appartiene. Non tanto per il desiderio di andare contro qualcosa, quanto per l’istinto di non accettare una strada semplicemente perché tutti percorrono quella. Gregory ha sempre avuto bisogno di capire, confrontare, viaggiare, ascoltare e poi decidere con la propria testa. Forse è proprio qui che bisogna cercare una delle ragioni per cui il suo nome è legato alla rinascita moderna del Primitivo di Manduria.

La storia, però, comincia molto prima di lui.

Il primo capitolo porta il nome di suo nonno, Gregorio Perrucci, figlio di una famiglia di braccianti agricoli e abilissimo innestatore che, nel secondo dopoguerra, diventa un punto di riferimento per i nuovi impianti di Primitivo nell’area di Manduria. Conosceva le vigne e aveva imparato a osservare quanto il Primitivo potesse cambiare a seconda della terra nella quale affondavano le radici: terra rossa, sabbia, terra nera, terra bianca. Una conoscenza empirica che molti anni dopo sarebbe tornata sorprendentemente attuale nel lavoro di Felline sulle differenti espressioni del Primitivo.

La seconda generazione è quella di Costantino Perrucci, padre di Gregory, protagonista di un’altra epoca del vino italiano. Grande esportatore di vino sfuso verso la Francia, arrivò a movimentare, secondo i ricordi familiari, quantità impressionanti, fino a un milione di ettolitri all’anno. Era il tempo in cui il vino pugliese attraversava i confini in enormi volumi senza che il nome della Puglia viaggiasse necessariamente insieme a lui. Il vino partiva, la sua identità molto meno.

Poi arriva la terza generazione. Gregory entra nell’attività familiare nel 1989 e comprende che qualcosa deve cambiare. Non basta più vendere vino: bisogna restituirgli un’origine, un nome, una storia. Con i fratelli ricava inizialmente uno spazio dedicato alle vinificazioni di qualità e nel 1992 viene allestita la cantina per l’imbottigliamento. Felline si presenta sul mercato dal 1996 e comincia a proporre interpretazioni del Primitivo di Manduria che per quegli anni rappresentavano una visione tutt’altro che scontata.

È un passaggio quasi simbolico. Il vino che per la generazione precedente aveva attraversato le frontiere nelle grandi quantità torna progressivamente al vigneto, alla parcella, alla bottiglia e soprattutto al nome della terra dalla quale proviene.

Gregory viaggia molto e guarda lontano. In California conosce alcuni dei grandi produttori di Zinfandel e comincia a interrogarsi su ciò che gli americani erano riusciti a costruire intorno a quel vitigno. Non vuole trasformare Manduria nella California, sarebbe contrario alla sua stessa natura. Vuole piuttosto capire perché dall’altra parte dell’oceano un’uva così strettamente legata al Primitivo fosse riuscita a conquistare una propria identità internazionale mentre la Puglia continuava troppo spesso a vendere il proprio vino senza riuscire a trasferirgli tutto il valore della sua origine.

Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti più interessanti della sua visione: guardare fuori dalla Puglia per comprendere ancora meglio la Puglia.

Nel 1997 questa curiosità diventa un progetto ancora più ambizioso: l’Accademia dei Racemi. Gregory mette insieme viticoltori, vigneti ed esperienze con l’obiettivo di recuperare, studiare e valorizzare varietà autoctone pugliesi che allora avevano una notorietà ben diversa da quella odierna. Ottavianello, Susumaniello, Fiano Minutolo, Malvasia Nera, Negroamaro, Moscato Reale di Trani, Uva di Troia entrano in un percorso che contribuisce a creare una nuova consapevolezza della ricchezza ampelografica regionale.

Parallelamente prende forma un lavoro altrettanto importante sul Primitivo, letto attraverso le differenti matrici dei terreni: terra rossa, terra bianca, terra nera, sabbia.

Ed è probabilmente una delle sue intuizioni più interessanti: comprendere che non esiste semplicemente il Primitivo, ma esistono tanti modi di interpretarlo quanti sono i luoghi nei quali riesce a esprimersi. Il vitigno rimane lo stesso, cambia la voce.

A distanza di anni credo si possa riconoscergli anche questo merito: aver contribuito a cambiare il modo in cui Manduria guardava se stessa. Non soltanto terra capace di produrre Primitivo, ma territorio capace di interpretarlo, distinguerlo e raccontarlo. Oggi questo ragionamento può sembrare naturale; allora lo era molto meno.

I vini di Felline raccontano ancora oggi questa ricerca.

Giravolta nasce da Primitivo in purezza coltivato sulla cosiddetta terra bianca, derivante dal disgregarsi di banchi calcarei affioranti. Un terreno tufaceo e pietroso che contribuisce a costruire una particolare interpretazione del vitigno. È uno dei vini che permettono di comprendere bene il lavoro portato avanti dall’azienda: non utilizzare il Primitivo semplicemente come varietà, ma leggerlo attraverso la terra.

Poi c’è Zinfandel, e qui il vino torna inevitabilmente a confondersi con la biografia di Gregory.

Tra i suoi racconti ce n’è uno che sembra scritto apposta per descriverne il carattere. Durante uno dei viaggi negli Stati Uniti riuscì a procurarsi alcune marze provenienti da un vigneto storico legato a Ridge, uno dei nomi simbolo dello Zinfandel californiano. Racconta di averle sistemate dentro un borsone da golf e di essere rientrato attraversando tranquillamente i controlli doganali dell’epoca. Altri tempi, certamente, e un episodio che oggi va letto soprattutto per ciò che racconta dell’uomo: curiosità, audacia e quel desiderio quasi irrefrenabile di sperimentare personalmente ciò che aveva visto e conosciuto dall’altra parte dell’oceano. Quelle marze sono diventate parte della storia di Felline e oggi producono il vino che porta proprio il nome Zinfandel. Una bottiglia che rappresenta qualcosa di più di un’etichetta: è un ponte ideale tra Manduria e California, tra viaggio e ritorno, tra ciò che era andato a scoprire nel mondo e ciò che aveva sempre avuto davanti agli occhi nella propria terra.

La sua ricerca sulle relazioni tra Primitivo e Zinfandel lo porta inoltre a entrare in contatto con la cultura produttiva americana e a partecipare al dibattito internazionale intorno alle origini e all’identità dei due vitigni. Un confronto che rafforza ulteriormente una convinzione: il Primitivo non aveva bisogno di diventare qualcos’altro, aveva bisogno che qualcuno imparasse a riconoscerne fino in fondo il valore.

E poi c’è Anarkos. Già il nome sembra quasi una dichiarazione personale. È un blend di Primitivo, Negroamaro e Malvasia Nera, affinato in acciaio, lontano dall’idea che, per raccontare un grande rosso pugliese, il legno debba essere necessariamente necessario. Una paronomasia volutamente cercata, perché in questo caso persino le parole possono permettersi una piccola anarchia: ripetersi, sfidare la forma e rafforzare il concetto.

Anarkos mi fa pensare inevitabilmente a Gregory e alla sua insofferenza verso le classificazioni troppo semplici. È probabilmente il vino che, almeno nel nome, gli somiglia maggiormente: libero, provocatorio, difficilmente disposto a farsi rinchiudere dentro una definizione.

Questa sua libertà emerge anche quando parla della Puglia. Una delle frasi che pronuncia è volutamente spigolosa: “I pugliesi hanno una cattiva attitudine: sono come i cinesi, copiano e propongono economia a prezzo basso.”

È una frase forte e, se estrapolata dal contesto, sarebbe facile fraintenderla. Io la leggo invece come una provocazione rivolta innanzitutto alla propria terra. Conosce il valore della Puglia e proprio per questo non accetta che possa scegliere la scorciatoia dell’imitazione o della competizione al ribasso. Il suo pensiero pone una domanda molto più interessante: perché copiare qualcuno quando possediamo abbastanza storia, vitigni, territori e cultura per essere riconoscibili attraverso ciò che siamo?

Conoscendolo e avendo avuto più volte il piacere di confrontarmi con lui, ho imparato che dietro molte delle sue provocazioni non c’è mai il gusto sterile di andare controcorrente. C’è piuttosto il desiderio di costringere l’interlocutore a cambiare prospettiva. Parlando con lui si può partire dal Primitivo, passare dalla California, fermarsi davanti a un pianoforte e ritrovarsi poco dopo a discutere del futuro della Puglia. È questo, probabilmente, uno degli aspetti che più mi affascinano del personaggio.

Puoi essere d’accordo oppure no con lui, ma difficilmente una conversazione con lui lascia tutto esattamente come prima. Ti costringe a ragionare. E forse è proprio questo che dovrebbe fare una persona capace di lasciare un segno: non chiedere necessariamente consenso, ma generare pensiero.

Poi c’è la musica. E’ un grande appassionato e un pianista, e credo che questo particolare racconti molto più di quanto possa sembrare. Chi suona sa che la libertà non nasce dall’assenza di regole, ma dalla capacità di conoscerle abbastanza bene da potersene allontanare. Nel suo modo di pensare il vino ritrovo qualcosa di simile: struttura e improvvisazione, memoria e interpretazione, rigore e istinto. Forse quell’“anarchico” che ama dichiararsi ha qualcosa del musicista che, davanti alla tastiera, conosce lo spartito ma a un certo punto sente il bisogno di metterci qualcosa di proprio.

Questa contaminazione tra vino, musica, cultura e convivialità trova oggi una delle sue espressioni più belle nello Spazio Primitivo, il luogo che ha voluto creare all’interno della realtà aziendale. Non una semplice sala destinata agli eventi, ma uno spazio nel quale la sua idea di ospitalità prende forma attraverso incontri in cui musica, vino e cucina di qualità dialogano tra loro.

Ed è un passaggio importante, perché Felline non viene pensata soltanto come un luogo nel quale produrre bottiglie. Diventa uno spazio culturale, dove il Primitivo può essere bevuto, naturalmente, ma anche ascoltato, discusso, messo in relazione con un piatto, una musica, una persona, una storia.

Accanto a Gregory c’è il fratello Fabrizio, enologo dell’azienda e figura fondamentale nel tradurre questa visione nel bicchiere. Se Gregory rappresenta in maniera evidente la componente visionaria, culturale e “provocatoria” del progetto, Fabrizio ne accompagna la dimensione enologica e produttiva. Due personalità e due ruoli differenti che appartengono alla stessa storia familiare.

Per noi di Vinoway, Felline rappresenta inoltre qualcosa di particolare. L’azienda è presente da sempre nella Guida Vinoway Selection, e questo ci ha consentito di seguirne i vini attraverso gli anni e le vendemmie, costruendo quella memoria degustativa che considero fondamentale quando si vuole comprendere veramente una cantina. Una singola bottiglia può entusiasmare o convincere meno. Una successione di vendemmie racconta molto di più: racconta una direzione, una coerenza, un’evoluzione e, qualche volta, persino i cambiamenti di pensiero delle persone che quei vini li producono.

Felline è oggi una realtà che considero iconica per la vitivinicoltura pugliese e riconoscibile nel panorama nazionale, ma limitarsi a celebrarne il successo significherebbe perdere la parte più interessante della sua storia.

Bisogna tornare a Gregory. A quell’uomo che riceve dal padre Costantino una straordinaria conoscenza del commercio del vino e decide di riportare tutto verso il vigneto. Al pugliese che attraversa l’oceano per capire cosa gli americani siano riusciti a fare con lo Zinfandel e torna a casa ancora più convinto del valore del Primitivo. Al produttore che attraverso l’Accademia dei Racemi contribuisce a creare attenzione intorno a vitigni e territori che meritavano una considerazione diversa. All’uomo che comincia a distinguere il Primitivo attraverso le sue terre quando parlare di zonazione era molto meno comune di oggi. Al pianista che cerca nella musica la stessa libertà che pretende dal pensiero.

Giravolta, Zinfandel e Anarkos, in fondo, possono essere letti anche così: tre vini e tre frammenti dello stesso uomo. La terra, il viaggio, la libertà.

Forse Gregory Perrucci è stato un pioniere del Primitivo di Manduria proprio per questo: non si è limitato a credere nel Primitivo quando ancora in pochi ne comprendevano completamente le possibilità. Ha cercato di immaginare ciò che avrebbe potuto diventare.

Oggi molte di quelle intuizioni sembrano quasi naturali. Ma è questo il destino delle idee che funzionano: dopo qualche decennio diventano talmente logiche da farci dimenticare quanto fosse difficile averle quando nessuno ne conosceva ancora il risultato.

Gregory, con il suo pianoforte, le sue provocazioni, i suoi viaggi, Felline, l’Accademia dei Racemi e quello Spazio Primitivo nel quale vino, musica e cucina tornano a parlare la stessa lingua, continua a essere difficilmente classificabile. Probabilmente gli sta bene così. In fondo, per uno che ama definirsi anarchico, essere classificato sarebbe già una piccola sconfitta.

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