Il vino rosato italiano merita molto di più, è tempo di restituirgli la sua identità
Scritto da Davide Gangi | Pubblicato in fatti, vino
Esistono vini che conquistano il mercato seguendo una tendenza e altri che, invece, costruiscono il proprio valore attraversando il tempo. Il vino rosato italiano appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Eppure, nonostante una storia importante, territori straordinari e una qualità oggi riconosciuta a livello internazionale, continua troppo spesso a essere raccontato come un vino stagionale, destinato all’aperitivo o alle serate estive, quasi fosse una parentesi tra un bianco e un rosso. È una visione che non condivido e che, negli anni, ho imparato a considerare uno dei più grandi limiti culturali della nostra comunicazione.
Le centinaia di cantine che ho visitato, i produttori incontrati e le migliaia di degustazioni affrontate mi hanno insegnato una cosa molto semplice: il problema del vino rosato italiano non è mai stato la qualità. Oggi disponiamo di un patrimonio enologico che pochi altri Paesi possono vantare, fatto di vitigni autoctoni, territori profondamente diversi tra loro, competenze agronomiche ed enologiche di altissimo livello e una biodiversità che rappresenta uno dei più grandi punti di forza della nostra viticoltura. Quello che ancora manca è una piena consapevolezza del suo valore.
Per comprendere davvero il presente del rosato italiano occorre però fare un passo indietro. Ogni grande vino possiede una storia che ne ha segnato il destino e quella del rosato italiano inizia nel 1943, quando, nel pieno di uno dei periodi più difficili della storia mondiale, la famiglia Leone de Castris diede vita al Five Roses, il primo vino rosato imbottigliato d’Italia. Non fu soltanto un’intuizione commerciale, ma una scelta coraggiosa e lungimirante, capace di anticipare di decenni un modo nuovo di interpretare questa tipologia. In un’epoca in cui il rosato veniva considerato una produzione secondaria, quella bottiglia dimostrò che anche un vino rosa poteva possedere identità, eleganza e dignità proprie.
È un passaggio storico che meriterebbe di essere ricordato molto più spesso, perché racconta una verità che ancora oggi rischiamo di dimenticare: il vino rosato italiano non nasce inseguendo modelli stranieri, ma affonda le proprie radici in una cultura enologica autenticamente italiana, costruita sul coraggio di produttori che hanno creduto in questa tipologia quando nessuno immaginava il ruolo che avrebbe assunto nel panorama mondiale.

Quando penso ai grandi rosati italiani, il mio pensiero torna inevitabilmente alla mia Puglia, una regione che considero una delle più straordinarie interpreti di questa tipologia. Il Negroamaro continua a rappresentarne una delle espressioni più autorevoli, capace di coniugare eleganza, sapidità, profondità e una sorprendente capacità evolutiva. Accanto a lui, negli ultimi anni, ho imparato ad apprezzare sempre di più il Nero di Troia, che nella vinificazione in rosa rivela una raffinatezza spesso sconosciuta a chi lo associa esclusivamente ai grandi vini rossi. Lo stesso vale per il Primitivo, che negli ultimi dieci anni, sta riscontrando approvazione da parte dei consumatori. Quando viene interpretato con equilibrio, riesce a regalare rosati armonici, capaci di evolvere positivamente anche dopo alcuni mesi di affinamento.
Ma la Puglia di oggi racconta anche un’altra storia, quella di vitigni che stanno vivendo una nuova stagione di valorizzazione. Penso al Susumaniello, che nei rosati trova una delle espressioni più convincenti della sua identità, e penso soprattutto all’Ottavianello, un vitigno che sembrava destinato a rimanere ai margini della viticoltura pugliese e che oggi, grazie alla visione di alcuni produttori, sta dimostrando quanto possa essere originale e affascinante anche nella vinificazione in rosa. È la dimostrazione che il futuro del vino rosato italiano non passa dall’omologazione, ma dalla capacità di riscoprire e valorizzare il patrimonio ampelografico che rende unica la nostra viticoltura.
La forza del vino rosato italiano risiede proprio nella sua straordinaria diversità. Se la Puglia rappresenta una delle culle storiche di questa tipologia, sarebbe un errore pensare che la sua identità si esaurisca lungo le coste dell’Adriatico e dello Ionio. Ogni territorio ha saputo interpretare il vino rosa secondo la propria cultura, il proprio clima e i propri vitigni, dando vita a una ricchezza espressiva che probabilmente nessun altro Paese al mondo può vantare.
Tra le denominazioni che più raccontano questo concetto occupa un posto di assoluto rilievo il Cerasuolo d’Abruzzo, un vino che considero una delle espressioni più autentiche dell’enologia italiana. La sua storia dimostra quanto sia importante credere nella propria identità senza lasciarsi condizionare dalle tendenze del momento.
Su questo tema mi piace richiamare le riflessioni dell’amico Massimo Di Cintio, tra i più profondi conoscitori dei vini rosati italiani. Il suo racconto del Cerasuolo d’Abruzzo rappresenta, a mio avviso, una delle letture più lucide dell’evoluzione che questa tipologia ha vissuto negli ultimi decenni.
Massimo ricorda come il Cerasuolo appartenga a quella ristretta categoria di vini che possono raccontare un territorio attraverso un solo vitigno. Nasce infatti dal Montepulciano, interpretato con una vinificazione capace di conservarne il carattere, il frutto e quella personalità che da sempre rappresentano la firma di questo vino. Le prime testimonianze risalgono addirittura agli inizi del Novecento, ma è soprattutto dal 1968 che il Cerasuolo inizia il proprio percorso ufficiale, inizialmente come tipologia della DOC Montepulciano d’Abruzzo.
Per molti anni il Cerasuolo ha vissuto quasi all’ombra del fratello maggiore. Pochi immaginavano che potesse ritagliarsi uno spazio importante sul mercato nazionale e internazionale. Eppure, proprio come accade alle grandi storie, è riuscito a conquistare credibilità con il lavoro, la qualità e la coerenza, ottenendo riconoscimenti nei principali concorsi internazionali fino ad arrivare, nel 2010, alla nascita di un disciplinare autonomo che ne ha definitivamente consacrato l’identità.
Trovo particolarmente interessante anche un’altra osservazione di Massimo Di Cintio. Negli anni in cui il mercato sembrava premiare esclusivamente i rosé provenzali, alcuni produttori abruzzesi avevano iniziato ad alleggerire progressivamente il colore e il carattere del Cerasuolo, cercando di avvicinarsi a uno stile che appariva più commerciale. Una scelta comprensibile sotto il profilo del mercato, ma che rischiava di indebolire proprio ciò che rendeva questo vino unico.
Fortunatamente la storia ha preso un’altra direzione. Oggi le degustazioni raccontano un ritorno convinto alle origini. Tornano quei colori che richiamano la ciliegia matura e il corallo, tornano profumi intensi e riconoscibili, torna soprattutto quella personalità che nasce dall’incontro tra il Montepulciano, il particolare pedoclima creato dalla vicinanza tra mare e montagna e l’esperienza dei produttori abruzzesi. È la dimostrazione che l’identità, nel lungo periodo, riesce quasi sempre a prevalere sulle mode.
Ed è una lezione che dovrebbe far riflettere tutta l’enologia italiana. Perché il futuro del vino rosato non può essere costruito rincorrendo un modello unico. Deve invece valorizzare le profonde differenze che caratterizzano i nostri territori.
Lo dimostra il Chiaretto del Garda, capace di interpretare il rosato con una cifra stilistica completamente diversa, elegante, delicata e profondamente legata al paesaggio gardesano. Lo dimostrano i rosati della Sicilia, dove Nero d’Avola, Frappato e Nerello Mascalese stanno offrendo interpretazioni sempre più convincenti. Lo confermano la Calabria, con i suoi vitigni storici affacciati sul Mediterraneo, e la Campania che punta a regalare vini rosa di grande personalità.
Questa straordinaria ricchezza rappresenta il vero patrimonio del rosato italiano. Non esiste un solo modo di interpretarlo. Esistono decine di territori, centinaia di produttori e una biodiversità che rende ogni bottiglia diversa dall’altra. Ed è proprio questa unicità che dovrebbe diventare il centro della nostra comunicazione.
I numeri, del resto, confermano che il mondo guarda con crescente interesse a questa tipologia. Il vino rosato rappresenta ormai una quota significativa dei consumi mondiali di vino fermo e continua a crescere con regolarità. La Francia rimane il principale punto di riferimento, soprattutto grazie alla capacità di aver costruito una vera cultura del consumo, nella quale il rosato viene vissuto semplicemente come vino, senza stagionalità e senza etichette.
L’Italia, invece, continua a vivere una situazione paradossale. Produce alcuni dei rosati più interessanti al mondo, possiede il più ricco patrimonio di vitigni autoctoni esistente e territori straordinariamente vocati, ma il consumo interno rimane ancora lontano dalle potenzialità che questa tipologia potrebbe esprimere.
Ed è proprio qui che, a mio avviso, emerge il vero nodo della questione. Il problema non è il vino. Il problema è il modo in cui continuiamo a raccontarlo. Se il vino rosato italiano non occupa ancora il posto che merita, la responsabilità non può essere attribuita ai produttori, né agli enologi. Negli ultimi dieci anni la qualità è cresciuta in maniera impressionante, la ricerca agronomica ed enologica ha raggiunto livelli elevatissimi e i territori hanno acquisito una consapevolezza sempre maggiore delle proprie potenzialità. Il vero limite continua a essere culturale.
Abbiamo raccontato il rosato nel modo sbagliato. Ancora oggi molte campagne di comunicazione sembrano suggerire, più o meno consapevolmente, che il rosato sia un vino destinato prevalentemente a un pubblico femminile. È uno stereotipo che considero superato e, soprattutto, profondamente ingiusto nei confronti di una tipologia che merita di essere giudicata esclusivamente per ciò che riesce a esprimere nel calice.
Il vino non ha un genere. Ha un’identità. E l’identità non si costruisce con il colore di un’etichetta o con una fotografia ben realizzata, ma con il territorio, con il vitigno, con il lavoro dell’uomo e con la capacità di trasmettere autenticità.
Negli ultimi anni ho avuto anche un’altra sensazione, condivisa da molti produttori ed enologi con cui mi confronto quotidianamente. Ho visto numerosi rosati italiani perdere lentamente parte della propria personalità nel tentativo di avvicinarsi a un modello che sembrava rappresentare l’unica strada possibile. Colori sempre più tenui, profili aromatici sempre più simili, vini “costruiti” per assomigliarsi piuttosto che per distinguersi.
Desidero essere chiaro.
Nutro una profonda ammirazione per ciò che la Provenza è riuscita a costruire. Ha saputo creare un’identità fortissima, una cultura del consumo riconoscibile e un marchio territoriale diventato un riferimento mondiale. È un risultato che merita rispetto e che dovrebbe essere studiato da chiunque si occupi di comunicazione del vino. Ma studiare un modello non significa copiarlo.
L’Italia non ha alcun bisogno di inseguire la Provenza, semplicemente perché possiede qualcosa che nessun altro Paese può vantare: la più grande biodiversità viticola del pianeta. Centinaia di vitigni autoctoni, territori profondamente diversi tra loro e una storia millenaria permettono al nostro Paese di offrire una ricchezza espressiva senza eguali. Sarebbe un errore enorme sacrificare questo patrimonio sull’altare dell’omologazione.
Il futuro del vino rosato italiano non passerà dalla capacità di produrre vini sempre più simili tra loro, ma dal coraggio di renderli sempre più riconoscibili. Il consumatore non cerca una copia della Provenza. Cerca emozioni autentiche, territori veri e vini capaci di raccontare da dove provengono.
È per questo che credo anche nel ruolo fondamentale dei Consorzi di Tutela. Promuovere una denominazione non significa soltanto organizzarne la presenza alle fiere o nei mercati internazionali. Significa custodirne l’identità, difenderne lo stile e accompagnare i produttori in un percorso che rafforzi la riconoscibilità del territorio, proprio come il Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo ha saputo fare negli ultimi anni restituendo centralità al Cerasuolo.
Allo stesso modo anche la ristorazione è chiamata a compiere una riflessione. Il rosato continua troppo spesso a occupare uno spazio marginale nelle carte dei vini, quando invece rappresenta una delle tipologie più versatili della nostra enologia. Pochi vini riescono ad accompagnare con la stessa naturalezza la cucina mediterranea, il pesce, i crostacei, le carni bianche, le preparazioni vegetariane, le pizze contemporanee e molte espressioni della cucina internazionale. Valorizzarlo significa offrire al consumatore un’esperienza gastronomica più ricca e completa.
Ma una responsabilità altrettanto importante ricade su noi comunicatori. Le parole costruiscono il valore di un vino almeno quanto il lavoro svolto in vigneto e in cantina. Se continueremo a presentare il rosato come un prodotto stagionale, il pubblico continuerà inevitabilmente a considerarlo tale. Se invece inizieremo a raccontarne la storia, i territori, i vitigni, le persone e la cultura che custodisce, contribuiremo finalmente a restituirgli il posto che gli spetta nel panorama dell’enologia italiana.
Questo editoriale non vuole essere una difesa del vino rosato. Non ne ha bisogno.
Vuole essere, piuttosto, un invito rivolto all’intera filiera a credere fino in fondo in una delle più grandi ricchezze del nostro patrimonio vitivinicolo.
Gli manca soltanto una convinzione collettiva. La convinzione che il rosato non sia una categoria minore. Che non sia un vino da bere soltanto d’estate. Che non sia una scelta di ripiego tra un bianco e un rosso. È, semplicemente, un grande vino. E come tutti i grandi vini merita di essere prodotto con ambizione, raccontato con competenza e comunicato con il rispetto che si deve a una parte così importante della nostra storia.
Il giorno in cui smetteremo di domandarci quale sfumatura di rosa debba avere un vino e inizieremo a chiederci quale territorio, quale vitigno e quale cultura voglia raccontare, avremo finalmente compiuto quel salto di maturità che il vino rosato italiano attende da troppo tempo.
Perché il colore si osserva. L’identità, invece, resta.



