Intervista a Riccardo Cotarella, la voce di chi guarda al futuro del vino italiano
Scritto da Davide Gangi | Pubblicato in Interviste, vino
Quando si parla di vino italiano, il nome di Riccardo Cotarella rappresenta uno dei riferimenti più autorevoli del panorama enologico internazionale. Enologo di fama mondiale, consulente di alcune tra le più importanti aziende vitivinicole, Presidente di Assoenologi, ha contribuito in maniera determinante alla crescita qualitativa del vino italiano, accompagnandone l’evoluzione senza mai perdere il contatto con la terra, con i vignaioli e con il lavoro quotidiano di chi vive la viticoltura.
La sua competenza è riconosciuta ovunque, ma ciò che continua a colpirmi, ogni volta che ci confrontiamo, è la semplicità con cui riesce a mettere le persone a proprio agio. Dietro il professionista stimato da produttori e istituzioni c’è un uomo che ascolta, che sa confrontarsi, che non ha mai smesso di trasmettere entusiasmo alle nuove generazioni e che considera il vino, prima ancora che un prodotto, una straordinaria espressione della cultura italiana.
In un momento complesso come quello che il settore vitivinicolo sta attraversando, segnato dai cambiamenti climatici, dalle nuove dinamiche dei mercati, dai mutamenti nei consumi e dalle sfide che attendono produttori ed enologi, la voce del Presidente di Assoenologi assume un valore ancora maggiore. Non soltanto perché interpreta il pensiero di una categoria fondamentale per il futuro del vino italiano, ma perché conosce profondamente ogni aspetto di questo mondo, vissuto sempre con equilibrio, responsabilità e grande senso pratico.
In occasione di questa intervista ho scelto di rivolgergli alcune domande “semplici”, senza cercare effetti speciali. Domande che nascono dall’ascolto quotidiano di produttori, enologi e appassionati, perché credo siano le stesse che oggi molti si pongono sul futuro del vino italiano. Ne è nata una conversazione sincera, diretta, priva di formalismi, nella quale emerge non solo il Presidente, ma soprattutto l’uomo, con la sua esperienza, la sua visione e quel pragmatismo che lo ha sempre contraddistinto.
Perché le persone davvero autorevoli non hanno bisogno di alzare la voce per essere ascoltate. È sufficiente la credibilità costruita in una vita di lavoro, di studio e di passione. Riccardo Cotarella appartiene a questa categoria.
Presidente Cotarella, partiamo dalla vendemmia 2026. Che annata si aspetta e quali sono oggi le sensazioni che le arrivano dai vigneti italiani?
È ancora presto per esprimere un giudizio definitivo. La vendemmia 2026 si presenta con una forte variabilità territoriale e con un anticipo che, in alcune aree, arriva anche a una decina di giorni rispetto alla media. Caldo, siccità e fenomeni temporaleschi hanno creato condizioni differenti da zona a zona, rendendo difficile qualsiasi previsione complessiva. Oggi dobbiamo osservare con grande attenzione l’evoluzione delle uve, perché saranno le ultime settimane a determinare in modo decisivo qualità e quantità. In alcune aree le prospettive sono positive, mentre in altre permane una certa preoccupazione per gli stress idrici e termici. Per questo, come Assoenologi, riteniamo più corretto parlare sulla base dei dati definitivi, al termine della raccolta, evitando stime premature. La sensazione generale è comunque quella di una viticoltura sempre più chiamata a lavorare sulla precisione: conoscere il vigneto, interpretare rapidamente i segnali della pianta e scegliere il momento giusto per intervenire e per raccogliere saranno elementi determinanti.
Il cambiamento climatico è ormai una realtà con cui tutti dobbiamo confrontarci. Dal suo punto di vista, come sta reagendo la viticoltura italiana e quali saranno le sfide più importanti nei prossimi anni?
Il cambiamento climatico non è più un’ipotesi, ma una realtà con la quale dobbiamo convivere. La viticoltura italiana sta reagendo con maggiore consapevolezza, attraverso una gestione più attenta dell’acqua, del suolo e della chioma, una selezione più accurata delle varietà e dei portainnesti e una crescente attenzione alla biodiversità. Non dobbiamo però pensare che esista una soluzione unica. L’ Italia ha territori, microclimi e vitigni molto diversi: ciò che funziona in Sicilia può non essere adatto in Piemonte o in Veneto. La risposta dovrà quindi essere locale, fondata sulla ricerca e sulla conoscenza dei singoli vigneti. Le sfide principali saranno la disponibilità idrica, la gestione delle temperature estreme, la protezione della fertilità dei suoli e la capacità di mantenere equilibrio e identità nei vini. Dovremo produrre vini capaci di esprimere il territorio, ma anche di rispondere a condizioni climatiche nuove. In questo scenario, la professionalità dell’enologo sarà sempre più importante: non per forzare la natura, ma per accompagnarla e interpretarla.
Il mercato del vino sta vivendo una fase complessa, tra consumi che cambiano e scenari internazionali in continua evoluzione. Secondo lei, da dove bisogna ripartire per dare nuovo slancio al vino italiano?
Dobbiamo ripartire dal valore. Il vino italiano non può competere soltanto sul prezzo, perché la sua forza è nella qualità, nella diversità dei territori, nella storia e nella cultura che porta con sé. Il consumatore è cambiato: è più informato, più attento alla sostenibilità, alla salubrità, alla moderazione e alla trasparenza. Dobbiamo ascoltarlo senza rinunciare alla nostra identità. Questo significa comunicare meglio, con un linguaggio più semplice e contemporaneo, spiegando il vino senza renderlo distante o eccessivamente complicato. Serve inoltre una promozione più coordinata del sistema Italia. Le nostre denominazioni sono straordinarie, ma spesso all’estero arriviamo divisi. Dobbiamo investire nella valorizzazione dei territori, nel turismo del vino, nella formazione e nei mercati internazionali, mantenendo però un’attenzione crescente anche ai consumatori italiani e alle nuove generazioni. Il vino deve tornare a essere percepito come un prodotto di cultura, convivialità e qualità, sempre all’interno di un consumo consapevole e responsabile.
Se guarda al percorso compiuto dal vino italiano negli ultimi cinque anni, quali sono i cambiamenti più importanti che ha visto e su quali aspetti crede che la filiera debba continuare ad investire per affrontare il futuro?
Negli ultimi cinque anni il vino italiano ha dimostrato una grande capacità di reazione. Abbiamo attraversato la pandemia, tensioni geopolitiche, aumento dei costi, difficoltà logistiche e una fase di rallentamento dei consumi. Nonostante tutto, il settore ha saputo innovare e mantenere una posizione di grande prestigio sui mercati internazionali. Ho visto crescere l’attenzione verso la sostenibilità, non soltanto ambientale ma anche economica e sociale. È aumentata la consapevolezza sull’importanza della tracciabilità, della ricerca, della digitalizzazione e di una gestione più razionale delle risorse. Anche il ruolo dell’enologo si è evoluto: oggi deve possedere competenze tecniche, agronomiche, economiche e comunicative. Per il futuro dobbiamo continuare a investire nella ricerca, nella formazione e nel ricambio generazionale. Dobbiamo sostenere le imprese nella transizione ambientale e digitale, migliorare la capacità di fare sistema e rafforzare la comunicazione internazionale. Infine, occorre lavorare sulla redditività della filiera: senza aziende economicamente solide non è possibile garantire né qualità nè futuro.
Da Presidente di Assoenologi, quale messaggio si sente di rivolgere oggi ai suoi colleghi che ogni giorno lavorano in vigneto e in cantina per dare valore al vino italiano?
Il mio messaggio è innanzitutto di fiducia e di gratitudine. Il lavoro dell’enologo si svolge spesso lontano dai riflettori, ma è proprio lì, tra competenza, sensibilità e capacità di interpretare ogni vendemmia, che nasce gran parte dell’identità di un vino. Significa trasformare una materia prima straordinaria in un prodotto capace di raccontare un territorio e di creare emozione. Ai colleghi dico di non smettere mai di studiare, di confrontarsi e di osservare. In un periodo di grandi cambiamenti, la competenza sarà il nostro principale strumento. Ma insieme alla competenza servono umiltà, responsabilità e rispetto per la natura. Dobbiamo essere innovatori senza perdere il senso della tradizione, aperti alla ricerca senza dimenticare l’identità dei vitigni e dei territori. Il futuro del vino italiano dipenderà anche dalla nostra capacità di lavorare insieme, condividendo conoscenze e costruendo una filiera più forte. Ogni bottiglia è il risultato di un lavoro collettivo. Difendere la qualità del vino italiano significa difendere il lavoro delle persone, la cultura dei territori e la credibilità del nostro Paese nel mondo.



