Lorenzo Landi: il vino è del produttore, non dell’enologo

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Lorenzo Landi, toscano classe ‘64, ha un profilo professionale di spicco nel settore agronomico-enologico italiano, con oltre 30 anni di esperienza a servizio di alcune delle più rinomate aziende vinicole del Paese.

Laureatosi in Scienze Agrarie presso l’Università degli Studi di Pisa, ha approfondito la sua formazione con un Diploma Universitario in Viticoltura ed Enologia sempre presso la stessa istituzione, seguito da un ulteriore Diploma Master in Enologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, con il massimo dei voti. Il suo percorso formativo è stato arricchito da corsi presso la Facoltà di Enologia dell’Università di Bordeaux, focalizzati su varie aree chiave della produzione vinicola, come la vinificazione in bianco e rosso, l’affinamento dei vini e la patologia viticola.

Questi studi sono stati svolti nell’ambito di una collaborazione ventennale con l’Università di Bordeaux, iniziata nel 1996 con il rinomato professore di enologia Denis Dubourdieu e continuata con il suo Team dopo la sua scomparsa nel 2016.

Ha anche arricchito la sua esperienza con due stage nella regione della Côte d’Or, in Borgogna, presso le rinomate aziende vinicole Domaine Leflaive e Domaine Tollot-Beuault nel periodo tra il 1992 e il 1993. Riconoscimenti significativi hanno contraddistinto la sua carriera: nel 2004 è stato premiato come Giovane Enologo con il premio “Vini di Toscana” dalla Regione Toscana. Nel 2017, la sua dedizione alla valorizzazione del territorio e della sua originalità nel prodotto gli ha valso il titolo di Enologo dell’Anno 2017 per la Guida Essenziale ai Vini d’Italia 2017 di Doctor Wine.

Nel 2023, ha ricevuto il Premio Miglior Enologo Italiano da Vinoway durante la Vinoway Selection 2024, confermando il suo ruolo di figura di spicco nel panorama enologico nazionale.

Inizio l’intervista con una mia curiosità. Quando ti presenti, quale titolo preferisci utilizzare per descrivere il tuo ruolo nel mondo del vino? Ti identifichi più come enologo, agronomo, wine maker o con un altro termine?

Winemaker non mi è mai piaciuto molto, mi è sempre sembrato che questo termine enfatizzasse troppo il ruolo del tecnico rispetto a quello del produttore. Enologo invece mi piace, nel suo significato racchiude quello che, fin da adolescente, ho amato di più nella vita, lo studio del vino. Penso però che l’enologo non possa prescindere dall’agronomia, il vino nasce dal territorio e dalla vigna e deve rimanere sempre intimamente legato a queste sue origini, altrimenti diventa una bevanda qualsiasi. Dunque enologo ed agronomo dovrebbero essere una cosa sola e fare parte di uno stesso percorso.  

Puoi approfondire il concetto quando dici che il lavoro dell’agronomo-enologo dovrebbe contribuire a realizzare il modello che il produttore si propone di raggiungere, quali sono gli elementi chiave di questa collaborazione e in che modo la tua attività si integra con gli obiettivi e le aspettative del produttore?

Io credo che l’enologo debba sempre rispettare due aspetti fondamentali che vengono prima di noi e devono indirizzare il nostro lavoro. Il primo aspetto, il più importante di tutti, è il territorio in cui ci si trova ad operare. Ciascun territorio ha una propria originalità e vocazione che tutti noi, produttori compresi, dobbiamo considerare e rispettare. Il secondo, che viene subito dopo, è la volontà e la scelta del produttore in merito a quale stile adottare e quale vino produrre, sempre nel rispetto del territorio in cui si opera. Il vino è del produttore che deve sentirlo suo, non dell’enologo. Rinunciare a questo significherebbe perdere l’originalità, la fantasia e la spinta che chi produce vino può dare e questo sarebbe ancora più grave se si considera che il produttore di vino è mosso in molti casi da una grande passione, che non si ritrova in altri settori. Certo, l’enologo può dare un consiglio ma deve farlo, in questa fase, con grande moderazione. Il nostro lavoro dovrebbe invece essere più importante nella fase successiva, nell’aiutare cioè il produttore, una volta che ha stabilito uno stile ed un modello, a realizzarlo nel rispetto del territorio. In questo modo la nostra attività si può integrare con quella del produttore, senza invasioni di campo. Per fare questo è necessario però tenersi un passo indietro rispetto al produttore e svolgere un ruolo di custodia, protezione e cura, nel senso più alto del termine, dell’originalità del territorio e della volontà del produttore stesso.         

In quale modo reputi sia possibile valorizzare un territorio, un vitigno e, di conseguenza, un vino, potresti illustrare gli obiettivi che un rinomato enologo come te si prefigge?

Mi fa molto piacere il tuo modo di porre la domanda, partendo dal territorio e non dal vino. Un vino può essere valorizzato in modo duraturo solo attraverso la valorizzazione del territorio. E qui  occorre essere precisi. Ciascun territorio ha una sua originalità e vocazione, come ho detto prima. Ed il modo di valorizzarla e proteggerla può essere diverso a seconda del territorio stesso. Tuttavia esiste una costante sempre valida: per valorizzare un territorio occorre proteggere ciò che la natura produce nell’uva e che lo distingue dalle altre zone. Questo deve essere fatto in vigna, nella trasformazione dell’uva in vino e nel suo affinamento e non è una cosa esclusivamente naturale, occorre l’intervento dell’uomo, che non va demonizzato. Vedo che, negli ultimi anni, si tende a mettere all’indice la tecnologia e l’intervento dell’uomo in vinificazione. Lo capisco, troppi vini sono stati omologati in passato in questo modo (penso ad esempio all’uso dei lieviti aromatici, alle sovramaturazioni, al legno eccessivo), con disprezzo del territorio. Ma è un’analisi superficiale, che guarda il dito e non la luna: come l’uomo può uccidere persone ma anche fare opere d’arte straordinarie, può sicuramente usare la tecnologia per omologare ma anche per valorizzare i territori ed i loro vini e proteggere la diversità. Sta a noi scegliere la strada giusta senza rifugiarsi in ideologie reazionarie e nel rifiuto di noi stessi. Altrimenti ciò che abbiamo distrutto in alcuni casi con l’uso sbagliato della tecnologia lo distruggeremo egualmente con il rifiuto della nostra opera.

Dopo aver studiato e collaborato con esponenti dell’Università di Bordeaux ed aver svolto stage in Borgogna, potresti condividere le tue osservazioni sulle differenze sostanziali tra la viticoltura e l’enologia francesi rispetto a quelle italiane?

La differenza sostanziale in passato era, a mio modo di vedere, molto semplice: in Francia si dava, rispetto all’Italia, più importanza al territorio ed alla viticoltura mentre si poneva minore attenzione alla tecnologia, soprattutto a quella che voleva modificare e non proteggere la natura, come abbiamo visto prima. Credo che il motivo fosse altrettanto semplice. In Italia, nonostante la grande tradizione, avevamo passato un periodo di forte appannamento e la nostra presenza sul mercato dell’alta qualità era molto limitata. Di conseguenza cercavamo tutto quello che, in una visione un po` distorta ma comprensibile, poteva consentirci di recuperare rapidamente il tempo perduto, magari imitando modelli che non ci appartenevano. Del resto si sa, i tempi in viticoltura sono più lunghi…. Il risultato è stato discutibile anche se ci ha consentito di recuperare spazi di mercato. Tuttavia, in tempi relativamente brevi (e questa è stata la nostra grande forza) ci siamo resi conto che questo modello non era giusto ed adesso la nostra visione si è avvicinata molto a quella francese, in qualche caso anche superandola.

Come hai applicato ed integrato l’esperienza acquisita durante il tuo percorso in Francia nel contesto della viticoltura ed enologia italiana?

Penso che la situazione pedoclimatica, ed in particolare climatica, italiana sia abbastanza diversa da quella francese per cui l’applicazione pratica non può essere e non è stata immediata. Tuttavia i concetti restano e quindi questa risposta deriva un po` dalla precedente: credo che l’esperienza francese mi abbia insegnato a credere nel territorio e nella viticoltura in un periodo in cui questi sembravano quasi concetti astratti da noi. Forse questo mi ha creato un pò di problemi all’inizio ma alla fine penso sia stato un vantaggio. 

Quali consigli offriresti ad un giovane enologo che è agli inizi della sua carriera professionale?

E’ difficile dare consigli, si finisce fatalmente a darli pensando che i giovani siano come noi, ed ovviamente non lo sono. L’unico consiglio che posso dare è di seguire questa strada solo se si ha una grande passione per il vino ed i suoi territori.

Ritieni che sia possibile produrre vino di qualità senza la supervisione e la guida di un enologo?

Certamente, ma l’aiuto, più che la guida, di un enologo credo che sia positivo, non uno svantaggio. Naturalmente se l’enologo si pone nel modo giusto, senza voler invadere il campo del produttore, e se viene usato nel modo giusto. So che ci sono state anche distorsioni in passato e questo può giustificare in parte i presenti attacchi, ma non si può pensare che sia preferibile non studiare il vino per produrlo meglio. Questa è una posizione reazionaria che non riesco a comprendere, sarebbe come rifiutare la medicina perchè si è commesso qualche errore, senza riconoscere, ad esempio, l’aumento della vita media dell’uomo.

Se dovessi riflettere sull’andamento della tua carriera professionale, c’è qualcosa che non rifaresti o che cambieresti, quali sono gli obiettivi o le sfide che ancora desideri affrontare in futuro?

Io sono abbastanza contento di come è andata e credo comunque di aver fatto scelte che, anche se possono avermi probabilmente danneggiato, in realtà erano giuste per la mia persona. Di obiettivi ne ho ancora molti, mi piacerebbe contribuire a capire l’identità di alcuni grandi territori italiani e contribuire a realizzare vini che corrispondano a questa identità. E poi capire come porsi di fronte al cambiamento climatico, vera grande sfida del futuro. Su questo dovremo lavorare molto.

Cosa vuoi che ti auguri?

Io ho sempre creduto, sopra ogni altra cosa, nell’impegno. Credo sia di grande importanza poter pensare di aver fatto tutto quello che le nostre capacità ci hanno consentito. Quindi, se mi auguri di avere la volontà di impegnarmi ancora nel mio lavoro, mi fai l’augurio più gradito.   

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