Nicola Leo: il giovane enologo che ha rivalutato la Malvasia Nera

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Con una passione intramontabile per la viticoltura e l’enologia, Nicola Leo emerge come un’icona del settore vinicolo italiano. La sua storia è intrecciata con il territorio, poiché ha cresciuto la sua visione e la sua dedizione all’interno della cantina di famiglia operante in tre distinti distretti pugliesi: il Salento, la Valle d’Itria e Manduria.

Nicola Leo ha fatto della valorizzazione e dell’investimento nei tre distretti vinicoli il fulcro della sua missione, contribuendo a portare in alto il nome di Cantine Paolo Leo e della sua famiglia. La sua visione è un connubio armonioso tra l’innovazione enologica e il rispetto per le tradizioni locali, testimoniando un impegno costante per l’eccellenza vinicola.

Attraverso il recupero di varietà autoctone, come la Malvasia Nera, dimostra un coraggioso spirito sperimentale, creando vini unici, come MoraMora e RosaMora, che incarnano la ricchezza del territorio e la maestria enologica.

La sua dedizione a preservare e promuovere la diversità enologica della Puglia, unita alla sua capacità di creare vini distintivi che esaltano le peculiarità dei distretti in cui opera, posiziona Nicola Leo come una figura di spicco nel panorama vinicolo. La sua storia è un inno alla passione, all’innovazione e all’amore per la terra, rendendolo un custode prezioso delle tradizioni enologiche pugliesi e un leader ispiratore nel mondo del vino.

Durante la cena di gala della Convention Agenti Cantine Paolo Leo 2023, ha ricevuto il Premio “Riconoscimento alla sapiente ed innovativa tecnica enologica” da Charlie Arturaola, tra i personaggi più influenti del mondo del vino.

Nicola, conosco bene te e la tua meravigliosa famiglia e sono consapevole dei sacrifici compiuti dai tuoi genitori per educare voi quattro figli e supportarvi negli studi universitari. Attualmente, con il vostro impegno, Cantine Paolo Leo sta vivendo una notevole crescita. Da bambino, hai sempre espresso il desiderio di diventare il “dottore del vino”. Posso immaginare che dietro questa aspirazione ci siano motivazioni profonde. Cosa ti ha sempre affascinato del mondo del vino e in che modo questa passione si è sviluppata nel corso degli anni, influenzando anche il successo attuale dell’azienda di famiglia?

Sin da bambino, ho avuto il privilegio di crescere immerso nell’incantevole mondo della viticoltura, circondato dall’atmosfera della cantina di famiglia, creata dedizione da mio padre. La mia curiosità per il processo produttivo del vino è nata quasi istintivamente, come se fosse destinata a plasmare la mia passione. Fin dai primi sguardi su come veniva realizzato il vino, ho iniziato a percepire la magia dietro ogni bottiglia e la dedizione necessaria per creare un prodotto di qualità. Questa affascinante esperienza infantile è stata il seme del mio desiderio di diventare enologo. Dopo aver completato il mio percorso accademico, ho deciso di mettere a frutto le mie competenze e la mia passione all’interno dell’azienda di famiglia. Entrare a far parte attiva del nostro nucleo produttivo è stato un passo naturale, una continuazione del legame che avevo sempre avuto con questo mondo. Contribuire al successo dell’azienda è diventato il mio obiettivo principale e ogni giorno mi impegno a portare avanti la tradizione familiare con innovazione e dedizione.

A 24 anni, giovanissimo, entri in azienda e dal 2009 inizia la scalata al successo. Quali sono state le scelte e le strategie che hai adottato per consolidare la reputazione di Cantine Paolo Leo nella produzione di vini di alta qualità?

Il mio ingresso nella gestione della cantina è stato un processo graduale e rispettoso delle dinamiche aziendali esistenti. All’epoca, un consulente enologo esterno aveva un ruolo chiave nella conduzione delle operazioni e ho scelto di entrare in punta di piedi, affiancandolo per anni prima di assumere la responsabilità della guida dell’azienda nel 2014.  Ho ritenuto essenziale mantenere la continuità e il rispetto per la tradizione enologica che aveva caratterizzato la cantina fino a quel momento. Al contempo, ho cercato di inserire la mia visione e la mia creatività, introducendo gradualmente dei cambiamenti che rispecchiassero la mia filosofia e i miei obiettivi per l’azienda. Uno dei principali cambiamenti che ho introdotto è stata la decisione di puntare su vini più agili e meno dolci, nonostante la produzione del territorio avesse una tendenza opposta. Questa scelta è stata dettata dalla volontà di distinguerci nel panorama vinicolo, offrendo al mercato una proposta unica e distintiva. Ho creduto fortemente che la diversificazione dell’offerta avrebbe aperto nuove opportunità e avrebbe soddisfatto le esigenze di un pubblico sempre più attento e sofisticato.

Cosa vi ha insegnato vostro padre Paolo e quali sono i valori e le motivazioni che giornalmente mettete in campo?

Il nostro percorso nella cantina di famiglia non è stato solo un apprendistato enologico, ma un’autentica scuola di vita guidata dagli insegnamenti e dai valori trasmessi da nostro padre Paolo. Fin da giovani, ci ha inculcato il rispetto per il lavoro e per le persone che condividevano con noi questa straordinaria avventura nel mondo della viticoltura. Uno dei pilastri fondamentali del nostro bagaglio educativo è stato il concetto di professionalità, un tratto distintivo che considerava essenziale in ogni ambito della vita. Questo rispetto per il lavoro e la professionalità continua a guidare le nostre azioni quotidiane. Allo stesso modo, la lezione di umiltà è stata un altro cardine della nostra formazione. Nonostante i successi che la cantina ha ottenuto nel corso degli anni, nostro padre ci ha sempre ricordato l’importanza di rimanere umili, di imparare continuamente e di apprezzare ogni contributo, indipendentemente dalla sua dimensione.

Il tuo percorso formativo è stato caratterizzato da diversi trasferimenti, dal convitto di Locorotondo all’età di 13 anni per studiare alla scuola enologica e successivamente frequentare quella di Lecce, culminando infine con la laurea a Firenze. Cosa ti ha spinto a fare questi sacrifici?

Il mio percorso è iniziato a Locorotondo, in un periodo in cui il sistema educativo stava subendo importanti cambiamenti, con l’introduzione della laurea breve di 3 anni seguita dalla specialistica. La mia fame di conoscenza e il desiderio di ottenere una preparazione più completa mi hanno spinto a prendere una decisione importante: iscrivermi all’Università di Firenze. Ho ritenuto che questa scelta avrebbe arricchito ulteriormente la mia formazione, offrendomi l’opportunità di accedere a risorse accademiche e professionali di alto livello. Studiare a Firenze è stato un’esperienza unica e stimolante. Il passaggio da Locorotondo a Firenze è stato un periodo di crescita personale e professionale. Ho affrontato nuove sfide accademiche, ho interagito con colleghi appassionati provenienti da diverse parti del mondo e ho sviluppato una visione più ampia del settore vitivinicolo. Questa esperienza ha arricchito il mio bagaglio di conoscenze, contribuendo a formare la mia prospettiva e il mio approccio al lavoro che faccio.

La denominazione Locorotondo DOC ha avuto una lunga storia come sinonimo di vino bianco pugliese, ma ha subito un periodo di oblio dopo la chiusura della cantina sociale di Locorotondo. Nel 2015, hai preso l’iniziativa di preservare e rivitalizzare questa tradizione chiedendo all’enologo Lino Carparelli, noto mentore della Valle d’Itria, di unirsi a te nel progetto di rivalutazione dei vitigni autoctoni Minutolo, Bianco d’Alessano e Verdeca, dando vita alla linea “Alture”. Qual è stato il motivo trainante dietro questa scelta audace?

Il periodo in cui frequentavo la scuola a Locorotondo è stato caratterizzato dalla reputazione di questo territorio come il più vocato della Puglia per la produzione di vini bianchi. La chiusura della Cantina Sociale ha rappresentato una svolta drammatica per l’economia locale, gettando un’ombra sulla denominazione vinicola a cui ero particolarmente affezionato. Questa situazione ha scatenato in me una forte motivazione a preservare e valorizzare il patrimonio enologico della zona. Nel 2015, ho avuto la fortuna di incontrare Lino Carparelli e, insieme, abbiamo intrapreso un ambizioso progetto a quattro mani per dare nuovo slancio e rinnovare l’immagine del territorio. In collaborazione con Lino, abbiamo messo in atto una strategia che coinvolgeva sei viticoltori locali impegnati nella coltivazione delle uve autoctone Minutolo, Bianco d’Alessano e Verdeca. Lino è diventato il collante di questo rapporto, contribuendo in modo significativo al successo del progetto. Il progetto “Alture” è stato concepito non solo come un’opportunità per rilanciare la denominazione vinicola locale, ma anche come un mezzo per sostenere e preservare l’occupazione dei viticoltori della zona. Grazie a questa iniziativa, i sei viticoltori coinvolti hanno potuto mantenere il proprio lavoro e, al contempo, evitare il rischio di abbandono del territorio, con tutte le conseguenze negative che questo avrebbe comportato. La selezione delle uve autoctone rappresenta un importante legame con la tradizione e la storia del territorio, contribuendo a preservare la biodiversità enologica locale. Questo progetto ha avuto un impatto positivo sia sulla sostenibilità economica che sull’identità del territorio, consolidando la reputazione di Locorotondo come una regione vinicola di grande rilevanza.

Attualmente, sei focalizzato esclusivamente sull’azienda di famiglia, Cantine Paolo Leo, oppure offri anche la tua consulenza ad altre realtà nel settore vinicolo?

La mia dedizione all’attività della nostra cantina è totale, ma ho il desiderio di contribuire anche al progresso dei piccoli produttori del territorio. Sebbene la mia consulenza sia informale, è animata dalla volontà di vedere crescere l’intera comunità e promuovere lo sviluppo del settore vitivinicolo nella zona. Questo approccio informale alla consulenza è incentrato sulla crescita sostenibile e sull’impulso alla qualità del territorio nel suo complesso. Contribuire alla crescita di piccoli produttori può avere un impatto positivo sull’economia locale, creando un ambiente in cui la prosperità è condivisa e si traduce in benefici tangibili per l’intera comunità.

Uscirà per la prima volta sul mercato una tua produzione da vino spumante Metodo Classico con il progetto “La Cantina Sottomarina”. Di cosa si tratta?

La Cantina Sottomarina rappresenta un affascinante progetto sperimentale che è emerso dalla volontà di esplorare nuovi orizzonti nel mondo dell’enologia. Questa iniziativa si concentra sulla produzione di un Metodo Classico, utilizzando uve Maresco e Verdeca e distinguendosi attraverso un processo di affinamento davvero straordinario: il mare cristallino di Porto Cesareo, a 30 metri di profondità, per un periodo di 12 mesi. L’obiettivo fondamentale di questo progetto è testare e comprendere le peculiarità dell’invecchiamento in mare, un ambiente unico in cui la temperatura è costante, il movimento ondoso naturale favorisce un delicato movimento dei lieviti e le bottiglie sono soggette ad una condizione di pressione costante. Questa combinazione di fattori offre un ambiente di maturazione unico, capace di influenzare il processo di affinamento in modo del tutto originale. La scelta di utilizzare uve Maresco e Verdeca, varietà autoctone, aggiunge un ulteriore livello di autenticità e territorialità al progetto. Questo connubio tra la ricchezza delle uve locali e le condizioni uniche di invecchiamento sottomarino promette di dare vita ad un vino spumante che riflette in modo unico le caratteristiche del territorio. Il risultato finale, previsto in sole 1011 bottiglie, sarà una vera gemma che racchiude l’anima del mare e l’arte enologica. Ogni bottiglia sarà un pezzo unico, testimone di un processo di produzione innovativo e di una dedizione assoluta alla sperimentazione.

Nicola, tra i vari vitigni con cui lavori, c’è qualche particolare varietà su cui desideri concentrare maggiormente la tua attenzione?

Il recupero della Malvasia Nera è una scelta appassionante che ha portato notevoli soddisfazioni nella nostra cantina. Questo vitigno, a lungo considerato una varietà minore e a rischio di espianto, ha trovato vita nuova, diventando un componente essenziale nei vini MoraMora e RosaMora. La Malvasia Nera, nonostante la sua “posizione secondaria”, ha dimostrato di possedere caratteristiche uniche e affascinanti che contribuiscono a creare vini distintivi. La decisione di recuperare questo vitigno è, inoltre, un atto di preservazione della biodiversità e delle tradizioni enologiche locali. È interessante notare come la Malvasia Nera, in un contesto in cui il Salice Salentino DOC può essere prodotto al 100% da Negroamaro, abbia trovato il suo spazio, offrendo una prospettiva nuova nei nostri vini. Questa interpretazione enologica mostra il nostro impegno nel celebrare la diversità e nell’esplorare le potenzialità di varietà spesso trascurate.

Cosa vuoi che ti auguri?

Nella vita mi auguro di portare sempre più in alto il nome della nostra cantina e della mia famiglia, investendo e valorizzando i tre distretti pugliesi in cui operiamo, il Salento, la Valle d’Itria e Manduria.

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