Piovene Porto Godi: alla scoperta del Tai rosso

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In collina a sud dei Colli Berici, in mezzo ad un’isola di bosco, Chiara Piovene da tre anni ha deciso di convertire tutto in biologico: i 40 ettari di vigneto ma anche il seminativo e l’uliveto. A dir la verità il vigneto lo era già, ma per il resto è stata una bella rivoluzione.

 
Dinamica, sicura, competente, gentile e accogliente, la nostra Chiara. Grazie alla sua preparazione agronomica unita all’entusiasmo tipico dei giovani, coadiuvata dalla cugina Alessandra e dagli enologi Tommaso Piovene, Enzo Mazzocco e Giovanni Nordera, trova anche il tempo e l’energia per insegnare matematica e scienze nelle scuole secondarie.

La tenuta di famiglia si trova nel piccolo borgo di Toara di Villaga (Vicenza), nato attorno all’azienda stessa, dove la solidarietà esiste ancora: lo si riscontra nel momento del bisogno, quando a causa degli eventi atmosferici c’è bisogno di agire in fretta e tutto il paese viene spontaneamente a dare una mano.

La conduzione del lavoro in vigna è manuale; solo quest’anno, a causa della grandine, si è dovuto ricorrere ad una vendemmiatrice meccanica di ultima generazione, dotata di una griglia a rete con fori sferici attraverso cui passa l’uva e nient’altro, perfettamente pulita e già diraspata, avendo scelto un’”andatura lenta” per avere acini perfetti.

Qui nei Colli Berici il cabernet franc è considerato praticamente un autoctono, insieme a garganega e tai rosso. Ma è proprio di quest’ultimo che sono particolarmente curiosa e mi faccio raccontare tutto da Chiara: “Il Tai è un’uva difficile e delicata, che vuole un’estate calda ma che soffre la siccità. La sua versione tradizionale è un vino affinato solo in acciaio, raccolto presto, per esaltare la sua bella acidità e un bel frutto, e non poteva mancare nella nostra azienda. Ma noi, considerando che il tai rosso è un cugino della grenache francesce e del cannonau sardo, abbiamo pensato nel 2000 di dargli un po’ più di fiducia, pur amando la sua versione tradizionale “facile” e piacevole. Così abbiamo iniziato a coltivarlo più in alto, in terreni calcarei, dove sono collocati i nostri vigneti destinati alle riserve; lo raccogliamo decisamente tardi, gli riserviamo una macerazione prolungata fino a due settimane sulle bucce e lo affiniamo in legno fino a 14 mesi in tonneau francesi da 600 litri e mai di primo passaggio. Siamo stati quindi la prima cantina della zona a pensare al tai come un vino importante ed ora è quello che ci rappresenta di più, fra tutte le nostre tipologie”.

E’ nato così il “Thovara”: un bel rubino con riflessi violacei, una gran concentrazione di sentori di frutti rossi maturi e rose appassite, e tanta freschezza che lo mantiene vivo. Non può avere la struttura di un merlot o di un cabernet ma è dotato di un’ottima persistenza, morbidezza e complessità. Lo immagino con un bell’arrosto sugoso.

Oltre al Thovara, tra i tanti, tantissimi vini degustati (perchè Chiara è estremamente generosa con gli ospiti!) uno mi ha colpita in modo particolare: il “Vigneto Lola”, un rosato per nulla banale, anzi… una vera sorpresa sotto quel tappo a vite. Color rosa cipria delicato, un grande impatto al naso, con profumi deliziosamente agrumati e floreali, e poi melagrana, altri frutti rossi, una nota finale amarognola; in bocca tanta freschezza e sapidità. Perfetto con la mia trota salmonata ben condita, un insieme molto armonico.

Brindo a distanza con queste due bravissime giovani donne!

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