V per Vendetta, V per Vino: V per Grignolino

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Sembra un sillogismo, o quasi. Il punto è che ci sono vini che serbano nel sorso un ché di detonante, un’energia che proviene loro dal territorio che ivi sublima non solo se stesso ma pure le vicende che l’hanno abitato. Si tratta di vini ben consci di rappresentare, di solito, una minoranza: sono, infatti, vini senza blasone e senza benedizione, né quella di una denominazione né quella della critica di settore. Vini forieri di una certa veemenza, va detto. La stessa che serve per portarle avanti, certe storie.

Ebbene, in attesa di andare a trovare i Giovani Vignaioli Canavesani che tra le colline della Serra Morenica d’Ivrea vinificano un territorio ostico in tutti i sensi possibile, vi racconto di uno e più vini che, in un certo senso, mi hanno regalato precisamente il sapore della loro vendetta o, se preferite, della loro rivincita.

Il primo lo assaggiai, non a caso, mentre leggevo “Il Conte di Montecristo”, un libro con poche velleità letterarie ma con una trama che è come una morsa tanto efficienti sono gli ingranaggi della sua macchinazione. Nella storia peraltro, a un certo punto, il proposito di vendetta personale del protagonista coincide con la provvidenza divina, una provvidenza che è umana tanto quando vacilla, tanto quando è implacabile. Ebbene, lì per lì non ci pensai ma quel vino estatico e squisito ebbe sul mio palato e sulla mia mente, eccitati dalle due storie, la stessa ascendente parabola. Il sorso, infatti, mi sembrò capace di farsi tanto grande e imponente quanto, all’uopo, anche delicato e minuto, in un crescendo che coinvolgeva, implacabilmente, carne e spirito.

Era il Bricco del Bosco Vigne Vecchie 2016 di Accornero, un deliquio di succo e sale con la stoffa del primattore e difatti la sua presenza scenica, imponentissima, sembrava capace di farsi, all’occorrenza, anche piccola, anche facile e inoffensiva e, dunque, in una parola, pericolosissima.

Ecco, precisamente questo è uno di quei vini che mi manca, e mi manca tutti i giorni. Così come mi manca anche quell’altro, suo parente stretto benché più ombroso e umorale, stesso vitigno ma colto nell’annata 2012 da Castello di Uviglie. 2015, invece, fu il mio primo “Monferace” – che quello è anche l’anno di nascita dell’associazione omonima – di Tenuta Santa Caterina di cui ricordo la taumaturgica, consolante capacità di riconciliarmi col mondo dal trauma, allora vivissimo, della primavera del 2020.

Ebbene, che il Grignolino sia un vitigno revanchista lo si evince non solo dalla sua tempra in degustazione ma anche dalla sua storia, ivi comprese alcune attribuzioni illustri come quella di Gino Veronelli che, per appunto, diceva di lui che era “anarchico e ribelle”. Proprio il signor Accornero, all’anagrafe Ermanno, fu il primo che tornò a credere nelle sue possibilità e, così, ad attribuirgli le prime velleità quando se ne uscì con la 2006, che però doveva far assaggiare alla cieca per scongiurare giudizi inficiati dal facile pregiudizio. E pensare che, invece, il Grignolino è un vitigno antico – compare per la prima in documenti del 1249 – e il suo nome è omen nel senso che deriverebbe da “grignolo”, ovvero vinacciolo, presente negli acini in numero anche molto maggiore rispetto ad altre cultivar. Autoctono tra Asti ed Alessandria dove fu preferito già dai reali di Casa Savoia, fu presto abbandonato dall’uomo moderno e civilizzato, che proprio non gli perdonava l’esuberanza dei tannini e le conseguenti ostilità in vinificazione.

E benché già tutto questo parli, da solo, delle sue potenzialità in termini di longevità, già il colore, di un rosso ematico, ovvero quasi giallo, è eloquente: perché il Grignolino non solo tollera ma anzi il legno lo chiede a gran voce sia per ammansire la sua natura tesa e virgulta che per introiettare quella piccola parte di ossigeno che, da sempre, lo calza, come un vestito d’alta sartoria. Sempre a proposito del colore, poi, stupisce apprendere che il profilo antocianico sia simile a quello del Nebbiolo: un indizio che ha svelato alla ricercatrice del Cnr all’Università di Torino Anna Schneider che il Grignolino del Nebbiolo è figlio, come a dire che la propensione alla ribellione è una caratteristica genetica e, come tale, si perpetua di generazione in generazione.

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