Gabriele Pezzuto: il successo di un bravo Export Wine Manager nel mondo

Scritto da | Pubblicato in Vinoway Italia Gabriele Pezzuto: il successo di un bravo Export Wine Manager nel mondo

Gabriele Pezzuto ha intrapreso un percorso formativo di alto livello nel settore enogastronomico, conseguendo il Master in Food and Wine Business presso la prestigiosa Luiss Business School di Roma. Successivamente, ha ampliato le sue competenze specializzandosi ulteriormente nel mondo del vino, ottenendo il titolo di Master’s Degree in Wine presso la rinomata Worldwide Sommelier Association.

La sua carriera professionale ha preso forma a Roma, dove per diversi anni ha ricoperto il ruolo di Food and Wine Manager, maturando una solida esperienza nella gestione e promozione di prodotti enogastronomici di alta qualità. Nel 2017, grazie alla sua competenza e passione per il settore, è stato scelto per il ruolo di Export Manager presso Batasiolo SPA. In questo ruolo, si è occupato di espandere la presenza del marchio sui mercati esteri, contribuendo alla crescita dell’azienda e al rafforzamento della sua immagine a livello globale.

Dopo l’esperienza in Batasiolo, ha proseguito la sua carriera nel mondo del vino, assumendo il ruolo di Export Manager area Mondo presso Rocche dei Manzoni, una prestigiosa azienda vitivinicola situata a Monforte d’Alba, nel cuore delle Langhe, in Piemonte.

Nel 2022, il suo impegno e la sua dedizione al mondo del vino sono stati riconosciuti con un premio ed è stato infatti insignito del titolo di Miglior Wine Promoter Italiano da Vinoway.

Gabriele, da dove nasce questa tua grande passione per il mondo del vino e cosa ti ha portato a diventare un manager affermato nel settore vinicolo italiano, oltre che un esperto export manager?

La mia passione per il vino non ha radici familiari, contrariamente a quanto si potrebbe pensare. Non provengo da una famiglia con una tradizione vinicola, anche se il vino ha sempre avuto un posto importante sulle nostre tavole, come accade in tante famiglie italiane. Sono cresciuto in un ambiente semplice, dove il vino era un accessorio che accompagnava i pasti, ma non c’era un vero e proprio legame con la produzione o la cultura vinicola. La mia passione è nata per caso, durante il periodo universitario a Roma. Ricordo un episodio in particolare: un giorno, durante una cena, mi capitò di rompere il tappo di una bottiglia pregiata e venni preso in giro dai miei colleghi. Questo piccolo incidente, che sembrava insignificante, scatenò in me il desiderio di saperne di più. Decisi di studiare il vino, la sua storia, le tecniche di produzione e tutto ciò che vi ruota attorno. Nel frattempo, ho sempre avuto una grande passione per la geografia e la geologia, e mi affascinava la relazione tra il territorio e la produzione del vino. Ho iniziato a lavorare in una storica enoteca a Piazza di Spagna, fondata nel 1976. Quella fu la mia vera scuola: lì ho imparato a conoscere non solo i vini, ma anche le persone, le loro storie e il rapporto che si crea quando si racconta una bottiglia. Ho capito che il vino è molto più di una semplice bevanda: è cultura, tradizione e un mezzo straordinario per costruire relazioni umane. Da quel momento, ho sentito il bisogno di approfondire sempre di più. Non è stata una passione nata dall’atto edonistico del bere, ma piuttosto dalla curiosità di capire le storie dietro ogni vino, le sue origini e il legame con la terra. Oggi, dopo un percorso di studio e lavoro, mi trovo nella posizione di prendere decisioni importanti. Essere un manager significa prendersi delle responsabilità e mettere la propria faccia di fronte a scelte che influenzano non solo la tua carriera, ma anche quella degli altri. Mi piace pensare che il mio contributo non si limiti a raggiungere obiettivi di vendita o di crescita aziendale, ma che possa anche ispirare altre persone, soprattutto i giovani, a intraprendere questo cammino. Il settore vinicolo è un mondo affascinante, e penso che chi ci lavora debba sentirsi in dovere di motivare e trasmettere questa passione alle nuove generazioni.

Hai lavorato a lungo nelle Langhe e ora ti trovi ad affrontare una nuova sfida. Cosa speri di portare con te in questa esperienza?

Il mio obiettivo è quello di rappresentare al meglio i valori dell’azienda per cui lavoro, e soprattutto il territorio delle Langhe. Le Langhe, con i loro vini pregiati come Barolo e Barbaresco, sono un brand a livello mondiale. La mia missione è far capire non solo la qualità dei prodotti, ma anche l’identità profonda di questo territorio unico. La qualità del vino è indissolubilmente legata alla terra da cui proviene, e ciò che voglio trasmettere è proprio questo legame tra tradizione, cultura e innovazione. Il territorio delle Langhe non è solo vino. È un ecosistema di eccellenze: cibo, formaggi, tartufo,  ospitalità… Il consumatore moderno non cerca solo un buon vino, ma una vera e propria esperienza. Ecco perché, quando si rappresenta un’azienda come quella per cui lavoro, è fondamentale che ci sia coerenza tra il prodotto e la comunicazione. Oggi il mercato richiede trasparenza, chiarezza e autenticità. Se pensiamo che il Barolo, pur essendo uno dei vini più rinomati al mondo, produce solo 18 milioni di bottiglie, capiamo quanto sia fondamentale mantenere un’identità forte e distintiva su scala globale. I vini di Rocche dei Manzoni sono uno dei riassunti, in termini di qualità e pulizia stilistica, dei vini delle Langhe di alto prestigio. Il nebbiolo, che spesso dimostra caratteri di durezza e di profondità, sotto la firma di Rocche dei Manzoni esprime una trasparenza che fa emergere caratteri particolarmente complessi ed interessanti, rendendolo così uno dei vini immortali. La consistenza, nel tempo, dimostra una capacità non solo di tenuta, ma anche di evoluzione. Nel grande concerto del vino delle Langhe, quella di Rodolfo Migliorini, è certamente una voce importante: la mancanza di un protocollo fisso, la capacità di interpretare la stagione e la realizzazione del vino con una mentalità “artigianale” porta come conseguenza al fatto che produrre “piccole” quantità  non è una precondizione, ma è una conseguenza dell’obiettivo. Per rimanere sinceri a determinati valori ciò che occorre è il completo opposto del vino su scala industriale.

Viaggi molto per il tuo lavoro e hai contatti con culture diverse in tutto il mondo. Quali sono le chiavi del tuo successo come export manager?

Sicuramente la conoscenza del prodotto è fondamentale, ma c’è molto di più. Oggi il mercato è estremamente segmentato e per avere successo bisogna capire non solo il vino, ma anche le persone a cui ci si rivolge. Ogni cultura ha un rapporto diverso con il vino, e questo richiede una grande flessibilità e capacità di adattamento. Quando sei sul mercato internazionale, devi essere in grado di entrare in sintonia con il consumatore, capirne i gusti, le aspettative e soprattutto il contesto in cui vive. Il vino, come diceva Mario Soldati, “è per l’anima ciò che l’acqua è per il corpo”. C’è un legame profondo tra il vino che beviamo e chi siamo. Alcuni vini sono come fuochi d’artificio: esplodono con un impatto immediato, ma poi si spengono rapidamente. Altri, invece, si rivelano più lentamente, ma alla fine lasciano un’impressione duratura. Le persone sono simili: ognuna ha il proprio ritmo, il proprio carattere, e il mio lavoro consiste nel saper leggere queste sfumature. Ho imparato che per vendere un vino bisogna saper raccontare una storia, e che la storia deve essere autentica, sincera. Solo così si crea una vera connessione con il cliente.

Nel 2022 hai ricevuto il premio Vinoway come Miglior Wine Promoter Italiano. Quanto ha significato per te questo riconoscimento?

È stato un grande onore, e devo ammettere che mi ha aperto molte porte. Non solo ho ricevuto diverse proposte da parte di aziende di grande prestigio, ma ho anche avuto la possibilità di confrontarmi con nuove sfide, soprattutto a livello comunicativo. Normalmente il mio lavoro si svolge one-to-one, a stretto contatto con clienti e partner internazionali. Il premio Vinoway, invece, mi ha portato ad affrontare il mondo della comunicazione pubblica: interviste, reportage, incontri con giornalisti. È stata una bellissima esperienza, una sorta di palestra per migliorare le mie capacità di comunicazione e relazione. Sono molto grato a Vinoway per avermi dato questa opportunità e per ciò che questo riconoscimento ha significato per la mia carriera.

Hai una solida formazione accademica, con una laurea in marketing e comunicazione, e hai completato stage e corsi specifici sul vino, tra cui la sommellerie. Cosa consiglieresti a un giovane che vuole intraprendere una carriera nel settore vinicolo?

Il primo consiglio che mi sento di dare è quello di metterci il cuore. Senza passione, questo lavoro diventa molto difficile. Prima di essere un bravo manager, bisogna essere una brava persona: rispettare chi ti circonda, il cliente, l’azienda e, soprattutto, il prodotto che rappresenti. È un percorso che richiede dedizione e costanza. Consiglierei di partire da una buona formazione tecnica, come un corso da sommelier o il WSET di terzo livello. Questi sono i primi passi, ma poi viene la parte più importante: l’esperienza sul campo. Ho avuto la fortuna di lavorare a stretto contatto con persone che avevano un’esperienza decennale nel mondo del vino e da loro ho imparato moltissimo. È fondamentale confrontarsi con chi ha davvero una conoscenza profonda, perché il vino non si impara solo sui libri, ma soprattutto degustando, parlando con i produttori, vivendo il territorio.

Hai notato una mancanza di figure professionali preparate, ad esempio sommelier, nei ristoranti di alto livello?

Assolutamente sì. Recentemente mi sono trovato a Londra, dove il mercato del vino di lusso è in crescita, e ci sono molti ristoranti che offrono bottiglie da centinaia di sterline. Tuttavia, manca spesso una figura professionale in grado di guidare il cliente nella scelta del vino. Questo crea un divario che deve essere colmato. Credo che i giovani che hanno intenzione di entrare in questo mondo debbano avere il coraggio di mettersi in gioco, anche uscendo dalla propria zona di comfort. All’inizio della mia carriera, ho lavorato come cameriere mentre studiavo, ma acquisendo esperienza preziosa. Non bisogna avere paura di iniziare dal basso, perché il vero tornaconto arriva col tempo.

Sei stato scoperto da Fiorenzo Dogliani, un imprenditore di grande esperienza che ti ha voluto nel suo team. Cosa ti ha insegnato?

Fiorenzo è stato per me un maestro straordinario. Mi ha insegnato tutto. Innanzitutto, l’importanza di saper ascoltare, di parlare poco e osservare molto. Mi ha insegnato che l’errore non è qualcosa da temere, ma una parte inevitabile e necessaria della crescita. Mi ha trasmesso l’idea che ogni giorno è un’opportunità per migliorarsi, sia come professionista che come persona. Una delle cose più importanti che ho imparato da lui è l’importanza di agire con rapidità e prontezza nelle situazioni che lo richiedono e il valore di un’accoglienza genuina nei confronti del cliente.

Cosa vuoi che ti auguri?

Il mio più grande desiderio è quello di continuare a fare ciò che amo e di essere felice. La felicità per me è legata all’accettazione dell’imperfezione e alla capacità di godersi il percorso, non solo la meta. Mi auguro di poter continuare a crescere, a ispirare le nuove generazioni e di contribuire, con il mio lavoro, a valorizzare sempre di più il patrimonio straordinario che è il vino italiano.