L’Ippocrasso – liquore di successo (un tempo…)

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Quella sera pertanto, mastro Bastiano Calvez e confratelli, pagavano a secchie d’ippocrasso il racconto de fatti e gesti di un certo Meriadec di Ker Jean, operati nella crociata condotta a tempi di Riccardo Cuor di Lione.
Di lì a un poco, il banderese aveva intuonato la sua solita storia, e si era così tutto ingolfato colla mente in quella leggenda importante, la quale egli recitava senza prendere fiato come farebbe uno scolaro della sua lezione, ch’egli non si addava nè della impazienza dei tre borghesi, nè delle loro spesse interruzioni come sarebbero:

– Compare empite il nappo di monsignore.-
– Gli aromi si fanno ben sentire; ed è pur così che voi lo volete –
– Al corpo di San Matteo! se un ippocrasso di questa fatta scorresse per l’inferno di Satanasso, io ci vorrei essere dannato. -“
(Rolando il Pirata – Ernesto Menard – 1837)

Ci sia dunque permesso di richiamare alla memoria bevande desuete che pure, per molte secoli, sono state consolatori dello spirito.

Un po’ per non consegnarle definitivamente all’oblìo e un po’ per evitare l’incombente omologazione, anche del piacere di gustare una “bevanda spiritosa”.


Fra le parole del racconto di Menard, o, per meglio dire, della sua traduzione s’annidano sequenze come “banderese”, “addava”, “nappo” e, soprattutto, “ippocrasso”.


Di quest’ultima, osannata dall’avventore che s’accompagna a monsignore, per l’appunto tratteremo.

Ippocrasso è, di certo, un personaggio della Commedia cinquecentesca ma anche un maestro dell’arte medica dell’antica Grecia (Ippocrasso di Coo), rammentato tra l’altro per i suoi aforismi che facevano giustizia dei sofismi.

Questa “bevanda spiritosa” sotto il cui nome allignano moltissime forme di “vino drogato”, resuscitata intorno all’anno mille e veniva (e viene) attribuita a Ippocrate addirittura, con quella tendenza a vestire di nobiltà ogni opera di umana fattura.

In realtà l’ippocrasso, nelle sue molteplici forme, è un modo per consumare vino spesso andato a male e la cui base alcolica funge da sostegno per misture di vario genere che tendono ad avere aromi e sapori gradevoli o sgradevolissimi.

Nel primo caso spacciato per nettare voluttuoso e nel secondo per medicamento.

Nella letteratura moderna se ne trova una produzione (Polvere di Ippocrasso) assai allettante e gustosa come prodotto di fine pasto, e nell’uso di ieri una sorta di antenato del Vermouth e di figlio del Conditum Paradoxum.

In realtà non è né l’uno né l’altro.


Ma è comunque una bevanda che ha fatto storia, sia in Francia che nelle italiche corti. E noi qui la richiamiamo in una delle forme più canoniche e documentate, magari qualcuno riesce a farsene una versione e qualcun altro può averne giusta contezza senza ascoltare pedissequamente ciò che si racconta per pura esigenza di marketing. Attività verso la quale non ho alcun pregiudizio, anzi, la considero di fondamentale importanza.

Ma spero sempre che un prodotto si faccia strada e diventi un must per le qualità intrinseche e non perché viene artatamente “rivestito” di una chioma rubiconda.


Spirito ad essenza di ippocrasso
“Si prende un oncia di corteccia di cannella, mezz’oncia di garofani, mezza dramma di coriandri (coriandolo, ndr), altrettanto di zenzero ed una noce moscata; si riduce ogni cosa in polvere e vi si versa sopra una libbra di spirito di fior d’arancio e, chiusa la mescolanza in una bottiglia, si lascia esposta al sole per quattordici giorni; si scuote giornalmente il liquido, poi si feltra.”


Spirito di fior d’arancio
(lo riportiamo perché igrediente del precedente)
“Si prendono dodici libbre di fiori freschi d’arancio e, si gettano in un sacco di lino, indi si appende il sacco nel limbicco in cui si versano dodici libbre di alcole puro, e si estrae lo spirito a fuoco lento. Questo metodo è necessario in questa operazione, per fare che lo spirito sia saturo dell’odore fino dei fiori. Se si vuole uno spirito molto concentrato si fa agire di nuovo lo spirito che si è distillato sopra fiori freschi e si distilla un altra volta nello stesso modo.”

Come si può osservare sono completamente assenti sia lo zucchero che il miele i quali, in moltissime versioni, compaiono con una certa importanza e, a volte, anche in forma invasiva. Associando arbitrariamente all’ippocrasso il ruolo di bevanda dolce per accompagnare piccola pasticceria.

Non toglie che alcuni produttori nella storia abbiano assegnato questo nome a Elisir di loro invenzione specialmente quando si recavano a corti importanti assai, ma l’ippocrasso è liquore aromatico come dice il monsignore all’avventore, non certo dolce ….

Certo il Soderini preferisce il liquore d’agresto e dice che l’ippocrasso “… riarde e abbrucia il fegato, sebbene sia al gusto più soave …” .

Ma tanto noi beviamo poco e bene ….. di qualunque alcolico si tratti.

Conversioni di misura per chi volesse riprodurlo.

1 Dramma = 3,545 grammi; 1 Oncia = 28,349 grammi ; 1 Libbra = 453,59 gramm.

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