Intervista a Marta Cotarella: Intrecci, dove il futuro del vino impara a sognare

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Ogni volta che varco la soglia di Intrecci ho la sensazione di entrare in un luogo speciale. Non è soltanto una scuola di alta formazione: è il riflesso più autentico dei valori della Famiglia Cotarella, una famiglia che ho imparato a conoscere, stimare e apprezzare profondamente, dentro e fuori dal mondo del vino.

Intervistare Marta Cotarella significa raccontare un progetto che nasce dal cuore, dal sacrificio e dalla volontà di costruire il futuro attraverso i giovani. Un sogno che seguo con affetto  da molti anni  e che oggi rappresenta uno degli esempi più belli di come il vino possa diventare cultura, formazione e opportunità.

Marta, prima di parlare della scuola vorrei partire dalla persona. Se chiudi gli occhi e ritorni al momento in cui tutto è iniziato, qual è la prima immagine che ti viene in mente pensando alla nascita di Intrecci?

Se chiudiamo gli occhi, la prima immagine che ci viene in mente non è un’aula o una scuola, ma una casa. La nostra casa. Parlo per me, ma anche per le mie sorelle Dominga ed Enrica. Erano gli anni in cui i nostri padri, Riccardo e Renzo, stavano compiendo un gesto di grande lungimiranza imprenditoriale: stavano affidando a noi l’azienda di famiglia quando erano ancora al nostro fianco. È un atto di fiducia straordinario, che dà forza perché ti permette di diventare imprenditore sapendo di avere ancora accanto chi può indicarti la strada, consigliarti e aiutarti a crescere. Proprio in quel periodo, Dominga, Enrica e io sentivamo il desiderio di costruire qualcosa di nostro. Non perché ci mancasse qualcosa, ma perché volevamo metterci alla prova come imprenditrici, dare vita a un progetto che fosse interamente frutto della nostra visione. Fu allora che Dominga tornò a casa con un’intuizione nata ascoltando ogni giorno i ristoratori. Lavorando nell’area commerciale dell’azienda, raccoglieva continuamente la stessa richiesta: mancavano professionisti di sala preparati. La cucina stava vivendo una stagione straordinaria, grazie alla nascita di nuove scuole, ai programmi televisivi e all’attenzione mediatica. La sala, invece, era rimasta indietro. Ricordiamo ancora quel momento. L’idea ci sorprese, perché nessuna di noi immaginava che il nostro primo progetto imprenditoriale potesse essere una scuola dedicata all’ospitalità. Ma conoscevamo la capacità di Dominga di leggere il mercato e ci fidammo immediatamente del suo intuito. Da quell’idea alla nascita di Intrecci passarono quasi due anni. Due anni di studio, confronti e progettazione. Uno dei ricordi più belli è quello delle lunghe giornate di lavoro trascorse insieme ai grandi professionisti della sala italiana: Alessandro Pipero, Marco Amato, Rudy Travagli, Giuseppe Palmieri, Matteo Zappile e tanti altri amici che hanno dedicato tempo, esperienza e passione a questo progetto. Per noi era fondamentale che Intrecci non fosse una scuola costruita dietro una scrivania, ma insieme a chi la sala la viveva ogni giorno. Volevamo capire quali competenze mancassero davvero ai giovani, quali fossero le esigenze del mercato e come costruire un percorso capace di rispondere concretamente alle richieste delle aziende. Ripensando oggi a quelle giornate, ricordiamo tanta fatica, ma soprattutto un entusiasmo contagioso. È lì che Intrecci ha iniziato davvero a prendere forma.

Intrecci porta la firma e soprattutto il cuore di tre donne: Marta, Enrica e Dominga Cotarella.  Un progetto nato da una visione comune, dalla forza della famiglia e dalla volontà di trasferire alle nuove generazioni valori, conoscenza e cultura dell’accoglienza. Quanto della vostra storia familiare, degli insegnamenti ricevuti e del vostro modo di vivere il mondo del vino e dell’ospitalità è racchiuso oggi dentro questa scuola?

Praticamente tutto. La nostra è una famiglia un po’ speciale. Siamo tre cugine che sono sempre cresciute come sorelle e abbiamo avuto la fortuna di essere educate da due padri, Riccardo e Renzo, e da due madri, Maria Teresa e Angela, che ci hanno trasmesso gli stessi valori, la stessa etica del lavoro e la stessa idea di impresa. Dai nostri padri abbiamo imparato il rigore professionale, la competenza, la curiosità di non smettere mai di apprendere e la ricerca costante dell’eccellenza. Dalle nostre madri abbiamo ereditato il senso dell’accoglienza, la generosità, l’attenzione ai dettagli e, soprattutto, la capacità di prenderci cura delle persone. Questi insegnamenti sono diventati il fondamento di Intrecci. Non insegniamo soltanto a servire un vino o un piatto, a raccontare un territorio o a gestire una sala. Cerchiamo di trasmettere un modo di vivere l’ospitalità fatto di cultura, rispetto, umiltà, curiosità, responsabilità e amore per il proprio lavoro. Per noi l’ospitalità non è un mestiere. È la capacità di far sentire ogni persona attesa, accolta e ricordata. Crediamo che un grande professionista non sia soltanto chi conosce perfettamente una carta dei vini o le tecniche di servizio, ma chi riesce a creare una relazione autentica, a leggere i bisogni degli altri e a far vivere un’esperienza che lasci un ricordo. È probabilmente questa la più bella eredità che i nostri padri e le nostre madri ci hanno lasciato. E oggi sentiamo il dovere e la responsabilità di trasmetterla ai nostri ragazzi, perché possano diventare non solo eccellenti professionisti, ma persone capaci di prendersi cura degli altri attraverso il proprio lavoro.

Oggi Intrecci rappresenta un modello di formazione riconosciuto, capace di preparare giovani professionisti destinati a raccontare l’eccellenza italiana. Ma spesso dietro i grandi risultati si nascondono anni di lavoro silenzioso, sacrifici, responsabilità e momenti complessi. Guardando indietro, cosa avete dovuto mettere in campo, anche dal punto di vista umano, per trasformare quella prima idea nella realtà che Intrecci rappresenta oggi?

Tanto lavoro che spesso non si vede. Quando una scuola funziona, si vedono gli studenti, i risultati, i riconoscimenti. Ma dietro ci sono anni di dubbi, investimenti, decisioni difficili, errori dai quali imparare e una continua ricerca di miglioramento.  La sfida più grande è stata non perdere mai la nostra identità. Abbiamo scelto fin dall’inizio di crescere lentamente, senza inseguire i numeri, ma la qualità. Ogni decisione è stata presa chiedendoci quale fosse davvero il bene dei ragazzi e quale direzione potesse rendere Intrecci una scuola sempre più vicina alle esigenze del mondo del lavoro. Forse è proprio questo l’approccio che ci accompagna ancora oggi: non considerare mai un progetto come qualcosa di concluso, ma come un organismo vivo che deve evolversi continuamente. Per noi fare impresa significa proprio questo: ascoltare il cambiamento senza perdere la propria identità.

Avendo avuto il privilegio di vivere Intrecci da vicino, ho percepito qualcosa che va oltre il concetto tradizionale di scuola. Ho avuto la sensazione di entrare in un luogo dove prima ancora dei professionisti si formano persone, dove si trasmettono valori, sensibilità, educazione e una precisa cultura dell’accoglienza. Quanto è stato importante per te, Enrica e Dominga costruire un percorso che mettesse al centro non soltanto la preparazione tecnica, ma soprattutto la crescita umana dei ragazzi?

È sempre stata la nostra priorità. Le competenze tecniche si insegnano. L’educazione, l’empatia, il rispetto, la capacità di ascoltare e di accogliere si costruiscono vivendo insieme. È anche per questo che abbiamo scelto fin dall’inizio un progetto residenziale. Volevamo che venti ragazzi provenienti da tutta Italia, spesso senza conoscersi, imparassero a convivere, a rispettarsi, ad aiutarsi e a costruire relazioni autentiche. Perché l’ospitalità si impara anche vivendo ogni giorno accanto agli altri. Ma quella scelta aveva anche un altro significato. Volevamo esserci. Non soltanto durante le lezioni, ma anche nella vita quotidiana: durante una cena, un aperitivo, una festa, una serata di studio o una gita. Sono quei momenti che permettono davvero di conoscere una persona, comprenderne le fragilità, valorizzarne i talenti e accompagnarne la crescita. E, forse, la cosa più bella è che in questi anni non sono cresciuti soltanto i ragazzi. Siamo cresciute anche noi. Stare così tanto tempo insieme alle nuove generazioni ci ha insegnato ad ascoltarle, a comprenderne il linguaggio, i sogni, le paure e le aspettative. In fondo, Intrecci non è mai stata soltanto una scuola. È una comunità nella quale ogni persona, studenti compresi, continua ogni giorno a imparare dagli altri.

In questi anni avete accompagnato tanti giovani nel loro percorso di crescita, ognuno con i propri sogni, le proprie aspettative e anche le proprie fragilità. C’è una storia, un momento particolare o un incontro con uno studente che ti ha fatto pensare: “Tutto quello che abbiamo costruito aveva un senso”?

Ce ne sono tantissimi. Ogni volta che un ragazzo torna a trovarci e ci racconta della sua vita, del suo lavoro, delle sue soddisfazioni o anche delle difficoltà che ha imparato ad affrontare, capiamo che tutto il percorso fatto insieme aveva davvero un senso. Ma c’è anche una convinzione che ci accompagna da sempre e che, in fondo, è racchiusa nel nome stesso della nostra scuola. Noi crediamo profondamente che il caso non esista. Ed è proprio da questa convinzione che nasce il nome Intrecci.

Gli intrecci sono quelli delle vite, delle relazioni, degli incontri. Sono quei fili che, mentre li vivi, sembrano casuali, scollegati, a volte persino incomprensibili. Poi passa il tempo e ti accorgi che ogni persona incontrata, ogni esperienza, ogni difficoltà e ogni opportunità avevano un significato e stavano contribuendo a costruire qualcosa di più grande.  Siamo una famiglia profondamente credente e questo ci porta a guardare alla nostra storia con uno sguardo di fiducia. Ci sono momenti in cui non comprendiamo perché accadano certe cose, ma con il tempo scopriamo che esiste un disegno che dà senso anche agli eventi più difficili. Quando un ragazzo arriva a Intrecci quasi per caso e, qualche anno dopo, lo ritroviamo felice del proprio percorso, capace di costruire una carriera e una famiglia, ci rendiamo conto che quel caso, probabilmente, non era un caso. Ed è in quei momenti che pensiamo che Intrecci abbia davvero trovato il suo significato.

Intrecci accompagna i ragazzi in un percorso intenso di crescita personale e professionale. Ma il valore di una scuola si misura anche nel cammino che i suoi studenti riescono a costruire dopo aver concluso questa esperienza. In questi anni quali strade hanno intrapreso i ragazzi usciti da Intrecci? Quali opportunità professionali si sono aperte per loro e cosa provi quando li ritrovi protagonisti nelle importanti realtà dell’ospitalità, della ristorazione e del vino?

La cosa che ci rende più orgogliose è che non esiste un’unica strada. Oggi i nostri ragazzi lavorano nei migliori ristoranti italiani e internazionali, nei grandi alberghi, nelle aziende vitivinicole, nell’importazione, nella distribuzione, nella comunicazione del vino e dell’enogastronomia, ma anche in tante realtà imprenditoriali dove l’accoglienza rappresenta un valore fondamentale. Ci emoziona vederli diventare maître, sommelier, direttori di sala, imprenditori o professionisti affermati. Ma, ancora più delle posizioni che ricoprono, ci rende felici il modo in cui lavorano. Quando ci capita di sentirci dire da un ristoratore: “Si vede che questo ragazzo viene da Intrecci”, capiamo che il nostro obiettivo è stato raggiunto. Perché significa che non abbiamo trasmesso soltanto competenze, ma un modo di essere. Ogni volta che li incontriamo abbiamo la sensazione di ritrovare una parte della nostra famiglia. Ed è forse questa la soddisfazione più grande che una scuola possa ricevere.

Spesso si parla delle nuove generazioni evidenziandone soprattutto le difficoltà. Intrecci racconta probabilmente una realtà diversa: quella di giovani che, quando trovano qualcuno disposto a credere in loro, guidarli e valorizzarli, riescono a esprimere talento, passione e responsabilità. Che ragazzi hai incontrato in questi anni e cosa hanno insegnato loro a te?

I giovani ci sorprendono continuamente. Spesso sentiamo dire che sono disinteressati, fragili o poco motivati. La nostra esperienza ci racconta qualcosa di diverso. Abbiamo incontrato ragazzi straordinari, curiosi, generosi, desiderosi di imparare e di mettersi in gioco. Naturalmente arrivano con fragilità diverse, come ogni generazione. Ma quando trovano qualcuno disposto ad ascoltarli, a responsabilizzarli e soprattutto a credere in loro, riescono a esprimere capacità che nemmeno loro immaginavano di possedere.  In questi anni, però, non sono cresciuti soltanto loro. Sono cresciute anche noi. Ci hanno insegnato a guardare il mondo con occhi diversi, a rimettere in discussione alcune nostre certezze, a comprendere linguaggi nuovi e nuove sensibilità. Crediamo che educare significhi proprio questo: crescere insieme. Per questo diciamo spesso che Intrecci non forma soltanto gli studenti. Forma anche chi ha la responsabilità di accompagnarli.

Conoscendo la vostra famiglia ho sempre percepito un grande senso di responsabilità verso il mondo del vino, dell’ospitalità e soprattutto verso i giovani. Intrecci sembra rappresentare anche questo: non solo costruire qualcosa, ma restituire esperienza, conoscenza e opportunità alle nuove generazioni. Quanto è importante per te questo concetto di “restituire” e lasciare un segno concreto attraverso la formazione?

È uno dei principi che guida ogni nostra scelta. Abbiamo avuto la fortuna di nascere in una famiglia che ci ha trasmesso valori, cultura del lavoro, passione e amore per il nostro mestiere. Abbiamo incontrato persone che hanno creduto in noi e ci hanno aiutato a crescere, sia professionalmente sia umanamente. Sentiamo, quindi, una responsabilità profonda. Chi ha ricevuto tanto ha anche il dovere di restituire. Per noi la formazione rappresenta il modo più concreto per farlo. Perché ciò che insegni a un giovane continua a vivere molto tempo dopo di te.  Ogni ragazzo che cresce, ogni professionista che costruisce il proprio futuro, ogni persona che riesce a trovare la propria strada diventa una piccola parte di quel patrimonio che abbiamo cercato di condividere. Ed è forse questa la forma più bella di eredità che si possa lasciare. Non un edificio. Non un’azienda. Ma persone capaci, libere, responsabili e felici di mettere il proprio talento al servizio degli altri.

A novembre arriverete alla decima sessione scolastica di Intrecci. Un traguardo importante, che non rappresenta soltanto un numero, ma racchiude volti, emozioni, sacrifici, scelte e tanta strada percorsa. Se ti fermi un attimo e ripensi a questo viaggio fatto insieme a Enrica e Dominga, qual è il sentimento più forte che provi?

Senza dubbio la gratitudine. Gratitudine verso i nostri padri, Riccardo e Renzo, e verso le nostre madri, Maria Teresa e Angela, che ci hanno trasmesso i valori sui quali abbiamo costruito tutto quello che siamo oggi. Gratitudine verso tutti i docenti, i maître, gli chef, i professionisti e le aziende che hanno creduto in questo progetto fin dal primo giorno, mettendo a disposizione tempo, esperienza e competenze. Ma soprattutto gratitudine verso i nostri ragazzi e le loro famiglie. Ogni famiglia che decide di affidarci un figlio compie un gesto di fiducia enorme. Ci affida la cosa più preziosa che possiede, accompagnandolo in un periodo fondamentale della sua crescita umana e professionale. Non lo abbiamo mai dato per scontato. Quando ripensiamo a questi dieci anni, non vediamo soltanto una scuola. Vediamo centinaia di storie, di relazioni, di abbracci, di traguardi raggiunti insieme. Vediamo una comunità. E forse questa è la soddisfazione più grande: aver costruito una famiglia sempre più grande, nella quale ciascuno continua a sentirsi parte di qualcosa anche molti anni dopo aver concluso il proprio percorso.

Il mondo del vino, della ristorazione e dell’ospitalità sta attraversando una profonda evoluzione. Oggi non basta più conoscere un prodotto: bisogna saper raccontare territori, persone, identità ed emozioni. Quanto sarà determinante il ruolo dei professionisti formati da Intrecci nel rappresentare il vero valore del Made in Italy nel mondo?

Oggi il Made in Italy non si difende soltanto producendo eccellenza. Si difende sapendolo raccontare.

Chi accoglie un ospite, chi presenta un vino, un piatto o un prodotto della straordinaria tradizione italiana, non sta semplicemente svolgendo un lavoro. Sta raccontando un territorio, una storia, una cultura e l’identità del nostro Paese. Per questo crediamo che il ruolo dei professionisti formati da Intrecci sarà sempre più importante. Non saranno soltanto professionisti preparati dal punto di vista tecnico. Saranno persone capaci di trasformare un servizio in un’esperienza, un prodotto in un racconto e un cliente in un ospite. In un mondo in cui tutto corre velocemente e tutto sembra poter essere sostituito, la capacità di creare relazioni autentiche diventa il vero valore aggiunto.  L’ospitalità italiana è uno dei patrimoni più preziosi che possediamo. Custodirla, innovarla e trasmetterla alle nuove generazioni significa contribuire a preservare una parte fondamentale della nostra identità.

Dieci sessioni scolastiche rappresentano un capitolo importante della storia di Intrecci. Quali nuovi sogni, obiettivi e sfide immagini per Intrecci nei prossimi dieci anni?

Il nostro desiderio è che Intrecci continui a crescere senza perdere mai la propria anima. Vorremmo rafforzare il dialogo con le grandi scuole internazionali, sviluppare nuovi percorsi dedicati all’ospitalità contemporanea, alla sostenibilità, alla leadership e all’imprenditorialità, continuando ad anticipare i cambiamenti del settore.  Ma c’è anche un altro percorso nel quale crediamo molto. Circa due anni fa è nato Intrecci Mindset, un progetto sviluppato insieme a RosatiNet, una realtà umbra con la quale collaboriamo da molti anni e i cui soci sono anche docenti della nostra scuola. A un certo punto ci siamo poste una domanda molto semplice: se il metodo educativo di Intrecci funziona così bene con i giovani, perché non portarlo anche nel mondo delle imprese? Così abbiamo iniziato a sviluppare percorsi dedicati alla leadership, al team building, alla gestione delle emozioni, alla comunicazione e alla crescita delle persone all’interno delle organizzazioni. Quello che abbiamo imparato formando centinaia di ragazzi può diventare un patrimonio prezioso anche per le aziende. Oggi sono già diversi i progetti avviati e ci piacerebbe che questo diventasse un secondo grande filone di Intrecci, rivolto non soltanto alla ristorazione e all’hôtellerie, ma a tutte quelle imprese che credono che la vera innovazione parta dalle persone. In fondo, il nostro mestiere è sempre lo stesso. Aiutare le persone a crescere.

Marta, immagino te, Enrica e Dominga dieci anni fa, davanti a un progetto ancora tutto da costruire. Se oggi potessi tornare a quel momento, cosa diresti alle tue sorelle che stavano iniziando questo percorso?

Direi innanzitutto di avere fiducia. Direi alle tre ragazze che, dieci anni fa, guardavano un progetto ancora tutto da costruire, di non avere paura delle difficoltà, perché arriveranno. Ma direi anche che saranno infinitamente inferiori alle soddisfazioni che le aspettano. Direi loro di essere orgogliose del coraggio che hanno avuto. Perché scegliere di costruire qualcosa di proprio, senza sapere esattamente dove porterà, è sempre un atto di fiducia. Direi anche una cosa che oggi ci fa sorridere. Non illudetevi che, una volta realizzato un sogno, vi fermerete. Non succederà mai. Ogni anno Intrecci è cambiata. Abbiamo aggiunto idee, corretto percorsi, eliminato ciò che non funzionava, immaginato nuovi progetti, cercato di interpretare il cambiamento senza mai tradire la nostra identità. Crediamo profondamente che un’impresa viva debba evolversi continuamente. Forse è proprio questa la nostra caratteristica: non considerare mai un traguardo come un punto di arrivo, ma sempre come un nuovo punto di partenza. Abbiamo anche una fortuna immensa: poter vivere tutto questo insieme. Lavorare con le proprie sorelle, che sono anche le proprie compagne di viaggio, significa sapere che, anche nei momenti più difficili, ci saranno sempre fiducia, rispetto e amore a tenere unita la squadra. È un privilegio che non abbiamo mai dato per scontato. E poi, conoscendoci, sappiamo già quale sarà la prossima conversazione. Non sarà: “Abbiamo finito?” Sarà piuttosto: “E adesso… quale sarà il prossimo intreccio che costruiremo insieme?” Perché, in fondo, è questa la domanda che ci accompagna da sempre. Ed è probabilmente quella che continuerà a guidarci anche nei prossimi dieci anni.

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