Cantine Birgi: ottocento famiglie, un territorio, un’identità che parla al mondo
Scritto da Davide Gangi | Pubblicato in territorio, vino
Le grandi terre del vino non hanno bisogno di essere celebrate. Hanno bisogno di essere comprese.
La loro forza non risiede soltanto nei paesaggi che le rendono riconoscibili o nei vini che producono, ma nella capacità di custodire, vendemmia dopo vendemmia, un’identità che attraversa il tempo senza perdere autenticità. È un patrimonio fatto di persone, di gesti tramandati, di vigne che cambiano con le stagioni e di comunità che continuano a credere nel valore della propria terra.
La Sicilia occidentale appartiene a questa categoria di luoghi.
Marsala, le saline dello Stagnone, il mare che accarezza i vigneti, il vento che accompagna la maturazione delle uve e quella luce intensa che sembra disegnare ogni filare raccontano un paesaggio dove la viticoltura non rappresenta soltanto un’attività produttiva, ma un elemento essenziale della cultura e dell’identità del territorio. Qui il vino nasce dall’incontro tra natura e lavoro dell’uomo, in un equilibrio costruito nel tempo e custodito con rispetto da generazioni di viticoltori. Ridurre questa parte della Sicilia a un solo vino o a un solo vitigno sarebbe limitante.
La sua ricchezza si esprime attraverso una straordinaria biodiversità che trova nel Grillo, nel Catarratto, nello Zibibbo, nel Nero d’Avola, nel Perricone e nel Syrah alcune delle sue interpretazioni più rappresentative. Vini differenti tra loro, accomunati però da un carattere profondamente mediterraneo che rende questa terra immediatamente riconoscibile. È una capacità di evolversi senza rinnegare le proprie radici che continuo ad apprezzare ogni volta che ho l’opportunità di raccontare la Sicilia del vino. Devo essere sincero.
Fino allo scorso anno non conoscevo direttamente Cantine Birgi. Il nostro primo incontro è avvenuto grazie ai lavori della Guida Vinoway Selection, quando la cooperativa ha deciso, per la prima volta, di sottoporre i propri vini alla Commissione di degustazione. Sono momenti che considero tra i più significativi del lavoro che svolgiamo ogni anno. Ogni bottiglia che arriva sul tavolo della Commissione porta con sé molto più del vino che contiene.

Ci sono il lavoro di una famiglia, la visione di un enologo, le scelte di un’azienda e l’identità di un territorio che decide di mettersi in gioco davanti a una commissione chiamata a esprimere un giudizio indipendente. I vini di Cantine Birgi hanno immediatamente attirato la mia attenzione. Non soltanto per la loro qualità, ma per la coerenza con cui riuscivano a raccontare il territorio da cui provenivano. Ogni calice lasciava percepire una precisa idea produttiva, costruita senza inseguire mode passeggere, ma con la volontà di valorizzare ciò che la Sicilia occidentale sa esprimere con naturalezza. Da quel momento è nata la curiosità di conoscere più a fondo questa realtà.
Una cooperativa nata nel 1960 che oggi riunisce circa ottocento soci conferitori, custodi di un patrimonio agricolo e umano costruito in oltre sessant’anni di storia. Un modello che dimostra come la cooperazione, quando sostenuta da una visione comune, possa trasformarsi in valore produttivo, commerciale e culturale. Quel primo incontro ha trovato una naturale continuità qualche mese più tardi ad Almaty, in Kazakistan.
In occasione di una masterclass organizzata da Vinitaly International, ho avuto l’occasione di presentare una selezione di vini italiani da me personalmente individuati e inseriti nella Guida Vinoway Selection, davanti a una platea composta da importatori, operatori del settore e professionisti provenienti da diversi Paesi. Proprio in quella circostanza ho conosciuto il responsabile estero di Cantine Birgi.
La nostra conversazione è andata ben oltre la presentazione dell’azienda. Abbiamo parlato della Sicilia, del Grillo, delle nuove dinamiche dei mercati internazionali e della responsabilità che ogni produttore ha nel raccontare il proprio territorio senza snaturarne l’identità.È in momenti come questi che ci si rende conto di quanto il vino riesca davvero a superare ogni confine.
A migliaia di chilometri da Marsala, quella terra continuava a parlare attraverso i suoi vini, dimostrando che autenticità, credibilità e qualità costituiscono ancora il linguaggio più universale che il vino italiano possa offrire al mondo.
Ogni progetto che riesce a durare nel tempo ha bisogno di persone capaci di interpretarne la visione. A Cantine Birgi questo ruolo è affidato a Giuseppe Figlioli, Direttore Tecnico della Cantina e Presidente di Assoenologi Sicilia.

Lo conosco da qualche anno e ho avuto modo di apprezzarne tanto la preparazione professionale quanto le qualità umane. Nel mondo del vino non è difficile incontrare tecnici di grande competenza. Molto più raro è trovare persone che riescano a mettere il proprio sapere al servizio di un progetto collettivo, senza mai sentire il bisogno di diventarne i protagonisti. È questa la caratteristica che, più di ogni altra, continuo a riconoscere in Giuseppe. La sua idea di enologia parte da un principio tanto semplice quanto profondo: il vino non deve raccontare chi lo produce, ma il luogo da cui nasce.
Per questo motivo il suo lavoro non inizia in cantina. Inizia tra i filari. Nel dialogo quotidiano con i viticoltori. Nell’osservazione delle stagioni. Nella conoscenza di un territorio che cambia da vigneto a vigneto e che chiede di essere interpretato, mai uniformato. È un approccio che considero estremamente attuale. In un periodo storico in cui troppo spesso si ricerca l’effetto, la standardizzazione o la firma dell’enologo, Giuseppe Figlioli continua a percorrere una strada diversa: quella dell’ascolto. Ascoltare la terra. Comprendere ogni vendemmia. Accompagnare il lavoro di centinaia di soci conferitori senza alterarne l’identità. È proprio questa filosofia che, a mio avviso, distingue un grande professionista. Non la volontà di lasciare la propria impronta su ogni vino. Ma la capacità di fare un passo indietro affinché sia il territorio a parlare attraverso ogni bottiglia.
Una visione che trova piena espressione anche nel suo ruolo di Presidente di Assoenologi Sicilia, incarico che interpreta con lo stesso spirito di servizio che caratterizza il suo lavoro quotidiano. Ho avuto modo di cogliere ancora più da vicino queste qualità durante il 30° Enosimposio di Assoenologi Sicilia, manifestazione che ho avuto il privilegio di moderare e alla cui riuscita ho contribuito anche negli aspetti della comunicazione e dell’organizzazione.
Tre giornate intense che hanno riunito alcuni tra i più autorevoli protagonisti del panorama vitivinicolo italiano per confrontarsi su temi centrali come il valore economico del vino, l’evoluzione dei mercati, la distribuzione, la sostenibilità, la comunicazione e il ruolo sempre più strategico dell’enologo.
Anche in quella occasione Giuseppe Figlioli ha dimostrato una qualità che ritengo fondamentale per chi è chiamato a guidare una categoria. La capacità di creare dialogo. Di ascoltare posizioni differenti. Di favorire il confronto senza mai imporre il proprio punto di vista. Sono caratteristiche che appartengono ai leader autentici. A persone che preferiscono costruire risultati piuttosto che cercare consenso.
Ed è probabilmente questa stessa filosofia che oggi continua a guidare anche Cantine Birgi. Perché il futuro del vino, oggi più che mai, non dipenderà soltanto dalla qualità delle bottiglie. Dipenderà dalla credibilità delle persone chiamate a raccontarle. E Giuseppe Figlioli appartiene a quella categoria di professionisti che hanno scelto di far parlare prima il territorio e soltanto dopo sé stessi.
La storia di Cantine Birgi inizia nel 1960, quando un gruppo di agricoltori comprese che il futuro sarebbe passato dalla capacità di fare squadra. Una scelta lungimirante che, a oltre sessant’anni di distanza, continua a rappresentare il fondamento dell’identità della cooperativa.
Le varietà autoctone rappresentano circa l’ottanta per cento della produzione, mentre quelle internazionali completano l’offerta senza alterare il forte legame con la viticoltura siciliana.
Tra tutte, il Grillo occupa un posto speciale. Non soltanto perché è il vitigno simbolo della Sicilia occidentale. Ma perché riesce a raccontarne ogni sfumatura. L’areale di Birgi si estende tra differenti comuni, altitudini e zone costiere dove il mare esercita un’influenza costante sulla maturazione delle uve. È proprio questa straordinaria varietà di ambienti che permette al Grillo di esprimere personalità diverse, dando vita a basi spumante, Metodo Classico, Charmat e vini destinati a lunghi affinamenti, sempre accomunati da una riconoscibile identità territoriale.

Giuseppe Figlioli ama definire la Sicilia un “continente vitivinicolo”. Un’espressione che condivido pienamente. Poche regioni al mondo possono vantare una tale ricchezza di paesaggi, altitudini, suoli ed esposizioni. Una biodiversità che rappresenta una straordinaria opportunità per chi sa interpretarla con sensibilità e competenza.
È da questa consapevolezza che prende forma anche la filosofia produttiva di Cantine Birgi. Prima del vino viene il territorio. Prima della tecnica viene la capacità di comprenderlo. L’enologia, in questa visione, non serve a uniformare le produzioni, ma ad accompagnare ogni vendemmia affinché possa esprimere con autenticità il luogo da cui nasce. È un pensiero che considero estremamente attuale.
Per troppo tempo abbiamo immaginato l’enologo come il professionista chiamato esclusivamente a produrre grandi vini. Oggi il suo ruolo è molto più ampio. Deve conoscere i mercati internazionali, comprendere i cambiamenti nei consumi, dialogare con le nuove generazioni e raccontare il vino con un linguaggio contemporaneo, accessibile e credibile, senza mai rinunciare al rigore tecnico che rimane il fondamento della qualità.
Perché oggi la qualità non rappresenta più un elemento distintivo. È il punto di partenza. La vera differenza la farà chi saprà trasformare ogni bottiglia nel racconto più autentico della propria terra. Ed è forse questa la riflessione più significativa che porto con me dopo aver conosciuto più da vicino Cantine Birgi.
Una realtà che continua a dimostrare come il futuro del vino italiano possa nascere da una parola che, troppo spesso, viene data per scontata: comunità. Dietro ogni bottiglia non esiste soltanto il lavoro di un enologo o di una cantina. Esistono centinaia di famiglie che ogni giorno coltivano la vite con la stessa convinzione di chi, nel 1960, decise di unire competenze, sacrifici e speranze per costruire qualcosa destinato a durare nel tempo. In un’epoca in cui il vino rischia troppo spesso di essere raccontato soltanto attraverso punteggi, classifiche o strategie commerciali, Cantine Birgi ricorda che il valore più autentico continua a nascere dalle persone.
Perché una grande bottiglia può emozionare. Ma una comunità capace di custodire un territorio, valorizzarne i vitigni e consegnarne la storia alle generazioni future rappresenta un patrimonio ancora più prezioso. È lì che il vino smette di essere semplicemente un prodotto. Diventa identità.



