Il Moscato poco “Noto”

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Assaporandolo ho avvertito il mare, la salsedine che si inala sulla costa quando il vento che spesso batte lungo la riva ti porta in bocca persino la sabbia della spiaggia, e nelle narici il profumo del mirto e della satra.

 

E’ un tratto di terra fertile e verde quello che caratterizza la zona sud orientale sicula, da Siracusa a Noto, passando per Rosolini, Avola patria di mandorle pregiatissime, Pachino che ha dato i natali al pomodorino per eccellenza, Porto Palo che spalanca il suo mare cristallino, freddo e profondo.

 

L’acqua dolce scorre ovunque, sotterranea e sorgiva; nel siracusano lungo il fiume Ciane crescono piante di papiro come nell’antico Egitto, palme e olivi macchiano un territorio che è tutta una coltivazione di serre per ortaggi, fiori, frutta, filari d’uva. I laghetti d’acqua dolce di Avola sono incastonati tra colline che sembrano di un paesaggio montano. Tutto è ammantato da una luce intensa, forte, quasi da stordimento, soprattutto d’estate , che è caldissima e molto lunga.

 

In questo fazzoletto di terra è consentito produrre il Moscato di Noto, tra le contrade Bonivini e Barone facenti parte del comprensorio DOC “Eloro” e “Noto”.

 

Intorno a Pachino prima dell’arcinoto pomodoro si è sempre coltivata l’uva e le vigne hanno prodotto un vino giudicato forte e alcolico, adatto al taglio di vini più blasonati del nord Italia e di Francia.

 

Il Moscato di Noto nasce nell’ottocento e viene perfezionato grazie all’enologo Corrado Montoneri, autore  del libro “Fermentazione dei Mosti nei Paesi Caldi” , direttore della Regia  Cantina Sperimentale di Noto dal 1902 al 1943 , periodo d’oro per questa struttura (oggi praticamente abbandonata) che organizzò incontri con i viticoltori scongiurando il pericolo della fillossera; questo vino può essere prodotto esclusivamente con uva Moscato bianco e tre sono le tipologie : spumante, naturale e liquoroso (oggi c’è una versione anche secca). Nel 1974 viene riconosciuta la DOC insieme a quello di Siracusa; il picco produttivo per questo vino si è avuto nel 1993 quando si superarono i mille ettolitri, poi i volumi sono calati drasticamente.

 

C’è da tenere presente che le aziende che producono Moscato di Noto sono poche (nella versione soprattutto passito) e il disciplinare di produzione è molto rigido, con dettagli agronomici e produttivi impegnativi, prescrivendo un appassimento su graticci all’aperto, sotto il sole; in questo modo i rischi sono elevatissimi di veder marcire le uve alla prima pioggerella, di conseguenza se ne producono piccole quantità, non tutti gli anni.

 

Le uve si raccolgono a mano tra la metà e la fine di ottobre, quando hanno raggiunto la surmaturazione; poste ad appassire all’aperto fino a dicembre; subiranno quindi una fermentazione controllata e l’affinamento in vasche di acciaio per circa otto mesi.

In bocca il residuo zuccherino, che è 160 gr litro, riesce ad non avvertirsi, grazie all’elevata acidità di questo vino.Il profumo primario dell’uva Moscato è l’imprinting su cui si dipana il filo dei profumi, una trama di odori fragranti e freschi, zuccherini e succosi con ricordi di albicocca e agrume, dattero e scorzette di arancia candite natalizie,  fiori di arancio nuziali e nuvole di ginestre primaverili.

La persistenza è il lungo susseguirsi di un gusto straordinariamente mielato, vibrante di fresche tonalità citrine.

L’accoppiamento perfetto è con la pasticceria secca alla mandorla e con i dolci di ricotta come il cannolo, servito fresco a 12°.

 

Mi piace segnalare un Moscato secco assaggiato per caso, il Salipetrj 2011 Armosa; il gusto è tutto nel nome che porta. Assaporandolo ho avvertito il mare, la salsedine che si inala sulla costa quando il vento che spesso batte lungo la riva ti porta in bocca persino la sabbia della spiaggia, e nelle narici il profumo del mirto e della satra; è stato come bere quel paesaggio, un bacio schioccato a fior di labbra al mediterraneo orientale.

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