Le Contrade dell’Etna: dove il territorio si racconta nel calice
Scritto da Davide Gangi | Pubblicato in eventi, vino
Essere presenti a Le Contrade dell’Etna significa ogni volta tornare in un luogo dove il vino non viene semplicemente presentato, ma interpretato.
Noi di Vinoway partecipiamo molto di rado alle manifestazioni. Per scelta. Preferiamo esserci quando riteniamo che un evento abbia un reale valore di contenuto, confronto e visione. Ed è per questo che, insieme a poche altre occasioni che consideriamo realmente significative, a Le Contrade ci piace non mancare.
Perché qui non si viene per presenziare. Si viene per osservare. Per ascoltare. Per degustare. Per comprendere. Anche quest’anno la nostra presenza è nata da questo spirito. Dalla volontà di tornare a leggere da vicino l’evoluzione di uno dei territori più affascinanti e identitari del vino italiano.
Perché l’Etna non è un luogo che si capisce in superficie. Va frequentato. Va ascoltato. Va letto attraverso i suoi suoli, le sue altitudini, i suoi versanti, le sue contrade. E in questo senso Le Contrade resta uno dei momenti più autentici per entrare dentro questa complessità. C’è qualcosa di particolare che si percepisce in questo evento. Non è l’energia di una fiera. Non è il dinamismo di una grande rassegna commerciale. È piuttosto la sensazione di trovarsi in un contesto dove il vino torna ad avere profondità.
Dove si parla ancora di origine. Di vigne. Di annate. Di scelte. Di precisione. Ed è forse proprio questo il grande valore di questa manifestazione: restituire centralità al territorio.
Durante questa edizione, abbiamo seguito con grande interesse momenti di alto profilo, a partire dalla masterclass I Custodi dell’Etna, che ha rappresentato molto più di una degustazione.
È stato un racconto corale. Una lettura del vulcano attraverso vini che custodiscono memoria, identità e interpretazione. Una masterclass che ha ribadito un concetto importante: L’Etna non è una moda. È un patrimonio complesso da proteggere. E a renderlo credibile, oggi, sono soprattutto quei produttori che hanno saputo rimanere fedeli alla propria visione senza cedere alle semplificazioni.
Molto significativa, e per certi versi emblematica, anche la masterclass dedicata a Benanti, che ha rappresentato uno dei momenti più autorevoli dell’intera manifestazione. Non una semplice degustazione verticale, ma un percorso dentro una visione che ha contribuito a definire il racconto moderno dell’Etna.
Parlare di Benanti significa infatti parlare di una delle realtà che, prima di molte altre, ha creduto nel valore delle contrade, nella riconoscibilità dei versanti e nella necessità di leggere il vulcano attraverso le sue sfumature territoriali.

In questo senso, la masterclass ha avuto un valore quasi identitario. Ogni calice non esprimeva soltanto un vino, ma un tassello di una storia produttiva che ha contribuito a dare dignità internazionale all’enologia etnea.
È emersa con chiarezza quella verticalità che sull’Etna non è solo tensione gustativa, ma cifra territoriale. È emersa la profondità dei suoli vulcanici. La precisione delle altitudini. La finezza dei tempi di maturazione. E soprattutto quella capacità, rara, di trasformare il paesaggio in linguaggio enologico.
Più che una degustazione, è stato un esercizio di lettura del territorio. Un passaggio che ha ricordato come l’Etna non sia diventato grande per caso, ma anche grazie a produttori che hanno saputo intuire, interpretare e custodire questa unicità molto prima che diventasse fenomeno.
Ed è probabilmente questo che ha reso questa masterclass una delle più rappresentative: aver mostrato non solo l’evoluzione di grandi vini, ma l’evoluzione di un pensiero. Un aspetto che colpisce, inoltre, è la qualità umana del confronto che qui si crea. Le Contrade resta anche un luogo di dialogo tra produttori, tecnici, comunicatori e appassionati evoluti. Ed è proprio in questo scambio che spesso nascono letture nuove del territorio.
Con un segnale che merita attenzione: la presenza di molti giovani. Una presenza vera, partecipe, curiosa. Non marginale. Ed è un segnale importante anche culturalmente, perché dimostra che anche nel Sud esistono luoghi e occasioni in cui ci si ritrova per condividere idee, territori e persino semplicemente un calice di vino.
Che non è un gesto banale. È socialità. È cultura. È civiltà del vino.
Accanto ai nomi storici, si percepisce anche una nuova generazione di interpreti che guarda all’Etna con rispetto, ma senza timore di aggiungere sensibilità contemporanea. Perché il futuro di un territorio non dipende solo dai grandi vini. Ma dalla qualità di chi saprà custodirli.
Per noi di Vinoway, essere presenti ha significato anche approfondire aziende, confrontarci con produttori, cogliere segnali. Perché eventi come questo servono anche a questo: non solo a degustare ciò che è già affermato, ma a scoprire traiettorie. A leggere evoluzioni. A individuare coerenze. Ed è ciò che abbiamo fatto.
L’impressione, ancora una volta, è che l’Etna stia vivendo una fase nuova. Più matura. Più consapevole. Meno attratta dalla fascinazione e più concentrata sul valore della precisione. Un plauso va agli organizzatori, che continuano a custodire e far crescere una manifestazione capace di mantenere intatta la propria credibilità, pur evolvendo. Un riconoscimento che idealmente va anche alla visione originaria di Andrea Franchetti.
Perché Le Contrade non ha soltanto accompagnato la crescita del vino etneo. In parte, l’ha anche resa leggibile. Le contrade etnee non sono nomi da evocare. Sono luoghi che, nel calice, diventano linguaggio.


Microcosmi capaci di modificare profondità, tensione, ritmo e persino il respiro del vino. È questa frammentazione a rendere l’Etna irripetibile. Qui il concetto di cru non è imitazione. È sostanza. È geologia che si fa identità. È paesaggio che si fa espressione.
Tra le evidenze più belle vissute in questi giorni, merita una menzione speciale anche Enoteca Il Buongustaio dell’Etna di Randazzo. Un luogo che colpisce per capacità di accoglienza, competenza e qualità della proposta. Una carta vini esemplare. Ma soprattutto una politica di ricarichi che merita di essere sottolineata. Onesta. Misurata. Virtuosa.
Al punto da farci pensare che dovrebbe esistere davvero un Premio Vinoway al Ricarico Intelligente, da assegnare ogni anno nell’ambito della Vinoway Selection. Non è una provocazione. È una riflessione seria. Perché rendere accessibile il grande vino significa favorire cultura del consumo. Anche questo, in fondo, fa parte dell’identità di un territorio.
Tornando via dall’Etna resta una sensazione precisa: qui il vino non è mai solo vino. È geologia. Memoria. Agricoltura eroica. Cultura. E spesso persino filosofia produttiva. Perché i grandi territori non chiedono di essere celebrati. Chiedono di essere compresi. E l’Etna, quando viene raccontato con rigore, continua a insegnarlo.


