Cantina della Volta: l’altra anima del Lambrusco

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Il Lambrusco porta con sé una delle storie più popolari e autentiche del vino italiano, ma proprio la forza della sua notorietà ha finito talvolta per racchiuderlo dentro un’immagine più semplice rispetto alle sue reali possibilità espressive. Lo abbiamo associato alla convivialità, alla freschezza, alla tavola emiliana, a quella capacità quasi istintiva di mettere insieme le persone attorno a una bottiglia. Tutto vero. Ma non è tutto.

Cantina della Volta parte esattamente da qui.

A Bomporto, nel cuore della terra del Lambrusco di Sorbara, questo vitigno ha incontrato una famiglia che ha scelto di ascoltarlo con particolare attenzione, affidandolo al Metodo Classico e soprattutto al tempo. Non per trasformarlo in qualcosa di diverso e neppure per attribuirgli una nobiltà presa in prestito da altri territori, ma per capire quanto lontano potesse arrivare rimanendo profondamente se stesso.

È forse questa la prima grande virtù che riconosco a Cantina della Volta: aver creduto nel Lambrusco senza sentire il bisogno di cambiarne l’anima.

Nel calice questa convinzione diventa immediatamente percepibile. La naturale acidità del Sorbara si trasforma in tensione, la fragranza acquista profondità, la bollicina diventa sottile e continua. Quella leggerezza che appartiene al vitigno non scompare, anzi trova una nuova dimensione, perché il Metodo Classico non sovrasta la materia ma la accompagna.

Quando si cerca di dimostrare la grandezza di un vino, il rischio è spesso quello di aggiungere, caricare, mostrare. Cantina della Volta sembra aver scelto la strada opposta: togliere ciò che non serve, aspettare e lasciare che siano il vitigno e il tempo a trovare il proprio equilibrio.

Vinoway ha seguito negli anni questo percorso con grande attenzione e non ha mai considerato Cantina della Volta soltanto una delle realtà di riferimento dell’Emilia-Romagna. Sarebbe riduttivo limitarne il valore ai confini regionali. L’abbiamo sempre osservata come una delle aziende virtuose del panorama vitivinicolo italiano, capace di costruire autorevolezza attraverso la continuità qualitativa, la ricerca e una precisa idea di vino.

È un giudizio maturato nel tempo, attraverso gli assaggi e quella sensazione, sempre più rara, di ritrovare bottiglia dopo bottiglia una firma riconoscibile, una coerenza che non diventa mai ripetizione.

Per comprenderne le ragioni bisogna tornare indietro di oltre un secolo.

Era il 1920 quando Francesco Bellei iniziò a Bomporto una storia familiare destinata ad attraversare quattro generazioni. Il vino entrò nella vita della famiglia e vi rimase, passando di padre in figlio insieme alle conoscenze, alle esperienze e soprattutto a quella curiosità che spesso rappresenta il vero motore delle storie più belle.

Una figura fondamentale sarà Giuseppe Bellei, Beppe per tutti, padre di Christian. La passione per la spumantizzazione lo porta a guardare oltre i confini emiliani e ad avvicinarsi alla cultura del Metodo Classico, frequentando Épernay e approfondendo tecniche che in quegli anni rappresentavano un universo ancora tutto da esplorare.

Mi piace soffermarmi su questo passaggio perché racconta bene lo spirito che ritroveremo successivamente in Cantina della Volta: andare altrove non per tornare con qualcosa da imitare, ma per conoscere, comprendere e poi guardare con occhi differenti ciò che si possiede a casa.

Christian cresce dentro questa cultura. Assorbe il sapere del padre, la passione per la rifermentazione in bottiglia, l’importanza dell’attesa e quella curiosità che impedisce a un uomo del vino di considerare definitivamente conclusa la propria ricerca. Quando nel 2010 nasce Cantina della Volta, dunque, non siamo davanti all’inizio di una storia, ma alla sua naturale evoluzione.

Persino il nome custodisce qualcosa di romantico.

Nei pressi della Darsena settecentesca di Bomporto le imbarcazioni dovevano compiere “la volta” per riprendere la navigazione verso Modena. Un gesto antico che oggi appare quasi come una metafora inconsapevole di ciò che sarebbe accaduto alla famiglia Bellei: cambiare direzione portando con sé la propria storia.

Perché la volta non è necessariamente una rottura. Può essere un movimento, una nuova prospettiva, la capacità di guardare avanti senza dimenticare da dove si è partiti.

Christian Bellei rappresenta oggi la quarta generazione e la sua sensibilità enologica è inevitabilmente il cuore produttivo della cantina. Nei suoi vini si percepisce una ricerca precisa, quasi silenziosa, nella quale il Metodo Classico non diventa mai un esercizio tecnico fine a se stesso. C’è piuttosto il desiderio di trovare equilibrio, finezza, profondità e soprattutto quella capacità di evolvere che soltanto il tempo può concedere.

Ma Cantina della Volta non sarebbe la stessa senza Angela Sini. E credo sia importante dirlo con chiarezza. Non rappresenta semplicemente la dimensione commerciale e il marketing dell’azienda. È una delle persone che hanno creduto nel progetto sin dalla sua nascita e che hanno contribuito a costruirne negli anni l’identità, la reputazione e la capacità di entrare in relazione con il mondo esterno.

La sua storia professionale racconta anche una scelta non scontata: lasciare il mondo bancario per partecipare alla nascita di una nuova avventura nel vino. Dietro decisioni come questa raramente esiste soltanto un calcolo professionale. Bisogna credere profondamente in qualcosa, accettare una parte di rischio e soprattutto riuscire a immaginare ciò che ancora non esiste. Angela lo ha fatto.

Negli anni è diventata una presenza fondamentale nel percorso di Cantina della Volta, accompagnandone la crescita e costruendo relazioni con operatori, ristorazione e appassionati. Ma ciò che mi colpisce maggiormente è la naturalezza con la quale riesce a raccontare l’azienda senza mai sovrapporsi ai vini.

In lei ritrovo molto di quella cultura dell’accoglienza che appartiene all’Emilia più autentica, dove aprire una bottiglia significa innanzitutto creare un rapporto. Raccontare un vino non è recitare una scheda tecnica, ma spiegare perché è nato, chi lo ha immaginato, quanto tempo è stato necessario per realizzarlo e, perché no, ricordare anche le difficoltà incontrate lungo il percorso.

Christian e Angela rappresentano così due sensibilità differenti che trovano nella cantina un punto d’incontro naturale. Da una parte le vigne, la cantina, le fermentazioni, le bottiglie che attendono pazientemente sui lieviti; dall’altra gli incontri, i mercati, l’accoglienza e quella capacità di portare fuori da Bomporto un pensiero senza impoverirlo.

Christian custodisce il tempo del vino, Angela costruisce il tempo delle relazioni.

Ed è probabilmente anche questo equilibrio umano ad aver contribuito alla crescita di Cantina della Volta. Ma per comprendere quanto Angela senta oggi questo progetto come parte della propria vita, credo sia giusto lasciare spazio direttamente alle sue parole:

«Cantina della Volta nasce da una visione precisa di Christian Bellei e da una storia familiare profondamente legata al territorio. Io ho scelto di farne parte fino in fondo, mettendoci il mio modo di essere: energia, curiosità, relazioni, entusiasmo e anche una buona dose di ostinazione. Con il passare degli anni questo progetto è diventato profondamente mio, perché ogni traguardo raggiunto, ogni difficoltà affrontata e ogni incontro hanno lasciato qualcosa, contribuendo a costruirlo e a farlo crescere. Quando scegli di credere davvero in un progetto, a un certo punto smetti semplicemente di lavorarci: inizi a sentirlo parte della tua vita. Credo nel valore delle persone, nella forza del territorio e nelle scelte portate avanti con coerenza, soprattutto quando sono le più difficili. Perché il vino, prima ancora di raccontare un’uva o un luogo, racconta le persone che lo hanno immaginato e chi ha avuto il coraggio di crederci fino in fondo».

Le parole di Angela restituiscono forse meglio di qualsiasi descrizione ciò che Cantina della Volta è diventata nel tempo. Non soltanto il risultato di una visione enologica, ma un progetto cresciuto attraverso persone che hanno scelto di condividerlo, difenderlo e farlo diventare parte della propria vita. Poi arrivano i vini. Ed è proprio davanti al calice che questa storia smette di avere bisogno di troppe spiegazioni.

Il Lambrusco di Sorbara Metodo Classico rappresenta inevitabilmente il centro emotivo del racconto. Non soltanto perché identifica il territorio, ma perché nelle sue espressioni riesce a mettere in discussione molti dei luoghi comuni che ancora accompagnano il Lambrusco.

Il colore possiede quella luminosità delicata che appartiene al Sorbara, quasi una trasparenza che anticipa la finezza del sorso. I profumi richiamano i piccoli frutti rossi, le sfumature floreali, una freschezza immediata che con il tempo sui lieviti acquista complessità senza perdere nitidezza. Poi arriva la bocca ed è qui che personalmente ritrovo la parte più affascinante.

La bollicina è fine, l’acidità attraversa il sorso con energia e la materia rimane composta. Non c’è pesantezza, né quella ricerca esasperata della complessità che talvolta finisce per togliere piacere al vino. C’è piuttosto una tensione continua tra freschezza e profondità, immediatezza e capacità di evolvere. Il tempo non appesantisce il Sorbara, lo definisce.

Ed è forse questo uno degli insegnamenti più interessanti arrivati da Bomporto: un grande Lambrusco non ha alcun bisogno di assomigliare a qualcos’altro per essere considerato importante. Deve semplicemente riuscire a esprimere fino in fondo la propria identità. Accanto al Sorbara, la ricerca spumantistica di Cantina della Volta trova altre espressioni attraverso Chardonnay e Pinot Nero. Cambiano le uve e cambiano i caratteri dei vini, ma rimane una cifra stilistica riconoscibile: finezza del perlage, freschezza, profondità mai esasperata e soprattutto quella pulizia del sorso che invita continuamente a tornare al calice.

Dopo molti anni trascorsi ad assaggiare vini si comprende quanto l’eleganza sia difficile da spiegare e ancora più difficile da costruire. Non coincide necessariamente con la potenza, con la complessità o con la lunghezza di un affinamento. È piuttosto una questione di equilibrio, di proporzioni, della capacità di lasciare una sensazione precisa senza bisogno di alzare la voce.

Ed è questa, a mio avviso, una delle caratteristiche più affascinanti degli spumanti di Cantina della Volta.

Vinoway continua a guardare a questa cantina con particolare attenzione proprio per questo  è presente, da molti anni, nella nostra App Vinoway Selection. Non per l’entusiasmo di una singola degustazione, ma per la continuità dimostrata negli anni. Perché esiste una differenza sostanziale tra realizzare una grande bottiglia e costruire un’identità capace di attraversare vendemmie differenti mantenendo riconoscibile il proprio pensiero. Cantina della Volta appartiene a questa seconda dimensione.

Dietro le sue bottiglie ritroviamo oggi più di un secolo di storia familiare, la curiosità di Giuseppe Bellei, la sensibilità enologica di Christian, la determinazione e la capacità relazionale di Angela Sini, ma soprattutto un territorio che continua a essere il vero punto di partenza. Bomporto, il Sorbara, il Lambrusco. Parole che raccontano una cultura profondamente popolare e conviviale del vino italiano, ma che possono esprimere allo stesso tempo precisione, profondità, longevità ed eleganza.

Cantina della Volta ha avuto il merito di comprenderlo e soprattutto la pazienza di dimostrarlo attraverso i suoi vini. Perché, alla fine, le storie più belle del vino assomigliano molto a quelle delle persone: non hanno bisogno di rinnegare il proprio passato per trovare una nuova strada. A volte basta avere il coraggio di arrivare al punto giusto del viaggio e compiere, semplicemente, la propria volta.

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