Di Vino, di Tempo, di Luogo e di Parole

Scritto da | Pubblicato in fatti, vino Di Vino, di Tempo, di Luogo e di Parole

Condividere idee è sempre un atto di arricchimento, soprattutto quando nasce dall’amicizia e dal rispetto reciproco. Dopo aver letto il mio articolo, il caro amico Pino De Luca ha voluto rimodulare alcuni passaggi del mio pensiero, offrendo la sua interpretazione con la profondità che lo contraddistingue.

Il mio pensiero resta, così come l’ho espresso, ma la bellezza sta proprio qui: nel riconoscere che i nostri punti di vista non sono opposti, bensì complementari. Io ho voluto guardare al vino come linguaggio proiettato verso il futuro; Pino, invece, ha riportato l’attenzione al valore del presente. Due prospettive che non si escludono, ma si completano, arricchendosi a vicenda.

Lo ringrazio sinceramente per questo contributo, che considero prezioso non solo per me, ma per tutti coloro che avranno il piacere di leggerlo. Vi invito quindi a immergervi nel suo articolo, certo che anche voi troverete spunti di riflessione autentici e profondi.

Quando scatta il desiderio bisogna assecondarlo. Certo l’adolescenza è causa di desideri spesso violenti e prorompenti anche senza motivo, la senescenza invece è più pacata, ma alla carenza delle spinte adrenaliniche sopperisce con la memoria e sa richiamare al momento anche qualcosa che si è riposto in meandri più riparati.

E quale passione può essere più appassionante per chi, come il sottoscritto, ha Umar Kayyam tra i suoi poeti di riferimento? Non può che essere il vino! Quel liquido inebriante figlio della Natura e dell’Uomo che ci accompagna, nelle sue varie forme, da millenni.

Ci ritorno, talvolta, per la passione che mi avvince. Non oso entrare nelle dotte discussioni di dotti discutenti che, da molto tempo, hanno imparato la redditizia arte del “parlare” per poi “smentirsi” e poter continuare a parlare.

Di Mario Soldati, Gino Veronelli, Gianni Brera ne sono nati tantissimi, ne ho conosciuto uno che si vanta di aver degustato ben più di 100000 (centomila) vini.

Ecco per dare un esempio della mia pochezza, ho cominciato a tenere memoria delle birre bevute a venti anni. Adesso ne ho quasi 68 e posso dire di aver bevuto poco più di 10000 (diecimila) birre. In 48 anni. Che fanno poco più di 210 birre l’anno. Praticamente un nonnulla. Sul vino non vado oltre le 7500 etichette …

E, dunque, parlo di vino con meno cardinalità di quanto non potrei fare con la birra, che già sarebbe ridotta.

Intanto vado a citare gli stimoli che hanno provocato questa mia reazione spero non scomposta:

WildKitchen (al secolo Valeria Castelli), Franco Berrino (contro Prosecco e Valpolicella con ferocia a Uno Mattina) e il sempre prolifico Davide Gangi.

WildKitchen ragiona di enogastronomia in senso ampio, e da quel ragionamento, pone alla fine una domanda a sé stessa e a ciascuno di noi: ma il cibarsi, a questo punto della storia degli umani, è solo la necessità di sopravvivere o è anche altro? E il vino è solo un bene di conforto o è anche altro? E un paesaggio può essere solo una rappresentazione di ciò che abbiamo innanzi? E, mi permetto di chiosare, Cibo, Vino e Paesaggio non sono forse elementi che possono essere racchiusi in quello che possiamo chiamare ragioni di ”Benessere” o “Malessere”? Con un ceffone salace la nostra si chiede: ma come vedete il Piemonte senza vino e le Langhe senza vigna?

L’illustre nutrizionista Franco Berrino ha suscitato un putiferio dicendo sostanzialmente che un calice di vino a pasto è tranquillamente ammissibile purché sia roso e sincero. Che Prosecco e Valpolicella sono nefasti per la salute. Essendo su una trasmissione Rai di largo ascolto per una platea di ascoltatori spesso poco competenti in materia, la cosa ha suscitato le reazioni pepatissime dell’enologia Veneta e, comunque, bianchista.

Il caro Davide ha rilanciato una sorta di allarme riguardo al consumo e, di conseguenza, alla produzione dei vini rossi nella nostra bella Italia e, in particolare, in quella che fu chiamata Enotria, indovinate perché.

Personalmente non ho pregiudizi sulla “cromaticità”, di norma di un vino apprezzo molto di più naso e palato, tuttavia la stragrande maggioranza dei testi di letteratura tende a definire il vino con il colore del sangue venoso (risparmio riferimenti chimicofisici che chi legge questo li conosce benissimo) e mille volte risuona il concetto di “sangue della terra”. Dunque vino diventa perfino sineddoche perfino di texture che se si legge di “cielo vinoso” nessuno pensa di essere a mezzodì o nell’aurora per quanto una verdeca benfatta o un rosato brillante possano essere luminosi come la volta celeste a mezzodì di un giorno di luglio o l’aurora scarlatta di una mattina di primavera.

E dunque come già traspare il vino non è solo momento di soddisfazione del piacere di Bacco, di condivisione di un momento di festa (Bring Dirs), di meditazione romantica:


«Bere vino davanti a un caro viso
val molto più che battersi lo sterno
Oh se chi beve od ama va all’inferno,
non vi sarà una mosca in paradiso!» (Rubaiyat 30 – Umar Kayyam)

o di scelte disperate e disperanti.

Il Vino è tutto questo, e il vino rosso è la sua rappresentazione più feconda e profonda, perché così ce lo consegnano i millenni. E sbagliano tutti coloro che vogliono scimmiottare ciò che nei millenni è stato, perché il vino millenario è come la Chiesa, che anche da quel Vino prese forma. Il Vino è più della Chiesa perché c’era prima di Cristo come il Pane e l’Olio. Il Vino millenario è sopravvissuto perché ha saputo raccontare il mondo nella sua evoluzione e il Vino del ventunesimo secolo non può e non deve essere quello che ubriacò Noé o Polifemo, deve essere sempre figlio di natura e umana sapienza e raccontare a chi verrà nel XXII-esimo secolo che la storia non finisce oggi e nemmeno domani, la storia degli umani ci sarà anche dopo gli illusi dell’eterno presente che mettono al centro della storia solo sé stessi, accecati o resi miopi dall’illusione dell’easy & smart, ovvero della vita un tanto al chilo.

«Non possiamo più limitarci a lasciare invecchiare bottiglie invendute in cantina. È il momento di aprirle, versarle nel futuro e costruire una nuova stagione fatta di senso, bellezza e condivisione.

Il vino rosso italiano resiste perché è segno del tempo che passa, dell’identità che vive. Sta a noi decidere se ignorarla o trasformarla in occasione. E la vera filosofia di un vino sta nella sua capacità di raccontare il domani, ogni volta che si apre una bottiglia.»

Così ha concluso Davide il suo intervento. E il titolo che ho dato a questo mio ha anche un termine che non sfuggo: le parole. Perché le parole sono importanti, so che dovrei virgolettarla come citazione di Nanni Moretti, ma mi permetto di usarla liberamente solo perché secondo l’Antico Testamento fu una Parola a dare inizio all’Universo e secondo una celebre orazione “di soltanto una parola e l’anima mia sarà salvata”.

E nella conclusione di Davide ve ne sono alcune che mi permetto di rimodulare. Quelle bottiglie non le dobbiamo versare nel futuro ma nel presente, perché per quelle bottiglie il futuro è il presente. E la vera filosofia di un vino NON è nella capacità di raccontare il domani, ma di raccontarci domani, quando il futuro di oggi sarà giunto e chi aprirà quella bottiglia potrà comprendere chi siamo stati, quali sono stati i nostri pochi meriti e i nostri tanti difetti. Anche di coloro che, come noi, dei vini ne riconoscono i segreti semplicemente bevendoli.

Mi sia concessa, a conclusione, una autocitazione “E chi non beve vino ha una vita amara, forse salutare ma più triste, perché dall’acqua non si impara.”

Ed un richiamo fondamentale: “La bottiglia di vino è un mezzo non un fine!”, chi la riempie di vino rosso deve sapere che sta scrivendo una piccola pagina di storia, chi la beve ne deve trarre insegnamento. Si sa che la storia è maestra di vita ma spesso ha allievi somari. Tocca ai raccontatori saper tener desta l’attenzione. E questo è capitolo che, forse, scriveremo un’altra volta.

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