Cantine Spelonga: Marilina Nappi, il vino al femminile che racconta l’anima  della Daunia

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Nel mondo del vino esistono aziende che scelgono di raccontarsi attraverso i numeri, gli ettari, le bottiglie prodotte e i mercati raggiunti. Poi esistono aziende che, prima ancora dei dati, riescono a comunicare attraverso le persone, attraverso le storie familiari e attraverso quel legame profondo con la propria terra che rappresenta ancora oggi uno dei valori più autentici della viticoltura italiana ed è proprio qui che rientra Cantine Spelonga.

Una realtà che nasce nel cuore della Daunia, in quella Puglia agricola, a Stornara (FG) nel cuore del Tavoliere delle Puglie,  a pochi chilometri da Foggia  sincera e forse per troppo tempo rimasta lontana dai grandi riflettori della comunicazione nazionale, ma capace di custodire un patrimonio vitivinicolo di enorme valore. Una terra generosa, concreta, dove il rapporto con la campagna e con le proprie origini rappresenta ancora un elemento essenziale.

Ogni grande percorso ha sempre un punto di partenza e prima della visione di Marilina Nappi c’è stata una famiglia che ha creduto in un sogno, costruendo giorno dopo giorno le fondamenta di ciò che oggi Cantine Spelonga rappresenta. Perché il futuro può crescere davvero soltanto quando ha radici profonde.

Quelle radici oggi hanno trovato nuova energia attraverso il volto, la sensibilità e la determinazione di Marilina, una donna che non si è limitata a raccogliere una storia familiare, ma ha scelto di accompagnarla verso una nuova dimensione.

Ci sono persone che scelgono il vino e poi ci sono persone che sembrano quasi essere state scelte dal vino. Marilina appartiene probabilmente a questa seconda categoria.

Il suo percorso rappresenta la capacità di prendere un’eredità, rispettarla e trasformarla in una visione contemporanea, senza perdere autenticità. In lei ho trovato quella determinazione silenziosa che spesso appartiene alle persone più concrete: poche parole inutili, molta sostanza e soprattutto la capacità di guardare avanti mantenendo sempre saldo il rapporto con le proprie origini.

Cantine Spelonga oggi racconta anche una bellissima storia al femminile. Un progetto dove la sensibilità incontra la capacità imprenditoriale, perché sarebbe riduttivo parlare delle donne nel vino soltanto attraverso concetti come eleganza o delicatezza. Le donne del vino oggi rappresentano competenza, gestione, visione e capacità decisionale, e Marilina ne è una testimonianza concreta.

Ma raccontare lei senza raccontare la sua adorata mamma significherebbe lasciare fuori una delle parti più emozionanti di questo racconto. Perché accanto a Marilina, da sempre, c’è una presenza speciale. Una presenza discreta, mai invadente, ma fondamentale. Sua madre.

Una donna che rappresenta le radici, la memoria e quella forza silenziosa che spesso accompagna i grandi percorsi. Chi conosce Marilina conosce bene anche questo rapporto unico, un amore quasi simbiotico fatto di complicità, sguardi, attenzioni e presenza.

La segue nelle trasferte, negli eventi, negli incontri importanti. Sempre accanto. Non per apparire, ma semplicemente per esserci.

Due generazioni e due sensibilità diverse unite dallo stesso amore per una famiglia, una terra e un progetto.

Ho avuto il piacere di conoscere Marilina e con il tempo comprendere non soltanto l’azienda, ma soprattutto la persona. Perché spesso un vino diventa più comprensibile quando impariamo a conoscere chi lo produce, i suoi valori, le sue emozioni e il suo modo di interpretare il mondo.

E nei vini di Cantine Spelonga questa identità arriva.

Non è un caso che l’azienda sia presente da diversi anni nella guida Vinoway Selection, un percorso che abbiamo seguito con attenzione perché la nostra idea di guida non è mai stata quella di limitarci a un semplice punteggio.

Un numero può raccontare la qualità tecnica di un vino, ma dietro una grande bottiglia deve esserci qualcosa in più: deve esserci un’anima, deve esserci una storia. Nei vini di Cantine Spelonga ritrovo una ricerca sempre più evidente verso equilibrio, pulizia espressiva e piacevolezza, vini che non cercano l’effetto immediato, ma provano a raccontare il territorio attraverso una propria identità.

In questo percorso un ruolo centrale lo assume inevitabilmente il Nero di Troia, un vitigno sul quale già in passato attraverso Vinoway ho espresso una mia riflessione molto precisa.

La Puglia vitivinicola negli ultimi anni ha compiuto un percorso straordinario di crescita qualitativa, ma credo sia arrivato il momento di raccontare con maggiore forza le diverse identità che compongono questa regione.

Perché parlare di Puglia del vino significa parlare di tante Puglie, territori diversi, storie diverse e interpretazioni diverse.

Il Nero di Troia rappresenta probabilmente una delle sfide più affascinanti di questa nuova fase. Ho sempre sostenuto che fosse uno dei vitigni pugliesi ancora non completamente raccontati e valorizzati rispetto al suo reale potenziale.

Per troppo tempo forse abbiamo cercato di interpretare alcuni grandi rossi del Sud soprattutto attraverso la strada della concentrazione, della struttura e dell’impatto immediato. Una strada che ha avuto il merito di far conoscere la forza della nostra terra, ma che oggi deve evolvere verso una nuova consapevolezza.

Nel Nero di Troia ho sempre visto una grande opportunità: quella di raccontare una Puglia elegante, profonda, capace di emozionare non soltanto attraverso la potenza, ma soprattutto attraverso la finezza. La sua trama tannica importante, la sua naturale austerità e la sua capacità evolutiva non devono essere considerate limiti, ma elementi distintivi da accompagnare con sensibilità, conoscenza e rispetto. È un vitigno che non va addomesticato, ma compreso.

Perché la sua vera identità non deve nascere inseguendo altri modelli. Il Nero di Troia deve semplicemente diventare la migliore espressione di sé stesso. Ed è proprio in questa direzione che vedo il futuro: una Puglia sempre più consapevole, capace di affiancare alla forza che tutti conosciamo una nuova dimensione fatta di eleganza, equilibrio e riconoscibilità.

Una strada che aziende come Cantine Spelonga stanno contribuendo a percorrere attraverso il lavoro quotidiano e la volontà di dare voce alla propria terra.

E poi c’è il Marilina Rosé. Un vino che sembra quasi rappresentare simbolicamente questa filosofia. Un’etichetta che porta un nome, un volto e una responsabilità, perché mettere il proprio nome su una bottiglia significa raccontare qualcosa di sé.

È un vino che non vuole urlare, ma farsi ascoltare. Unisce carattere ed eleganza, identità e piacevolezza, la stessa doppia anima che ritroviamo in Marilina.

Per troppo tempo il rosato è stato considerato un vino di passaggio, ma questa visione appartiene ormai al passato. Se vogliamo realmente avvicinare nuovi consumatori e soprattutto nuove generazioni al vino dobbiamo avere il coraggio di proporre vini capaci di parlare un linguaggio contemporaneo. Il rosato pugliese può essere una grande risposta: identitario, gastronomico, versatile e profondamente legato alla nostra cultura mediterranea.

La Puglia ha tutte le caratteristiche per diventare una grande protagonista di questa tipologia, senza inseguire altri modelli ma valorizzando la propria unicità. Forse è proprio per questo che continuo a credere che il futuro del vino italiano non sarà scritto soltanto dalle grandi aziende o dai grandi numeri, ma anche da queste storie.

Da persone che ogni giorno scelgono di crederci. Da famiglie che trasformano sacrifici e sogni in identità.

Quando anni fa ho dato vita alla Vinoway Selection immaginavo proprio questo: una guida capace di andare oltre il semplice giudizio tecnico, capace di incontrare persone prima ancora che etichette.

Perché dietro ogni grande vino c’è sempre qualcuno che ha avuto il coraggio di crederci.

E nel caso di Cantine Spelonga quella storia ha il volto sorridente di Marilina Nappi, lo sguardo orgoglioso di una madre sempre accanto a lei e il respiro profondo della Daunia, una terra che attraverso persone così continua finalmente a far sentire la propria voce.